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La regina del reggae: l’Africa, Bob e una leggenda da coltivare Società

Sorridente. Avvolgente e coinvolgente. Rita Marley è una star che sprigiona simpatia a tutto tondo. Sgargiante nei colori dell'abito etnico. Giallo, arancione e verde. Vistosa la classica capigliatura aggrovigliata nei dreadlocks. Consapevole del suo ruolo “istituzionale” di portare avanti, tramandare e ingrandire il “culto” di Bob Marley. Una eredità quanto mai enorme che svolge con devozione e nel nome della solidarietà. In concomitanza con l'uscita del film “Marley” nelle sale italiane ci ha rilasciato questa intervista.

Lei è da anni impegnata in progetti di solidarietà in Africa, ce ne può parlare?
Il mio impegno a favore dei poveri in Africa è nato durante una tournè in Ghana. Circa vent'anni fa. Allora decisi di andare in giro per il paese e vedere con i miei occhi come la gente sopravvive in quel contesto di estrema povertà. Da quelle persone ho ricevuto un'accoglienza calorosa, mi sono sentita obbligata a ricambiare la loro ospitalità, il loro amore e così decisi di aiutarli. In tutta onestà non avevo mai fatto una cosa del genere.

Nel particolare di cosa vi occupate?
In un piccolo villaggio nell'ovest del Ghana ho ricevuto il titolo onorifico di Regina Madre. Quindi ho cercato di capire che cosa potessi fare per loro, quali fossero i bisogni primari e grazie ai medici giamaicani abbiamo dato vita ad un primo progetto sanitario per i bambini e per la prevenzione alla diffusione dell' HIV. In questi anni abbiamo costruito un pronto soccorso e una scuola nello sperduto villaggio di Konkonuru.

Il suo, come del resto quello di Bob Marley, è un legame molto forte con la Terra Madre?
Con la mia fondazione e quella che porta il nome di Bob Marley facciamo quello che è nelle nostre possibilità per aiutare la gente in Africa, in particolar modo i bambini. La cosa più bella della vita è condividere con gli altri l'amore, proprio come cantava Bob Marley: One Love, un solo cuore, mettiamoci insieme e sentiamoci bene.

Il primo incontro con la leggenda del reggae?
La prima volta che ho incontrato Bob Marley di persona ho subito pensato che fosse un uomo molto attraente. Un giorno vidi passare, in una via di Kingston, Peter Tosh, Marley e Bunny Wailers già famosi al tempo in Giamaica per il brano Simmer Down. Erano giovani, belli e di talento. Fantastici. Non mi sentivo da meno, ero cresciuta in una famiglia di musicisti, così mi feci avanti per conoscerli e loro mi invitarono al mitico Studio 1. Dove cantai una sola canzone e il giorno successivo incidevo il mio primo disco.

E il feeling con Marley?
Scattò con i primi baci e nel febbraio del 1966 ci siamo sposati. A seguire arrivarono i nostri figli e tanta musica insieme. È stata un esperienza bellissima ma senza la mia ambizione di diventare una cantante di fama internazionale non avrei mai avuto la tenacia di raggiungere i miei obiettivi. Amavo Bob era una persona semplice che aveva bisogno di attenzione, amore e di cure, ero certa che avrei passato con lui il resto della mia vita. Purtroppo, se n'è andato troppo presto lasciandomi delle pesanti responsabilità, soprattutto quella di portare avanti la sua eredità che è molto più del denaro, è mantenere il suo ricordo, comunicare al mondo la sua grandezza artistica. Per me dopo la morte di Bob sia come donna che come donna di colore è stata veramente dura. Ho passato dei mesi difficili, mi sentivo completamente smarrita.

Dove Rita Marley ha trovato la forza per reagire alla scomparsa di Bob Marley?
In Dio. Anche se Bob fisicamente non è più qui con me continuo a comunicare con il suo spirito; nelle mie visione, nei sogni risponde alle mie domande mi conforta, mi dà consigli anche spirituali. Sono sicura che ovunque sia ci guarda e apprezza il mio operato, quello dei suoi figli, della sua famiglia. Perchè come lui diceva sempre: dobbiamo proseguire, non ci possiamo fermare, portiamo avanti la nostra missione fino alla fine.

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