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La politica e i partiti sono un valore aggiunto per la società Opinion leader, Politica, Società

Io non sono d'accordo. In una società complessa e fortemente parcellizzata nei comportamenti, negli obiettivi e nei valori, la politica e i partiti sono invece un elemento di semplificazione. Non tanto se si guarda alle “procedure interne”, di funzionamento, della politica e dei partiti quanto se si guarda alla funzione che questi giocano nella risoluzione delle mille conflittualità e microconflittualità sociali.

Intendiamoci, quando parlo di politica e partiti, non parlo specificatamente di come questi si sono conformati oggi nel paese. Credo che nessuno può pensare di considerare l'attuale situazione italiana della politica e dei partiti come, non dico ottimale, ma neppure accettabile. IL distacco fra eletti e popolazione, l'autoreferenzialità crescente, il venir meno in larghe parti della politica di riferimenti ideali e di rispetto della moralità pubblica (e purtroppo anche di una, minimamente adeguata, moralità privata) sono alcuni dei principali elementi che fanno parlare di una situazione di emergenza.

Una situazione di emergenza che necessita di riforme e di cambiamenti che non si possono risolvere in semplici maquillage. I risultati delle recenti elezioni sono, da questo punto di vista, un elemento rivelatore di questa emergenza: il basso tasso di partecipazione al voto, la scelta di liste e programmi fortemente, se non esclusivamente, di protesta e la mancanza di empatia fra il popolo e la politica (registrato anche fra i militanti dei diversi partiti e le loro rappresentanze!) sono segnali inequivocabili della crisi.

Ma detto questo, posto il problema della esigenza pressante, e non più rinviabile, di un cambio di sistema, occorre evitare che si affermino, insieme alla giusta critica della situazione attuale, tendenze che richiamano un mondo senza politica e senza partiti dove si intrecciano filosofie avveniristiche di democrazia diretta con filosofie ultraliberiste che inneggiano allo stato minimale (e quindi alla “politica minimale”).

La complessità della società, il suo essere  un'aggregato non  più organico di individui, di gruppi e di “famiglie” che si muovono e si ridislocano continuamente secondo appartenenze e identità “liquide” e non necessariamente “strutturali”, richiede invece per un buon funzionamento elementi di coordinamento, o forse meglio di organizzazione, che implicano e non escludono la politica e i partiti dal contesto sociale.

Non passa giorno, e non solo parlando dei grandi temi sul tappeto come il sistema finanziario, la riforma del lavoro o la riqualificazione del sistema produttivo (solo per citare i più importanti e i più impellenti!), che non emerga dal sistema  un groviglio di criticità, di lotta di interessi contrapposti e di disallineamento dei punti di vista fra i diversi raggruppamenti sociali. Qualche volta si tratta di interessi reali, oggettivi, che si contrappongono e certe volte si tratta invece di differenze che derivano da diversi riferimenti culturali, punti di vista filosofici e approcci di tipo ideologico.

Ma in ambedue i casi rimane una profonda incapacità del sistema a convergere verso un equilibrio soddisfacente, per i singoli, per i gruppi e quindi per l'intero corpo sociale (concordando sul fatto che ci si sia poi, alla fine, anche un interesse generale del paese che non è rappresentato solo dalla somma degli interessi dei singoli).

E questo processo non è né avviabile ne' risolubile attraverso scorciatoie che non richiamino, in ultima istanza,  la politica e i partiti. Non vale infatti ne' il democraticismo estremo, che rimanda sempre ad un “popolo sovrano” a cui viene demandato di risolvere le contraddizioni del sistema a colpi di partecipazione e maggioranze. E questo sia perchè il sistema maggioritario non è sempre la migliore soluzione dei problemi (mentre è uno strumento accettabile quando si parla di far riferimento a “programmi di massima”, di tipo strategico: appunto il mandato elettorale). Sia perchè genera, a fronte di un popolo non sempre informato e informabile sulla complessità, la spinta a soluzioni semplicistiche fondate più sull'adesione “umorale” che sulla approfondita analisi dei problemi.

Né d'altra parte è una soluzione lo stato e la politica minimale. Perchè dietro ad una logica che lascia allo Stato l'ordine,le regole e la repressione e alla società civile l'azione e l'intrapresa, nasconde poi in fondo la logica del “vinca il più forte”. E il più forte è, nel mercato libero e appena regolato, chi ha di più, chi ha più potere e chi si trova più in alto nella scala economica e sociale.

Ripeto. Su questi punti non c'è bisogno di richiamare i grandi temi all'ordine del giorno dell'agenda politica nazionale ed internazionale. Basta far riferimento alle piccole cose che riguardano la vita di tutti i giorni delle comunità locali.

Leggendo i giornali in questi giorni, le cronache locali di alcune città, mi vengono in mente esempi semplici ma istruttivi.

A Parma, si dice, uno dei temi che ha scatenato la “bagarre” politica locale è stata la realizzazione del Termovalorizzatore. Non intendo entrare nel dibattito sul tema. Non è questa la sede. Ma la mancanza della politica e dei partiti, che possono su un tema come questo istruire le scelte, approfondire i temi e avviare ad una scelta ragionata, è superabile da un approccio diretto con la popolazione? Il referendum la rete e cose di questo tipo?  Penso, oggettivamente, che nessun impianto energetico del paese sarebbe stato fatto. E nessun nuovo impianto verrà fatto se questo diventa il modello decisionale. Cioè il rapporto fra il beneficio di una “comunità ampia” (area vasta, regionale, nazionale) e di un interesse di lungo periodo (la gestione dei rifiuti) e la scelta immediata di una piccola comunità locale che si interessa di un tema “qui ed ora” non può che portare una popolazione razionale a dire NO.

A Firenze emerge un contrasto fortissimo fra cittadini che vogliono dormire e giovani che si vogliono divertire nei locali fino ad ora tarda. Due interessi legittimi. Ma se ognuno pone i propri interessi come “non trattabili”  cosa diventa la convivenza in una città. La politica e i partiti (laddove funzionanti) sono il luogo dove sorge una coscienza collettiva. Dove gruppi dirigenti “allargati” tentano di trovare soluzioni e non solo porre, con forza, i problemi.

Insomma due esempi. Ne potremmo trovare a decine nelle nostre città. E poi, ancora di più e più complessi, nelle regioni e nel paese. Tutti problemi che richiamano la necessità, in una società complessa, di più politica e di più forti partiti. Quelli veri. Dove si discute. Dove c'è democrazia. Dove c'è partecipazione e dove si formano veri e diffusi gruppi dirigenti a tutti i livelli. Non quelli che acclamano e osannano un capo. Quelli servono solo a radicalizzare la società e a creare un paese di sudditi.

Bisognerebbe che questo tema venisse riproposto nel dibattito sul futuro del nostro paese. Prima che spinta dal caos, dall'ingovernabilità di sistema e dagli insanabili e insolubili conflitti sociali, una comunità esasperata dai problemi e eccitata da linguaggi e filosofie semplificatrici si riaffidi un'altra volta al demiurgo di turno che promette ordine e benessere e, perchè no, felicità e posti di lavoro per tutti.

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