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La morte di Fidel: l’ultimo grande protagonista del Novecento Opinion leader

Firenze – Nessuno, da qualunque punto di vista parta e a qualunque parte politica appartenga, può onestamente negare che Fidel Castro uno dei protagonista della storia della seconda metà del secolo scorso, morto venerdì all’età di 90 anni, sia stato un vincitore. Per mezzo secolo, dal gennaio 1959 quando entrò all’Avana a capo dei suoi guerriglieri che avevano sconfitto il dittatore Fulgencio Batista, ha tenuto testa alla più grande potenza del mondo a pochi chilometri dalle sue coste ed è stato un punto di riferimento indiscusso e carismatico in un periodo della storia caratterizzato da forti spinte verso l’emancipazione e le identità nazionali di tanti popoli dell’emisfero meridionale del pianeta.

Certo Fidel e gli 11 milioni di cubani che lo hanno acclamato “Lider maximo” hanno pagato a caro prezzo questa vittoria. La condizione per reggere alle pressioni degli Stati Uniti e della loro politica del “cortile di casa” che deve essere tenuto sotto controllo assoluto è stata una dittatura ferrea e invasiva, una interpretazione del sistema comunista nella sua accezione più illiberale. Il dissenso messo in carcere, un popolo diviso fra esuli e sudditi. Un’economia mono culturale imposta dall’Unione sovietica in cambio del suo sostegno. E tuttavia sotto alcuni aspetti, quelli della sanità e della scuola, l’isola caraibica mostra il meglio dell’eredità del sistema comunista, per il resto condannato dalla storia.

Fidel non ha mai perduto il suo carisma fatto di colpi a sorpresa, di comizi con i quali affascinava seguaci e simpatizzanti come quando arringò i cubani peer un ‘intera notte, il giorno della vittoria della sua rivoluzione e una colomba bianca si posò sulla sua spalla, l’episodio che mandò in giubilo le decine di migliaia di persone che erano andate ad ascoltarlo.

Nei quasi 50 anni di potere (il più lungo di un leader dopo quello della Regina Elisabetta) Fidel sfidò 11 presidenti degli Stati Uniti, giungendo fino quasi al punto di essere lui il detonatore della guerra nucleare nell’anno della crisi dei missili sovietici quando il presidente Usa era John Kennedy e il capo del Cremlino Nikita Krusciov.

Per chiudere l’imbarazzante capitolo della rivoluzione cubana, Wahington favorì un tentativo di colpo di stato con lo sbarco di esuli armati alla Baia dei Porci ottenendo però l’unico risultato di rafforzare l’arcinemico. Poi decise di soffocare la sua economia sottoponendo per decenni l’isola a un embargo commerciale totale che era rimasto l’ultimo arrugginito ferro vecchio della guerra fredda fino a che Barack Obama lo ha rottamato nel 2014 ripristinando le relazioni diplomatiche anche con la mediazione di Papa Francesco.

Stanco e malato ( ha lasciato il potere al fratello Raul nel 2008) Fidel non ha però mancato di ricordare “di non avere mai avuto fiducia nella politica degli Stati Uniti”). Tuttavia, proseguì, “i gravi pericoli che minacciano l’umanità devono aprire la strada a leggi che rispettino la dignità umana”

Questa era la sua natura di rivoluzionario in servizio permanente effettivo. Una personalità e una struttura fisica al servizio delle idee alle quali non è mai venuto meno: “Nessuno può dire se la forza della rivoluzione si disperderà senza Fidel – scrive il New York Times – Ma il suo impatto sull’America Latina e l’emisfero occidentale ha tutte le caratteristiche di durare per un periodo indefinito. Non si può sfuggire al potere della sua personalità nel meglio e nel peggio, non soltanto a Cuba, m in  tutta l’America latina”.

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