energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

“La Libreria del Porcellino? Le hanno strappato l’anima” Società

Le interviste di STAMP.  Firenze –  Ha squarciato il velo di silenzio che la perdita di una vita tende dietro di sé. Perché questo è stato la Libreria del Porcellino, piazza del Mercato Nuovo numero 4, due passi da piazza della Signoria. Questo e nient’altro: vita. Per Gianni Andrei, il fratello Piero, la madre Maria Paola Botteri, i titolari dello storico negozio, e le loro famiglie. Parlavano in tanti, troppi quando la libreria stava per tirare giù il bandone per sempre, il novembre scorso. Adesso che negli stessi locali Venchi, firma del made in Italy dolciario dal 1878, ha aperto da poco la sua “prima concept boutique cittadina, dedicata a tutti i cultori del cioccolato”, il silenzio per Andrei è diventato insopportabile. “Scrivono che hanno conservato i vecchi arredi della libreria, ma in realtà non è così. Possibile che nessuno se ne accorga?” ci dice Gianni Andrei accogliendoci nella sua bella casa alle porte del centro storico, dove abita con la moglie e un figlio di sette anni. E’ la prima intervista che rilascia sulla chiusura della sua libreria.

Dunque, dicono che sono stati mantenuti “gli arredi originali come anche il pavimento, i soffitti e gli infissi”. E’ così secondo lei?

“Le decorazioni, gli stucchi non ci sono più. L’insegna è stata tolta. Le finestre non sono più quelle originali, come del resto il pavimento. Ne sono praticamente certo, anche perché ho visto che l’avevano sventrato, non c’era più nulla. Quando lo dico alla gente, ci rimangono male: non ve ne eravate accorti eh? Basta questa mano di smalto per far sembrare tutto com’era prima? E allora tu dici: va bene, d’accordo. Però ti fa tristezza, ci rimani male. E’ veramente un uso di un’immagine che non è più quella, è un falso storico”.

Si parla in generale di “storica libreria”, non della “Libreria del Porcellino”.

“Come se ci fosse stata un’altra libreria lì dentro. Dei tecnici che ho consultato mi hanno detto che andrebbe fatto un esame per capire quanto sono vecchi i legni e poi “se hanno trovato il sistema di farlo vuol dire che lo potevano fare. Vuol dire che bastava rispettare l’immagine”. “Ah sì eh? – ho ribattuto – e questa di adesso vi sembra la stessa immagine di allora?” Non capisco: si sviluppano su due livelli e hanno aperto un ingresso da via Calimaluzza, che prima non esisteva. Quando c’eravamo noi, vennero i Vigili Urbani per farci togliere lo scarico di un condizionatore che dava sull’esterno”.

Il vostro negozio è nell’elenco delle attività storiche fiorentine allegato alle Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore del Comune di Firenze. Alla voce arredi c’è scritto: a) tradizionali da tutelare. Era inserito in edificio privato di valore, ma non vincolato, che, come ci hanno spiegato dalla Soprintendenza, è quello che conta ai fini della vera tutela.


“A questo punto smantellate per davvero. Si può cambiare? Cambiamo! L’ipocrisia mi dà fastidio, il colpo alla botte e il colpo al cerchio, per me è come vedere un Golem, capito? Un qualcosa che fa finta di essere quello che non è più. La finestrina con il legnino in stile antico. Allora io dico: non ci prendiamo in giro. E non parliamo di vincoli o non vincoli: quell’elenco, che sarà costato un lavoro farlo, è carta straccia”.

Si è voluto o non si è potuto controllare?


Si è preferito, è stato più comodo. Come tutti i fondi di Firenze, non c’erano le fosse biologiche,  il riscaldamento, non c’era nulla. Lì era stato lasciato tutto come cent’anni fa. Mi ricordo venne un architetto, quando c’era l’interesse per comprare la licenza, ci disse: “Qui andrebbe tutelato com’erano i negozi alla fine dell’800, con la stufa!” E adesso ci viene aperto un negozio legato alla vendita di cibo, con tutti gli annessi e connessi. Trovo che probabilmente per chi ci è subentrato è stato più facile fare come ha fatto.

Cosa si è perso con la chiusura della “Libreria del Porcellino”?
“Parecchio. Secondo me parecchio. Non solo con la chiusura della mia libreria, si è perso con la chiusura di Seeber, Marzocco prima e Martelli poi, Ricordi, e di tante altre realtà, si è perso un’identità cittadina, in una città non possono bastare Pitti, gli Uffizi, lo Stibbert. Da noi sono passati Oriana Fallaci, Giovanni Spadolini, Vittorio Gassman, Aldo Moro, Dario Fo ci ha anche citati in un libro. Io ho perso il lavoro più bello del mondo, perché vendere libri, come commesso, è il mestiere più bello del mondo, per il rapporto che hai con l’oggetto libro, gli autori, i clienti. Ma non ce la facevamo più ad essere dei pionieri, quando mi sono trovato a doverli tirare fuori di tasca mia i soldi dell’affitto, l’azienda in perdita, siamo andati dalla proprietà e abbiamo trovato un accordo. Niente sfratti o cose del genere”.

