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La Scomparsa di Adèle Bedeau, l’inquietante banalità del male Breaking news, Cultura

Firenze – Un thriller particolarmente coinvolgente in quanto crea un’atmosfera – attraverso un’incisiva descrizione di luoghi e persone – pervasa da una sottile, crescente inquietudine che sfocia in un finale sconcertante. Con La scomparsa di Adèle Bedeau (Neri Pozza Editore) che offre al lettore la possibilità di eseguire una sorta di “gioco” interpretativo. 

Graeme Macrae Burnet costruisce sapientemente uno scenario che, sotto una patina di tranquilla vita di provincia, è plumbeo o meglio, avvolto da una cortina di nebbia.

Una cittadina alsaziana, con un originale stile franco tedesco si trasforma in un ambiente anonimo, una sorta di non-luogo, comune denominatore della provincia postmoderna(come suggerisce anche la suggestiva copertina del libro).

Gesti abitudinari, di una monotona routine caratterizzano il ristorante de la Cloche, dove si apre il romanzo in una sera come tante. Pasteur, il proprietario, si è versato un aperitivo, (un pastis), a significare che la cucina è ormai chiusa. Marie, sua moglie, è intenta a sistemare le posate e Adèle, la cameriera, serve il caffè agli ultimi due commensali e comincia a pulire le tovaglie cerate sugli altri tavoli.

Diciannove anni, le labbra piene e la carnagione olivastra, Adèle lavora al Restaurant de la Cloche da alcuni mesi.  Riservata, non dà confidenza ai clienti abituali, soprattutto a Manfred Baumann che ogni sera, seduto al solito posto, la segue incessantemente con lo sguardo, scrutando, furtivo, il pizzo del reggiseno che s’intravede dalla camicetta, o la gonna che si solleva lungo le gambe quando la ragazza si china. 

Direttore di banca dall’aspetto ordinario, Manfred è un solitario, un uomo goffo e sfuggente, che mette a disagio chiunque si trovi in sua presenza. Di conseguenza, è guardato con inquietudine e con diffidenza, a cominciare dagli altri avventori del locale.
Quando un giorno, senza spiegazioni, Adèle svanisce nel nulla, in cima alla lista dei probabili sospettati non può che figurare il nome di Manfred Baumann.

A indagare sul caso viene chiamato l’ispettore Gorski, della polizia locale. Sulla cinquantina, ben piazzato e di altezza media, Gorski è perseguitato dall’amara consapevolezza di non essere riuscito a risolvere il suo primo caso di omicidio, quello di una giovane donna ritrovata strangolata in un bosco, vent’anni prima. 

La progressione delle indagini s’intreccia con storie collaterali e con persone che anche quando compaiono per breve tempo lasciano una traccia indelebile. Alcune di loro, infatti, sono sfuggenti ed enigmatiche.  

Il Restaurant De La Cloche, unica isola nell’anonimato  metropolitano è una sorta di focus del romanzo come uno di quei motel americani ai margini del deserto e per Manfred Baumann  diviene punto di approdo ma anche specchio del clima di diffidenza e del vuoto che si sta aprendo attorno a lui. 

 

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