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La partita di Monti: rimettere i conti in ordine e stabilità Opinion leader

Beh, ammetto che una tale impostazione non mi trovad’accordo sia quando viene fatta da sinistra (la trovo ideologica) sia quandoviene fatta da destra (la trovo ipocrita). Cosa si può dire di queste, pur schematiche,rappresentazioni del personaggio Monti.Veniamo alla prima. In effetti è vero che la necessità di dare il Governo del paese in mano ad un tecnico è il segnale, forse più evidente dal punto di vista istituzionale, del fallimento della politica. E non credo che sia solo un problema legato alla crisi economico-finanziaria che purè stato messo in evidenza in maniera, in qualche modo anche offensiva, dalla lettera della Bce e dai comportamenti non sempre “eleganti”, nei confronti dell’Italia, dei cancellieri francese e tedesco. La crisi della politica è anche palpabile dalle cronache dei disastri del maltempo in questi giorni in zone, peraltro civilissime e istituzionalmente corrette, della Toscana e della Liguria. Gli insulti alla politica e ai singoli politici, spesso incolpevoli di fronte a disastri generati da colpe risalenti a decine di anni addietro, hanno riempito le cronache dei giornali e della Tv. E non hanno risparmiato nessuno. Uno spettacolo qualche volta anche imbarazzante, per volgarità e qualunquismo solo in parte giustificato dalle condizioni personali dei coinvolti nel disastro, ma certamente evocativo di una situazione di delegittimazione della politica  vicina al “non ritorno”.

La deriva del paese non è quindi solo economica, ma anche politica e istituzionale. E quindi non dobbiamo nascondere il vulnus che viene prodotto da un Governo tecnico. E’ un vulnus inevitabile ma anche sopportabile. Come le medicine. Ma come le medicine, utile, se aiuta nel frattempo a prevenire nuove ricadute. Nel nostro caso, se aiuta la politica a ritrovare una propria legittimazione fuori da privilegi di casta e scandali ricorrenti, con un rinnovato ruolo autorevole  e con la possibilità, elettoralmente garantita, di un forte e diffuso rinnovamento della classe politica. E veniamo al secondo punto. Monti un uomo delle Banche. Certo le sue conoscenze e competenze lo hanno portato a fare il consulente nel mondo della finanza e dell’impresa. Ma bisogna accettare l’idea che se si vogliono tecnici di alta qualità ed esperienza, questi abbiano frequentato il mondo dell’economia in posizioni di responsabilità e, diciamolo, anche di potere. Il problema non è quello di essere stato un uomo di potere, ma piuttosto dei modi in cui si è arrivati al potere, come lo si è esercitato e, alla fine, come se ne è usciti. E da questo punto il Monti del mondo degli affari sembra dare il massimo delle garanzie di pulizia morale e di rispetto delle regole. Regole che sono diventate poi, per il Monti responsabile europeo del “Mercato Europeo”, veri e propri elementi di principio da salvaguardare anche di fronte a grossi potentati economici. Il caso della Microsoft è solo un esempio, forse il più significativo dal punto divista “comunicativo”,  da ricordare. Quindi possiamo dire che su questo punto ci sembra inutile insistere: e i critici ci sembrano più affetti da malafede che da eccesso di senso critico. 

Ed infine l’ultimo punto. Monti messo lì per fare ciò che vogliono i poteri forti e continuare l’opera di “macelleria sociale” iniziata da Berlusconi e che, in qualche modo, deve essere conclusa prima di ritornare alla democrazia e alle elezioni. Bene questo è il punto più rilevante, e politicamente interessante, della critica ad un  Governo tecnico in generale ed in particolare al Governo Monti. Secondo questi critici (di sinistra, in questo caso), l’attuale fase politica, rafforzata anche dall’esito del Referendum sull’acqua (e, più in generale, viene, detto, sui “beni comuni”), sta mettendo in prima linea il ritorno della centralità della democrazia, della partecipazione e della socialità dopo anni di riduzione economicistica della vita dei cittadini dovuta ad una subalternità ad una visione ultraliberista dell’economia occidentale. Il popolo sta ritornando attore della propria vicenda sociale e quindi, la fine del Governo Berlusconi, deve coincidere con l’inizio di questa nuova fase. Anche nel Governo del paese. Il governo tecnico è un impedimento al dispiegarsi di questa novità e rischia di approfondire ulteriormente il solco fra paese reale e paese istituzionale. Dietro questa critica ci stanno due valutazioni che giudico profondamente errate. La prima è che le crisi economico-finanziaria dell’Italia  sia ancora gestibile dalla politica. E magari da una politica di chiara “marca sociale”. Insomma, che la crisi spinga oggettivamente il paese verso un  “esito, in qualche modo, rivoluzionario”. Ed invece non è così.  L’Italia è in mano alla speculazione finanziaria che non chiede forti cambi ma soltanto ordine nei conti, stabilità nel governo e rilancio della crescita.

Non sarà facile neppure per Monti, ma almeno si può provare a “giocare” la partita. Troppo poco? Può darsi. Ma dato il punto a cui siamo, è il massimo a cui può ambire un democratico vero e un cittadino qualunque  che tiene al proprio paese. La seconda, molto connessa alla prima, è l’idea che un nuovo Governo, appunto sorto sulla spinta sociale in atto, potrebbe fare chissà che di alternativo. Si parla di ribaltare la piramide (della distribuzione del reddito). Si pensa insomma che un qualche Governo possa rimettere in discussione la struttura dei redditi del paese a vantaggio delle classi più povere. Cosa che, appunto, il Governo Monti non si prefigge. Ma davvero qualcuno crede a questo? Le risorse pubbliche decrescenti spinte in basso dal peso crescente del debito e dall’esigenza di rilanciare lo sviluppo, e quindi le componenti più innovative della società, non lasciano grande spazio alla redistribuzione del reddito. Il tema è semmai di creare più sviluppo e quindi più reddito e, attraverso quella via, togliere dalla povertà grandi masse di lavoratori oggi inoccupati.  E questo rilancio, insieme a strumenti di liberalizzazione dei mercati, passa da una minore tassazione delle imprese e del lavoro che sarà consentita da uno spostamento del carico fiscale sui patrimoni, sui redditi evasi  e sulle rendite da capitale. Ma molti spazi in più non ne vedo. Non vedo grandi rilanci in tema di pensioni minime, di aiuti alle fasce più povere e di allargamento del welfare verso i cosiddetti nuovi bisogni. Penso proprio che senza crescita, e questo è il primo obiettivo, non ci sarà grande spazio né per la redistribuzione né per l’allargamento dell’intervento dello stato a sostegno dei “beni comuni”. 

Certo c’è la via della riduzione dei costi della politica, delle maggiore tassazione dei redditi più elevati e della lotta agli sprechi: certo tutte cose fattibili. Ma che in termini di rilevanza economica rappresentano solo poche, scarse, “briciole”. Sicuramente importanti dal punto di vista del “segnale politico” e certamente più rilevanti come area di “propaganda politica” per quei politici e quei partiti che accrescono i propri consensi con la “vendita di fumo”. Ma sono certo che da lì non verranno quelle risorse con le quali, i critici del “minimalismo” del Governo tecnico, sperano di rifondare la struttura delle classi sociali in Italia.

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