Siete stati lasciati soli?

“Abbiamo ricevuto tanti attestati di solidarietà, ma ci trovavamo a lottare contro qualcosa più grande di noi: la proprietà privata. Alcuni clienti venivano in negozio e mi dicevano: “Ah, ma lei non vuole parlare con il Sindaco?” Che mi fa il Sindaco? Mi paga l’affitto?”.

Se lo paga a lei, lo deve pagare anche ad altri.

“Esatto. In base a che cosa lo deve dare a me “Libreria del Porcellino” e non al negozio, faccio per dire, in via de’ Neri? Se sei una famiglia e gestisci un negozio e devi pagare un affitto ti levi di torno, perché non puoi stare in una città dove ti chiedono diecimila euro d’affitto il mese. Se hai una firma e c’hai le spalle coperte lo puoi fare. Ci dovevano essere delle leggi a priori per tutelarci”.

Cosa si dovrebbe fare?

“Al di là della crisi economica, in generale, e del libro, in particolare, determinati negozi non sono più solo esercizi commerciali, sono eventi, tasselli storici. Questa è la difficoltà: bisognerebbe arrivare a scindere la storia di un luogo dal mero commercio, dal mero interesse, dal mero scambio. In modo che a te proprietario ti conviene tenerci dentro la ditta che è lì da cento anni e a te inquilino che sei lì da cento anni ti conviene rimanere lì. Altrimenti, ha la meglio chi può fare l’offerta più alta, è il mercato. Non lo dico per me, lo dico per Firenze: che città vogliamo lasciare alle nuove generazioni? Io non la riconosco più. Ho vissuto una vita in mezzo ai libri, a tirar su bottega, io sono un bottegaio. Mio padre Giovanni era nato come commesso della libreria “la Casa del libro” e poi, dopo la guerra, quasi settant’anni fa, la trasformò in “Libreria del Porcellino”. La mia sfortuna è non essere stato nel mio fondo, perché se fossi stato proprietario del mio fondo avrei preferito continuare ad essere un pioniere, sarei rimasto lì”.

Qual è il suo primo ricordo della libreria?

“Avrò avuto tre, quattro anni, mi piaceva l’idea che il babbo avesse questo negozio, dove io andavo, e appuntavo con le puntine i disegni sul bancone, e Sergio Centrone, il vecchio commesso, mi faceva credere che questi disegni venissero venduti e mi dava in cambio cinquanta lire. Questo è il mio primo ricordo. Parliamo di quarantatré, quarantaquattro anni fa.

E il suo ultimo?

“Gli ultimi anni sono stati molto difficili. Proprio difficili, difficili. L’ultimo ricordo è questo, di tanta gente che entrava in negozio con la macchina fotografica, a scaffali ormai quasi vuoti, perché ovviamente non avevamo più libri. Entravano e mi chiedevano: “Posso fare delle foto? E’ tutto così bello”. Io rispondevo: “Ma ora è tanto brutto, non c’è più libri, non c’è più nulla, stiamo per chiudere”.  “Ma è tanto bella lo stesso”. Per me ormai era diventata una sofferenza anche interna, mia personale, l’amarezza di vedere tutto affondare così e non poter far niente per poter arginare il danno e dire, va bene, dover chinare la testa, insomma. Non c’era più niente di bello. E invece tanta gente entrava e a quanto pare subiva ancora questo fascino. Sì, l’ultimo ricordo sono quelle persone che facevano le fotografie, anche agli scaffali vuoti. Chissà se subiranno lo stesso fascino anche da Venchi”.

Il marchio “Libreria del Porcellino” è suo, e con quel nome avete aperto un portale di vendita su Internet. Una libreria vera e propria lo riaprirebbe?

“No, ce n’ho rimessi già abbastanza di soldi. Ho un tetto, non ho il mutuo da pagare. Si stringe la cinghia e arrivederci e grazie. Mi sono buttato nel teatro. Faccio l’attore. Una bella, forte, grande e sempre magica emozione. Grazie a chi mi ha dato questa possibilità per la prima volta ventiquattro anni fa e a chi me la vorrà dare in futuro”.

Se al posto mio, qui di fronte a lei, ci fosse Venchi, cosa gli direbbe?

“Auguri, auguri e buona fortuna. Tanta buona fortuna”.

La sua cioccolata la mangerà mai?

“Prima di andare da Venchi, preferisco andare da Rivoire, anche per solidarietà a quelli che sono i vecchi fiorentini”.
 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »