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La prima grande rivoluzione del calcio degli ultimi 50 anni Opinion leader

Firenze – Ma che succede nel calcio? Forse la prima vera “rivoluzione” da cinquant’anni a questa parte. Rivoluzione tanto più tale quanto poco conclamata, annunciata, vantata con altisonante propaganda. È una rivoluzione sotterranea; anzi, se quella di Sacchi contava come “rivoluzione filosofica”, questa è una contro-rivoluzione del doing and then thinking, del primato del fare sul filosofare, della ragion pratica sulla ragion pura.

Infatti. Provate a valutare, dopo le partite di domenica, il 4-0 del Lecce sul Torino, il 2-0 del Tottenham sul City, il 4-2 del Sassuolo sulla Roma con quelli che sono stati per lustri i nostri frame mentali: calcio da “grande” squadra vs. calcio da squadra “provinciale”; gioco d’attacco vs. gioco “catenacciaro” e contropiedista; calcio champagne vs. calcio sparagnino; giochisti vs. risultatisti; calcio fisico vs. calcio ragionato e tattico; allenatori “innovatori” vs. allenatori “conservatori”.

Il 6 marzo 2016, il grande filosofo Sacchi così sentenziava, e tutti avremmo consentito: “C’è un drappello di allenatori che sono geni, innovatori: Di Francesco, Spalletti, Sarri, Paulo Sousa e Giampaolo”, dando ovviamente per scontato che il modello assoluto di innovatore era Guardiola. A distanza di solo tre anni, alla prova dei fatti, si dovrebbe dire Fonseca meglio di Di Francesco, Conte meglio di Spalletti, chiunque meglio di Sousa, Pioli meglio di Giampaolo e, ci giurerei,… Allegri meglio di Sarri.

Per finire con l’ineffabile immenso trasformista Mou meglio di Pep! Certo, a Lecce ha vinto un calcio spavaldo, più strategico che tattico, contro un calcio sclerotico, depresso, tatticamente bloccato, improponibile anche ai tempi di Oronzo Pugliese (ho sentito Graziani a una radio che si chiedeva che se ne fa Mazzarri di sei attaccanti da Nazionale se ne mette in campo uno solo!?).

Ma a Londra ha vinto un calcio opportunista e fisico contro il calcio più tecnico del mondo; mentre a Reggio Emilia ha vinto il calcio del futuro, quello liberatorio, senza schemi e senza patemi, contro il calcio di una “grande” che, pur in evidente progresso di gioco rispetto al passato, non riesce ad essere sufficientemente…”provinciale”.

Già, perché, a quanto pare, è proprio la connotazione del termine “provinciale” che oggi è d’obbligo rivedere. Verona, Lecce, Cagliari, Brescia, Sassuolo, ma anche Genoa, Udinese, Spal (per non dire dell’Atalanta) sono squadre che giocano bene a calcio e possono fare risultato, anche clamoroso, contro le più blasonate. Ma non giocano soltanto in difesa, non sono sparagnine, non disdegnano la tecnica, anzi, sembra che la esaltino nella spensieratezza e libertà che concedono a tutti i giocatori in campo di esprimere.

La grande vera innovazione dei Klopp e dei Gasperini, evidentemente imitata tentativamente da tanti, non è stata una innovazione tattica (niente di nuovo in un 4-3-3 quasi scolastico del Liverpool e nel 3-4-3 con marcature a uomo di Gasp), ma di concetto e psicologica: si fa una squadra dove conta più di ogni altra cosa l’organizzazione e la disponibilità dei singoli a essere sempre con la testa in campo, meritando come premio la fiducia e di giocare nella posizione più congeniale (se la trovano da sé in campo), con una quasi assoluta libertà di interpretare le situazioni della partita.

I campioni contano meno dei giocatori normali (e giovani!) che si mettono a disposizione dove e come meglio riescono per le loro qualità naturali (oggi, caro Sarri, bisogna constatare che la Juve gioca meglio senza Ronaldo. Solo che Allegri aveva capito che Ronaldo poteva vincere le partire da solo e, da risultatista e da azindalista, si era adeguato…Ma non diciamo, per carità, caro Adani, che Allegri non sa far giocare le squadre! Andatevi a rivedere il Milan che portò allo scudetto con Ibra, Pato, Robinho e Boateng all’attacco, e ditemi se avete mai visto nel calcio italiano schemi offensivi così nuovi ed efficaci, soprattutto per quei tempi!).

Guardate, io dico così perché non so che altro dire. La mia è un’analisi fenomenologica e le mie sono poco più che impressioni confuse. So che c’è di più, e c’è di più anche di teorico, dietro queste assolute novità nel calcio di oggi. Ma so anche che molti, anche tra i presidenti e i responsabili dei settori tecnici, come me riescono soltanto a intuire quello che è bene, ma non a “saperlo” e applicarlo scientificamente. Una intuizione condivisa, forse anche per convenienza, è che non si deve rincorrere il campione per essere grandi; né l’allenatore blasonato per avere sicurezze (vedi la fine degli Ancelotti, Valverde, Lopetegui, Emery e Mazzarri e le fortune recenti dei Liverani, Juric, Arteta, Lampard, Longo…).

Un’altra intuizione condivisa è che non bisogna ascoltare i tifosi animosi, beceri e incompetenti (quando non mafiosi) che sanno loro chi deve giocare e quale allenatore serve (il calcio inglese sia un esempio e, in Italia, la Lazio; che non ci mette un attimo a svuotare le curve che contestano e a fare una campagna acquisti in un mercato di gennaio che potrebbe preludere a un incredibile scudetto senza comprare nessuno e vendendo tre giocatori di cui uno, Berisha, a trenta milioni quando è arrivato a costo zero. La Gazzetta di oggi ci conta il patrimonio giocatori della Lazio che da 120 milioni di partenza è ora di 500 milioni, e solo perché Radu, Lulic, Parolo sono a scadenza di contratto…! Ci si scommette che il tifoso è indispettito da tanta spilorceria?).

Ovviamente ho premesso tutto questo per dire qualcosa della “nuova” Fiorentina. Credo che sia la squadra più lontana dall’aver capito dove va il calcio. Ha il solito presidente coi soldi che non sa dove mettere e troppo gradito alle curve per spenderli bene (ricordo quando i Della Valle vennero in simpatia, dichiarando di voler “moralizzare” il calcio e voler costruire una grande Fiorentina esemplare e pochi mesi dopo erano a cena con Corvino e gli arbitri, con il plauso dei tifosi!); ha il settore tecnico inefficiente e pavido per imporre con coerenza un progetto; e ora ha un allenatore che neanche in serie B… Ma a Firenze basta che i tifosi abbiano quello che vogliono!

Per tre anni abbiamo sopportato Sousa e Corvino che hanno sperperato una squadra da scudetto (il povero Pioli ha fatto una comparsata impalpabile e dignitosamente se n’è andato) e dai tifosi non si è sentito un mugugno. Ora a furor di popolo si è “voluto” il cambiamento radicale a inizio impresa, come si è voluta la cessione di Simeone e l’intoccabilità del simbolo Chiesa; ma il popolo non sa quello che ha fatto. E siccome non lo so bene neanch’io, aspetto a dare un giudizio affrettato. La storia recente, però, ci dice che il calcio va in tutt’altra direzione, e che noi a Firenze si può solo sperare che faccia marcia indietro.

Foto: Jürgen Norbert Klopp

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