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La Regina Marmotta Rubriche

Dice Giovanni: – “ Che vole, caro padre, fu per via delle nostre donne che s’inventò quella bugia d’aver trovo noi l’acqua della guarigione: ma la verità è, che dalla Regina Marmotta no’ nunci s’andiede e l’acqua e’ l’ebbe Andreino, e gli s’era barattata noi nell’Isola di Buda insenza che lui se n’accorgessi.” – Scrama ’l re: – “ Birboni! E io per causa vostra ho commesso l’ingiustizia di farlo ammazzare il mi’ Andreino. Ah! se nun fusse morto, nun mi troverei ’n questo ’mbroglio. Presto, chiamate que’ du’ soldati, ch’i’ senta da loro se ne sanno nulla, in dove l’hanno seppellito.” – I soldati furno chiamati alla presenzia del Re, e lui gli domandò: – “ Ma che propio vo’ l’avete ammazzato il mi’ figliolo Andreino, siccome i’ vi comandai? Vienitemi sinceri e nun avete temenza. La su’ sepoltura in dove si trova?” – A questa domanda i soldati impauriti si guardorno ’n viso e nun sapevano che rispondere: loro credevano o che il Re lo sapessi che loro nun l’avevan morto Andreino, oppure che lui gli tirassi su le calze per iscoprirgli. Il Re se n’avvedde che c’era sotto qualcosa, epperò disse daccapo: – “ Gnamo, manifestate alla libbera tutto. I’ sono disposto a perdonarvi, ve lo ’mprumetto, parola di Re.” – Allora uno de’ soldati si buttò ’n ginocchioni e gli arraccontò quel che era successo, e ’n quel mentre che lui parlava a quell’altro soldato gli tremava il bubbolino dalla paura; ma il Re dalla grande allegrezza di sentire vivo Andreino e’ prendette per le mane que’ du’ soldati, e gli fece di gran feste per aver uto più giudizio e più compassione di lui, e subbito volse che s’attaccasseno i bandi a tutte le cantonate del Regno, e a chi poteva trovare Andreino lui gli arebbe dato un premio macicano; e difatto ’n poco tempo Andreino ricomparse a casa da su’ padre, e tutti parevan matti dal contento.
Appunto ’n quel mentre capitò un Ambasciatore con una lettera da parte della Regina Marmotta, che badassi bene Sua Maestà di mandare dientro un mese Andreino all’Isola di Parimus, se nun voleva davvero che gli cascassi addosso la guerra; che lei nun poteva farne con di meno d’Andreino, perché lui l’aveva sposata in nel dormire e ’gli era nato un bellissimo bambino, e per questo fatto Andreino era stato quello che aveva libberato la Regina e i su’ sudditi dall’incanto della Fata Morgana; che tutto ’l popolo l’aspettava a gloria per godersi della su’ presenzia e per assistere alle nozze, dovendo Andreino diventare il Re di quelle parti: dunque che Sua Maestà Massimiliano non istéss’ a cancugnarla di più. All’Ambasciatore gli feciano una lieta accoglienza, e quando ugni cosa fu ammannita per il viaggio alla reale di Andreino, lui partì e in poco tempo arrivò all’Isola di Parimus. E’ nun c’era più quel silenzio dell’altra volta, ma dappertutto chiasso e canti di gloria al libberatore della terra; quella d’Andreino fu propio un’entrata trionfale. La Regina steva quasimente sempre alla finestra per vedere la vienuta d’Andreino, e scese giù per ’ncontrarlo in sul portone del palazzo: lui la prese a braccetto e tutt’assieme anderno nella sala del trono, addove, doppo essersi la Regina sieduta alla presenzia della Corte, lei principiò a ’nterrogarlo Andreino. Dice: – “ Chi siete?” – Arrisponde lui: – “ I’ sono Andreino, il figliolo ultimo del Re Massimiliano di Spagna.” – Dice la Regina: – “ Che ci capitasti mai ’n quest’Isola di Parimus? A que’ tempi ’gli era accosì? Che ti successe?” – Arrisponde Andreino: – “ I’ ci viensi a cercar l’acqua per guarire dal male degli occhi il babbo, ora corre l’anno, e i’ dormii con voi, vaga e cortese Regina, il 21 marzo dell’anno 203. A que’ tempi questi loghi erano incantati in nel sonno, e l’isola s’addomandava però l’Isola del Pianto. Prima di partire i’ lassai