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La Novella de’ Gatti, interpretazione Rubriche

Il triplice tentativo:
– la madre e la sorella brutta la vessano in ogni modo per imbruttirla e lei diventa sempre più bella;
– la mandano dalle fate perché la graffino irreparabilmente e lei ottiene ricchi doni e una stella in fronte;
– la chiudono in un tino per poi riempirlo di olio bollente e lei sposa il figlio del re che elimina definitivamente le rivali.
Come un sogno è comprensibile come storia intrapsichica del sognatore, così una fiaba è interpretabile come specchio di una complessa e decisiva vicenda di un singolo soggetto, dal punto di vista della sua realtà psichica, anche se i personaggi sono presentati come esterni: una vicenda che tocca le corde più intime di chi narra e di chi ascolta, senza ferire.
In questa il padre manca, non è nemmeno nominato, mentre la madre, che ha un alter ego nella sorella, brutta e cattiva come lei, non ha limiti nel vessare Caterina: la protagonista buona e bella, deve sottostare alla loro volontà, come Cenerentola con la matrigna.
Quando è costretta a lasciare la casa per avventurarsi nel bosco fino alla dimora delle fate, Caterina ha paura e piange: nelle fate potrebbe incontrare nemiche anche superiori alla madre e alla sorella.
Il vissuto di una figura materna che intralcia ingiustamente la propria crescita, fino a impedirla, riguarda tutti, come la ricerca di una figura materna illimitatamente accogliente: le donne spesso vedono la prima nella suocera, la seconda nella madre. L’incontro fiabesco con fate pericolose o streghe che donano oggetti magici costringe il soggetto a confrontarsi con la sua percezione ambivalente della madre.
Lungo la via un vecchio male in arnese le chiede qualcosa e lei si ferma e accetta di prendersi cura della sua testa che prude: passa un po’ di tempo a ‘guardargli i capelli’, ma non lo umilia, e gli dice che ha trovato oro e perle, non i più probabili pidocchi. Il vecchio è una figura paterna, che alle soglie del bosco, regno della natura e quindi della madre, le dà le istruzioni indispensabili per incontrare le fate: aiutare i gattini, chiedere il minimo quando viene offerto anche il massimo, e badare a non danneggiare la scala di accesso alle stanze delle fate. Le istruzioni del vecchio le insegnano a placare la collera materna esprimendo umiltà e capacità di portare aiuto.
Una delle scene più belle della fiaba è quella dei gattini che vanno a dire al Gatto Mammone come li ha aiutati Caterina. Fare le faccende significa prendersi cura dei corpi, pulendo la casa e preparando il suo nutrimento: non si tratta letteralmente dei lavori di casa, ma della capacità femminile di rendere e mantenere abitabile la casa, dove le persone tornano per nutrirsi e riposarsi, il contenitore del corpo e della vita affettiva.
La sorella brutta fallisce lo stesso percorso sia perché non avendo paura né sofferenza sottovaluta la prova e non pensa di aver bisogno dell’aiuto di chi incontra per via, sia perché copia il movimento dell’altra, non avendone uno proprio.
Caterina dopo aver incontrato le fate è bellissima e splendente: significa che è sbocciata, e la sua fioritura viene vista dal figlio del re, che la chiede in sposa. A questo punto la madre e la sorella invidiose vogliono di nuovo rubarle quel che è suo, eliminandola per sempre, e il principe, il maschile, non è in grado di scoprire l’inganno chiuso nelle relazioni femminili. Ma i gattini beneficati, legati alle fate e al Mammone, cantano miagolando che la sposa che sta prendendo non è quella giusta, come gli uccellini nella favola di Cenerentola dei Fratelli Grimm.
Il Gatto Mammone ha genere maschile e ricorda nel nome la mamma, ma potrebbe rimandare anche a Mammona, nome del diavolo, o alla parola araba maimon, che significa fortunato, propizio. Nel luogo della potenza arcaica del femminile Caterina ha saputo come fare, seguendo i consigli paterni del vecchio di cui si è presa cura: i gattini che ha aiutato nelle faccende la salvano dall’olio bollente.
Il principe porge ascolto alla loro piccola voce e con la sua autorità dà alle rivali quel che avevano destinato a Caterina: non si tratta di una morte in senso letterale, ma dell’eliminazione definitiva delle parti invidiose e distruttive.
Nella vita quotidiana, la tenerezza che si dà e si riceve nel rapporto con un animale domestico può aiutare a superare un difficoltà: è una creatura vicina alla natura, alla madre terra, attraverso la quale ci si può prendere cura di una parte che si è ferita nella relazione con la madre, che non sappiamo medicare in altro modo. In attesa che il dolore esca dal mutismo e trovi aiuto e parola, come i gattini nel finale di questa novella.

Adalinda Gasparini

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