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“La meccanica dell’amore”: Alessandro Riccio e Gaia Nanni Spettacoli

L'uomo è incastrato nella sua vita standardizzata e difficilmente è disposto a cambiare il proprio modo di pensare e di agire. Ma il progresso avanza e chi è restio al nuovo finisce inesorabilmente per essere emarginato. Gli anziani sono i soggetti maggiormente a rischio, legati al proprio passato, al "ai miei tempi", talvolta arroganti nel dichiararsi portatori di verità, anche quando l'esperienza non equivale più necessariamente a conoscenza, specie oggi che il mondo e le sue scoperte corrono molto più veloci. La saggezza dei vecchi non è più apprezzata dai giovani, così come spesso se ne perde anche il rispetto. Vengono burlati perché sono “lenti a comprendere” o perché hanno difficoltà a capire il mondo che li circonda, così diverso da quando sono venuti al mondo. La triste conseguenza di tutto questo è la solitudine. Il divario tra nonni e nipoti non è mai stato così grande: le generazioni che intercorrono sono tantissime, perché attualmente ognuna di esse sembra durare il tempo di pochi anni, e nel futuro potrebbero essere anche più brevi.

Il nuovo spettacolo di Alessandro Riccio La meccanica dell'amore, andato in scena al Teatro Lumière di Firenze, affronta questo tema in modo allegro e ironico, ma senza perderne la portata emotiva. Se da un lato il signor Orlando (vecchietto da lui egregiamente interpretato con tanto di "trucco e parrucco") desta l'ilarità del pubblico nel dimostrare la sua completa incapacità di adattamento alla realtà nuova e tecnologica, dall'altro propone una chiave di lettura malinconica: senza sostegno e amore da parte dei parenti come può sopravvivere uno della sua età? Minacciato di essere rinchiuso in un ospizio, Orlando rischia di dover lasciare il suo appartamento, custode, seppur disordinato, di tutti i suoi ricordi; così, suo malgrado, accetta un aiuto. Ma non un aiuto qualsiasi. Una donna robot di ultimissima generazione che provvederà a tutte le faccende domestiche. Sembrerebbe un buon compromesso, se non fosse che la sua testardaggine si scontra con un essere la cui mente è ancora più chiusa e inflessibile della sua. E in fondo, più che un aiuto in casa, Orlando vorrebbe solo qualcuno con cui parlare.

Gaia Nanni nei panni della robottina lascia di stucco: viso, occhi, corpo completamente inespressivi, la voce perfettamente modulata su uno stile elettronico, tutt'altro che attivo. A vederla e sentirla sopraggiunge il dubbio che sia un’ imitazione meccanica dell’attrice. Una magnifica prova attoriale, un ottimo lavoro sul movimento corporeo, da parte di una professionista fiorentina che già tante volte ha dimostrato talento e temperamento nell'affrontare sfide artistiche non facili ( si ricorda la sua interpretazione di Gli ultimi saranno gli ultimi, in cui proponeva cinque personaggi diversi). Un duo fantastico, affiatato e brillante, nonostante sia la loro prima volta insieme in scena, operazione da ripetere. La sapienza attoriale di entrambi permette di assistere a uno spettacolo completo, il cui tocco registico di Riccio è puntuale. «Mi sono ispirato al film di Alberto Sordi Io e Caterina degli anni ’80 – spiega l’attore-regista – lo spettacolo non è solo comico ma racconta anche le costrizioni che la società impone sui nostri modi di vivere». Non solo teatro brillante, infatti, ma un’occasione per riflettere su argomenti sociali molto importanti, uno spettacolo “etico” che affronta temi come la vecchiaia, la libertà, il pregiudizio, la discriminazione.

Da sfondo allo scontro-incontro di questo vecchio e questo robot una scenografia a dir poco “pazzesca”: un'accozzaglia di roba di ogni genere, mobili, fogli, tappeti, tende, scatoloni, bottiglie, suppellettili, elettrodomestici, abiti. Tutta l’esistenza di Orlando, il cui stato di degrado è motivo di interesse e preoccupazione da parte dei servizi sociali, è racchiusa su quel palco. Dal punto di vista tecnico accurato anche il lavoro effettuato sul linguaggio: mentre Orlando è legato alla lingua viva, parlata, dialettale, ricca di modi di dire, di termini fiorentini, quella del robot è priva di inflessione, una voce metallica, registrata, rigorosamente legata a parole da vocabolario, alcune delle quali anche in disuso. L'incomprensione tra i due è inevitabile e genera equivoci esilaranti. Anche in questo caso, se si va oltre la risata, che pure è continua e piena nel pubblico, emerge un altro tipo di distanza, tra chi è talmente attaccato alle tradizioni e alla propria cultura da far fatica a concepire il diverso e chi è impossibilitato a comprendere l'altro perché privo degli strumenti necessari. Di fronte a questa realtà la scelta di Riccio è poetica, seppure irreale. Ma è una conclusione che genera speranza, un invito alla libertà e "all'amore reciproco”, una scelta che lascia aperta la possibilità di superare pregiudizi e costrizioni, di accettare di integrarsi e di integrare chi dimostra resistenza. Una resistenza che a volte è solo una difesa, un modo per non ammettere di avere un limite.

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