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La Pira e Bilenchi: la politica al di là delle strettoie ideologiche Opinion leader

Firenze – A pensar male a volte ci si azzecca, sentenzia un vecchio modo di dire. Questa è la riflessione che è sorta spontanea nella mia mente quando sono andato a visitare la bella e interessante mostra si “Firenze anni Cinquanta. La Pira e Il Giornale del Mattino di Bernabei”, in corso fino al 3 maggio presso l’Archivio storico del Comune, in via dell’Oriuolo. La mostra è a cura del prof. Pierluigi Ballini, apprezzato studioso anche di vicende locali, ma non in un senso banalmente folcloristico, bensì con il rigore dello storico.

Come si sa, nel 1951 del secolo scorso Giorgio La Pira soppiantò il comunista Mario Fabiani alla guida dell’amministrazione comunale fiorentina. La coalizione centrista e conservatrice fiorentina aveva pensato alla figura di La Pira, non ancora popolare come lo sarebbe diventato anni dopo, ma considerato già abbastanza di richiamo, per defenestrare Fabiani, che nel quinquennio del suo governo di Palazzo Vecchio aveva amministrato molto bene, con grande fervore operoso e che, anche per i i suoi modi garbati, era apprezzato perfino negli ambienti aristocratici cittadini.

Questi calcoli non si rivelarono sbagliati: La Pira infatti fu eletto. Ciò che una parte consistente di coloro che lo avevano proposto non aveva calcolato fu che tipo di sindaco sarebbe stato. Non trascorse infatti molto tempo perché essi amaramente si accorgessero che La Pira aveva sì soppiantato Fabiani, ma che la sua politica amministrativa si poneva in qualche modo, per alcuni aspetti,  nel solco tracciato dal sindaco comunista.

Non solo egli proseguì  come era ovvio nell’opera di ricostruzione delle opere pubbliche distrutte o danneggiate dalla guerra, a cominciare dai ponti sull’Arno fatti saltare dalle truppe tedesche in ritirata, la sua azione si caratterizzò in modo molto chiaro per come affrontò la crisi di alcune fra le più importanti industrie cittadine: in una rapida successione la Fonderia delle Cure, la “Pignone” e la “Galileo”. Cioè in un modo che aveva come obiettivo principale la sorte di queste industrie e il lavoro dei dipendenti, operai, tecnici e impiegati.

Ma Giorgio La Pira, come si sa, fin dai primi tempi del suo mandato, non si limitò a distinguersi per la sua politica sociale, egli infatti fece di Palazzo Vecchio uno snodo importante di politica internazionale. In un periodo caratterizzato dalla guerra fredda e dalla forte contrapposizione tra diversi sistemi politici, egli fece di Firenze, nota nel mondo intero per la sua storia e le sue bellezze artistiche e monumentali, un centro propulsore di politiche di amicizia e di pace tra i popoli.

Testimonianza di questo restano tuttora i Convegni per la pace e la civiltà cristiana, quello dei Sindaci delle Città capitali che mise a confronto i primi cittadini di numerosi importanti capoluoghi dell’Est e dell’Ovest, dell’Oriente e dell’Occidente e, infine, i Colloqui del Mediterraneo.

Ce n’era a sufficienza per imbarazzare una parte consistente delle forze politiche che lo avevano voluto come sindaco della città ed infatti ben presto tutta la stampa conservatrice nazionale e locale fece di La Pira uno dei suoi bersagli preferiti. Alcuni giornali arrivarono  a definirlo “il bolscevico bianco” . E il giornalista Edilio Rusconi, in un articolo apparso sul settimanale illustrato “Oggi” parlò di “pericolosa svolta dei cattolici fiorentini.”

Non si deve tuttavia pensare che l’operato di La Pira non creasse un certo scompiglio anche nel fronte opposto, cioè tra i comunisti e i socialisti, in specie tra i primi. Testimone autorevole di questo stato di cose è lo scrittore Romano Bilenchi, che in quegli stessi anni dirigeva “Il Nuovo Corriere”. Ecco quanto scrive in proposito nel suo ultimo libro “Amici”.

“Quando La Pira divenne sindaco, Fabiani e io (apertamente, anche sul giornale che dirigevo) cercammo di aiutarlo. Sapevo che sarebbe stato stato sindaco come era uomo – ne ero amico da tanti anni: l’avevo conosciuto subito dopo il 1930 al Frontespizio – con la sua fede, le sue passioni. Uno di quegli anarchici medioevali, seguaci solo di Dio. Egli sapeva che non vivevamo nel Medioevo, conosceva i problemi di oggi e tutto quello che aveva lo dava ai poveri, che stavano in cima ai suoi pensieri: ‘il capitale è un furto’, diceva inaugurando il suo corso universitario…”

Forse era la prima volta che un sindaco da poco eletto non fosse osteggiato, addirittura trovasse aiuto e sostegno in colui cui aveva sottratto l’incarico e il potere che ne derivava. Come si è detto non tutti, specie tra i comunisti, si mostrarono subito disposti a considerare La Pira e la sua azione non esclusivamente secondo l’ottica dell’ opposizione. Dovette trascorrere del tempo prima che ciò avvenisse.

Perché all’inizio di questo articolo abbiamo rievocato il vecchio detto secondo cui a pensar male a volte ci si azzecca? Che le reazioni suscitate dall’azione di La Pira in seno alla sua stessa maggioranza, e le accuse mosse contro di lui di non distinguersi da chi lo aveva preceduto nell’amministrazione comunale fiorentina non fossero, toni a parte, del tutto infondate ce lo conferma ancora una volta Romano Bilenchi nel prosieguo del suo scritto apparso su “Amici”.  “Era stato La Pira stesso – scrive Bilenchi – a chiedere il sostegno ad alcuni esponenti dello schieramento opposto al suo. Convinto della nostra buona fede, si consigliava spesso con noi: diceva di aver costituito una giunta segreta formata da lui, da Fabiani, da Tristano Codignola (quest’ultimo esponente autorevole della sinistra del Psi – n.d.r.) e da me.”

Questa  alleanza all’apparenza sorprendente era tutt’altro che casuale. Perché tutti e quattro i personaggi prima menzionati, La Pira, Fabiani, Codignola e Bilenchi, pur tenendo fermi i loro orientamenti politici di fondo, non erano prigionieri delle strettoie ideologiche e delle rispettive appartenenze.

Foto: Romano Bilenchi

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