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La nave di Punzo da Volterra punta dritta su Shakespeare Spettacoli

Firenze – La nave di Armando Punzo da Volterra punta dritta su Shakespeare. Raccoglie la ciurma, gli attori detenuti e gli spettatori convenuti, e si arena sull’isola di Prospero: “Ha da’ passà ‘a tempesta”. L’ultimo capitolo della Compagnia della Fortezza va in scena come una ventata di calore drammatico nel cortile del carcere. E non solo per la temperatura africana che ci avvolge di questi giorni. Punzo, col titolo Know Well, agita le sue vele alla ricerca del Sacro Bardo. Che, inafferrabile, si concede a sprazzi, onda su onda, ragnatela di voci e battito cardiaco sincopato. Al rallentatore. Accolti al centro da un grande letto, disordine kafkiano e santuario borghese, isola nell’isola, la grande madre terra che accoglie alla fine gli sparpagliati eroi, perlustriamo lo spazio.

Tutt’intorno, gettate a caso, è un cimitero di croci, piccole e grandi, una selva sghemba di grucce dove appoggiare, e immolare, la propria “parte”. Noi e loro. Il regista demiurgo guida la partitura, eccita i personaggi, li risveglia dal loro muto torpore, ne intercetta i vagiti, ne raccoglie i sospiri, ne sollecita la confessione. Tutto avviene, con lentezza e grandezza, nell’attesa della “messinscena”. Ma il meccanismo è complesso. Qualcosa ci dice che resterà sospeso. Come la musica di Andrea Salvadori, tocchi minimal e slanci lirici deformati e ossessivi. Punzo crea figure letterarie, uomini libro, pagine sparse, mozziconi e brandelli, e srotola una cerimonia segreta, come mossa da trame sottili e misteriose pulsioni. Naturalmente Shakespeare c’entra e non c’entra. E restano appese al gancio dell’indeterminatezza le figure più note come le creature più nobili o i talenti più riconoscibili. C’entra naturalmente la determinazione di Punzo a leggere il “suo” teatro del mondo da questo avamposto volterrano di disagi e feritoie. La resa allora, il risultato finale dell’allestimento, non può non essere frammentata e disperso, sfuggente e imperfetto. Incapace di darsi la vita e di comunicarla agli altri. Monadi sparse e cellule inesplose. Così che all’”animatore” di questa festa mobile e crepuscolare di Volterra Teatro 2015, non resta che strappare le pagine del grande libro della vita e accettare l’impotenza. La sua, la nostra? Ci sarà spazio e tempo e voglia per una ripresa? Sembrerebbe di sì. Il bimbo che entra in scena spingendo un gran globo terrigno come un cerchio o una corda, lascia scampoli di speranze e sensazioni di avvenire.

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