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La sempiterna voglia di convivere e trattare con la mafia Breaking news, Dibattito politico

Riceviamo e pubblichiamo da Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Antonino Caponnetto:

“Fin dalla nascita dello Stato Italiano nel 1861 il modo di relazionarsi con le forme mafiose è stato ambiguo.
Relazione ambigua di convivenza, purtroppo perseguita pure dagli USA, sul finire della 2a guerra mondiale, con lo sbarco alleato.
Ambiguità interrotta in modo netto nel 1983 con Caponnetto e il pool e con le tristi vicende di guerra del periodo 80-90.
Fino a pochi anni fa aiutati dalla caduta del muro di Berlino, che ha prodotto un mutamento geopolitico importante il quale: da un lato ha fatto superare l’accordo di Yalta permettendo quindi di non considerare prioritaria la lotta al comunismo a dispetto di quella alla mafia edall’altro ha fatto andare ad est i mafiosi italiani, era pacifico e considerato normale, in Italia, che con la mafia non si doveva convivere e nemmeno trattare almeno da un punto di vista etico, anche se da un punto di vista storico-giuridico fino a metà anni 90 si era in qualche modo trattato.
Le interdittive antimafia, il 41bis, il 416bis, lo scioglimento dei comuni e tante altre disposizioni nascono dall’emergenza ma comunque nascono, al punto che l’Italia nonostante una legislazione contorta è attualmente dotata di  una delle più complete normative in materia.
Ebbene oggi dopo questo periodo d’oro durato un ventennio o poco più di assoluto contrasto fatto alle mafie, si assiste ad un ritorno di una sorta di “sempiterna voglia di convivere e di trattare con la mafia”.
Ci sono dei campanelli di allarme da non sottovalutare che ce lo dimostrano:
1- mettere ai margini della vita sociale i politici, i giornalisti, gli sbirri ed i magistrati antimafia… quasi scocciano.
2- dare spazio ai parenti dei mafiosi sui media alle loro posizioni come se ci si trovasse di fronte ad una par condicio tra mafiosi ed antimafiosi.
3-il crescente buonismo a 360 gradi che tocca il mondo delle carceri senza distinguere tra mafiosi, la cui forma di recupero è la collaborazione ed i non mafiosi a cui spettano altri benefici.
4- il pensare che la mafia moderna non faccia più attentati.
E’ quindi in atto da parte delle mafie, in primis cosa nostra, la loro controriforma per ritornare in modo strisciante a favorire la convivenza stato mafia con il primo che si accontenta di contenere piuttosto che fare altro e la seconda che mirerà ad aumentare i profitti, come avviene all’estero. Una sorta di neo trattativismo utile in periodo elettorale visto che, tranne pochissime eccezioni, non esistono attualmente parlamentari provenienti dal mondo antimafia.
Ma oggi come possiamo riconoscere i pro-mafia?
Pro-mafia 2.0 in alcuni casi consapevoli di esserlo ed in altri no e quindi in buona fede?
Semplice.
Si riconoscono dalle posizioni che portano.
Chi vuole eliminare le interdittive antimafia… Chi non vuole sciogliere i comuni infiltrati… Chi vuole abolire il 41bis… Chi non vuole il doppio binario in carcere tra mafiosi e non mafiosi… Chi parifica la mafia a chi la lotta… Chi parifica le vittime di mafia a quelle dell’antimafia… Chi vuole abolire l’ergastolo per i mafiosi… Chi vuole toccare le misure di prevenzione per i mafiosi… Chi querela in modo temerario i giovani giornalisti investigativi… Chi dice che la mafia non uccide… Chi nega la forza della mafia… Chi dice che la mafia ci protegge dal terrorismo… Chi parifica le imprese mafiose a quelle etiche…
Ripeto: tutti coloro sono i pro-mafia 2.0 alcuni in buona fede altri no.
I pro-mafia 2.0 in mala fede sono i nuovi conviventi 2.0 e probabilmente stanno trattando 2.0.
Un nuovo papello virtuale 2.0 è pronto? Oppure basta attuare il vecchio?

Qualcuno indaghi.

I pro-mafia 2.0 non l’avranno vinta, ma la loro pericolosità non va sottovalutata.
Stronchiamo quindi: 
LA SEMPITERNA VOGLIA DI CONVIVERE E 
DI TRATTARE CON LA MAFIA“.

 

 

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