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La Rai rinuncia al canone per pc, smartphone e tablet Internet, Società

 Riassunto delle puntate precedenti: andando a ripescare un Regio decreto del 1938, secondo cui “chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni” doveva esser soggetto al versamento di una tassa, la Rai, dagli schermi del decreto Salva Italia, aveva fatto sapere che sarebbe stato richiesto un pagamento di un abbonamento speciale su qualsiasi apparecchio in grado di ricevere, anche attraverso Internet, trasmissioni radiotv fuori dall'ambito familiare.
Apriti cielo. Imprenditori e liberi professionisti sul piede digitale di guerra: ma come, era il tono esterrefatto e indignato dei messaggi che hanno preso subito a fioccare sul Web, noi coi quegli strumenti, il tablet, il pc, lo smartphone, il cellulare, ci lavoriamo (sottinteso: mica ci guardiamo la farfallina di Belen) e voi ce li tassate pure? Andando peraltro a ripescare decreti del re, che è sparito quasi settant'anni fa?
Le invettive sconfinavano nella satira più irriverente, scroscianti i giochi di parole: “Se ho un wc collegato a Internet devo pagare il canone?” era il commento sgomento di un abbonato. La Toscana subito in prima fila nella rivolta (“Spegnamo la Rai” il grido di guerra): da tutte le province sono partite all'istante petizioni online e raccolte di firme promosse dalle associazioni di categoria. «Siamo alla follia», aveva commentato Fabio Banti, presidente di Confartigianato Imprese Pisa, «protesteremo finché non sarà fatta giustizia». E subito aveva aderito a «un'iniziativa che è stata promossa in ogni provincia della Toscana per chiedere un'immediata inversione di rotta al governo rispetto alla richesta di pagamento di questo canone speciale Rai.Una richiesta assurda che obbliga chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni al pagamento del canone di abbonamento. In questo momento di grave crisi delle aziende abbiamo bisogno di tutto tranne che di un altro onere così pesante e ingiustificato ».E sottolineava, tra l'altro, una contraddizione nell'operato del governo, che da un lato «incentiva la semplificazione burocratica per le imprese promuovendo la comunicazione in forma telematica», dall'altro «decide di tassare quegli stessi strumenti di lavoro necessari all'innovazione e all'espletamento delle pratiche che i nostri imprenditori utilizzano abitualmente».
Nel giro di una manciata d'ore, il web ha scatenato l'inferno contro l'inopinato balzello. Alla fine la Rai ha dovuto fare marcia indietro: imprenditori e liberi professionisti non dovranno più versare la tassa richiesta, a meno che i computer non siano usati solo come televisori. Una resa incondizionata, insomma. Pare sia stato decisivo l'intervento diretto del ministero allo Sviluppo Economico, che ai vertici Rai ha proposto una propria convincente, calzante interpretazione di quel Regio decreto tornato di colpo alla ribalta dei palinsesti. La Rai, persuasa dalla prospettiva indicatale, in un comunicato ha fatto sapere di “non aver mai chiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone». Un malinteso, più o meno.
Pericolo scampato? Pare di sì. Tra mamma Rai e gli internauti per lavoro è pace fatta. Le migliaia e migliaia di firme raccolte dalle petizioni, tra cui quelle arrivate alla posta elettronica di Confartigianato Imprese Pisa («Nel giro di pochissime ore abbiamo raggiunto un numero elevato di adesioni da parte di imprenditori e studi commerciali di tutta la provincia», faceva sapere ieri l'ufficio stampa dell'associazione pisana), per ora possono essere riposte nelle loro fondine virtuali.

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