il mi’ ricordo sul tavolino della vostra cambera.” – La Regina visto e cognosciuto che quel giovanotto ’gli era insenza dubbio il su’ Andreino, corse a abbracciarlo e baciarlo, scramando: – “ Vo’ siete il libberatore mio e del mi’ popolo, vo’ sarete il mi’ sposo per sempre e Re!” – E ’n quel mentre dalla gran tenerezza cascò giù svienuta: ma Andreino la reggè ’n collo e accosì non ci fu altro di male. Mandorno poi a prendere il babbo e tutta la famiglia d’Andreino, e si conclusano le solenni nozze con pompe di giostre, di desinari e di feste da ballo, che ci viensano Principi, Baroni, Cavaglieri e dame da tutte le parti del mondo, e nun si sentiedano per dimolti mesi che soni e canti di gioja e contentezza. Ognuno volse festeggiare la felice libberazione dall’incanto e lo sposalizio d’Andreino con la vaga Regina de’ Luminosi. E quando l’allegria fu finita, la gente arritornò alle su’ case e Andreino rimanette a governare l’Isola di Parimus a lato della su’ Regina per tutto il rimanente de’ giorni che camporno. E ora,
La mi’ novella è qui finita,
Dalla mi’ mente ’gli è partita:
E questo ve lo dico, ’n cortesia,
Dite la vostra, perch’i’ ho detto la mia.

Interpretazione de "La Regina Marmotta"
Motivo comune in tante fiabe popolari, quello del re che per scegliere il successore impone una prova ai tre figli, e quando il più piccolo la supera viene ingannato dai fratelli che lo calunniano, fino a che, con l’aiuto della futura sposa, la verità si fa strada fino a portare al lieto fine.
Qui la cecità del re padre, che non sa riconoscere chi fra i suoi figli meriti di succedergli, è espressa all’inizio, e solo chi sappia risanare questo male regnerà felice e contento. Pensando alla fiaba come allo specchio della realtà psichica di un singolo soggetto, i due fratelli maggiori rappresentano due tentativi, fallimentari, di ottenere una sposa dimenticando il compito di sanare il padre. Un padre cieco impedisce di realizzare il proprio desiderio, e fargli recuperare la vista significa prendersi cura della funzione paterna: significa distinguere fra realtà e illusione, fra verità e menzogna. Alla cecità del padre corrisponde il sonno della futura sposa, una bella addormentata che in questa storia popolare (raccontata più di due secoli or sono a Gherardo Nerucci “da Pietro Canestrino operante”) non si sveglia né con un bacio né con un’intera notte d’amore, ma al momento del parto. Il detto toscano dormire come una marmotta non deve essere estraneo al nome e al sonno letargico del personaggio. Si trova qui una bellissima metafora del femminile, che a dispetto del senso comune può sbocciare in qualunque momento, e può anche non sbocciare affatto, anche se la donna si sposa o vive relazioni con molti uomini. La principessa di una fiaba del Seicento era peggio della Marmotta, non essendosi svegliata nemmeno al momento del parto, ma solo quando uno dei suoi gemelli, cercando il capezzolo, le aveva succhiato il dito facendone uscire la resta di lino che aveva causato il suo sonno, come il fuso pungente della più celebre bella addormentata. (http://www.alaaddin.it/_TESORO_FIABE/FD_Campania_Sole_Luna_e_Talia.html). L’andamento complesso della fiaba corrisponde alla complessità del lavoro necessario al soggetto per arrivare all’autonomia – rappresentata dal regno – e all’eterosessualità esogamica – le nozze: Andreino deve prendersi cura della debolezza della figura paterna, rappresentata dalla cecità, della distruttività rappresentata dai fratelli invidiosi, e della passività della parte  femminile. Il momento in cui lascia sul tavolino della bella Regina dormiente il suo nome e la data della notte che ha passato con lei esprime la sua nobiltà, la sua capacità di onorare la legge, e sarà grazie a questo biglietto che si salverà, quando la regina, finalmente sveglia, lo manderà a cercare.
Spesso ci lamentiamo perché non troviamo giusto che tocchi a noi soffrire e faticare per tanti anni, come quelli di un’analisi, per gli errori e i difetti del padre, della madre, di entrambi. Ma il tempo per recriminare, che spesso dura anni e decenni, non cambia la situazione: la nostra origine è quella che è, non è dipesa né dipende da noi. Possiamo però usare il nostro tempo e le nostre risorse, se lo vogliamo, per cercare di essere migliori, chiedendo indicazioni per procedere dove altri si sono fermati, attraversando la sofferenza e l’oscurità come parte del cammino, e ammirando la bellezza e godendone dove ci si offre.
Gli attanti fiabeschi non recriminano mai: se devono partire partono, anche se non sanno come fare ad arrivare, perché riconoscono che lo spazio e il tempo del racconto è il loro, che qualunque ragione, fuori dal racconto, li abbia portati a quel punto, tocca a loro cercare un rimedio.
Nel viaggio poi non manca lo spazio per il desiderio: Andreino prende la bella addormentata senza chiederle il permesso, però le dà la possibilità di ritrovarlo. Alla fine sarà il re dell’isola meravigliosa che ha riportato alla vita, un po’ per caso un po’ per la sua virtù. Non sono sempre presenti questi due fattori quando un desiderio si realizza?
Capita anche, come in questa fiaba, di non tornare all’origine, dopo aver sanato la malattia del padre si può fare il proprio nido, o, come dicono le fiabe, trovare il proprio regno,  altrove, e vivere… felici e contenti?
Capita, magari per un istante solo, quello in cui le nostre corde sono state toccate dalla fiaba, tanto semplice e complessa che un libro intero non ne esaurirebbe il senso. Queste poche righe vorrebbero riflettere sul suo valore, e sulla ragione per la quale un bambino dimentica la televisione, se il genitore o il nonno gli racconta una fiaba che ama.
Italo Calvino considerava le “Sessanta novelline popolari montalesi” e descriveva questa fiaba, che rinarrò nelle sue “Fiabe italiane” come “…il più ariostesco racconto che sia stato trascritto da bocca di popolano, figliato da non so qual sottoprodotto dell’epica cinquecentesca, non nella trama, che nelle sue grandi linee è quella di una fiaba assai diffusa, e neppure nella fantastica geografia che era pure nei cantari cavallereschi, ma nel modo di raccontare, di creare il ‘meraviglioso’ attraverso la dovizia di descrizioni di giardini e palazzi…” (“Fiabe italiane”, Introduzione, edizioni varie).
Frequentando le storie popolari e colte toscane, narrate e scritte e variate ininterrottamente dal sorgere della lingua italiana all’affermarsi della televisione, si può ammirare la ricchezza dei registri espressivi, più sontuosa di quella del palazzo della Regina Marmotta, l’inesauribile competenza metamorfica delle leggende e delle favole, più avventurosa dei viaggi di Andreino, dove sembrano vivere via via, con vesti vecchie e nuove, personaggi danteschi, boccacceschi, ariosteschi, orientali, arabi, contadini e re e mercanti, e diavoli e santi e divinità classiche.
E loro sembrano letteralmente felici e contenti che li ritroviamo, ogni volta che si riracconta e si riascolta un’antica fiaba, come marionette di una scatola dimenticata delle quali si rinnovano i piccoli abiti per tornare a muoverne i fili.
Basta guardarli e lasciarci guidare dal sentimento che attivano in noi, sospendendo per il nostro spirito critico appena un poco, come sanno fare i bambini: ogni notte lo sospendiamo completamente, addormentandoci, per ritrovarlo intatto al mattino.
Proprio per migliorare la nostra lucidità critica abbiamo bisogno di sospenderla, di lasciarla riposare: di lasciarla vagare con Andreino che rischia di diventare lui stesso cieco come il padre, tra il re di Spagna e la Regina Marmotta, che prima dormiva stregata sull’Isola del Pianto, per chiamarsi alla fine Regina de’ Luminosi (i riferimenti della fiaba pubblicati con la prima parte).

Adalinda Gasparini

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