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La sfida di Monti: ecco l’Agenda, chi la condivide è con lui Opinion leader

La conferenza stampa di fine anno, fine mandato e fine tecnica al potere ha sancito il percorso che chi governa, qualunque siano la sua formazione e le circostanze che lo hanno portato al potere, è spinto a compiere, soprattutto se ha una visione personalmente disinteressata del ruolo che ha ricoperto. Se si ritiene una certa ricetta utile per curare i mali del paese, occorre trovare una maggioranza coerente e determinata per attuarla. Non servono certo forze politiche divise su tutto, addirittura su valori fondativi della Repubblica, che stanno insieme perché costrette dall'emergenza e dalla paura del fallimento. 

Sono queste le conclusioni che il Professore ha tratto dalla sua esperienza e che lo hanno convinto a redigere l'Agenda Monti, un manifesto-programma di una svolta definitiva nella storia poltica degli ultimi decenni. L'Agenda completa sarà presto disponibile in un"sito apposito", ma intanto oggi, nel congedo dalla sua qualifica di tecnico super partes (o extra partes, come ama dire), ne ha date alcune anticipazioni, "per spostare sui contenuti un dibattito politico impostato solo sulle premiership". Cambiare l'Italia, riformare l'Europa, ne è il titolo che per il momento si riferisce a tre precetti essenziali: non distruggere tutto ciò che si è fatto quest'anno con il sacrificio di tutti ("Chi promette di abolire l'Imu, costringerà poi il suo successore a raddoppiarl"); attenersi alle linee guida dell'Europa, lavorando per aumentare la credibilità, il peso, la capacità argomentativa e diplomatica del paese per far passare i suoi punti di vista; la crescita può venire dalle riforme, da una politica "degna e forte" guardando al lavoro "con una prospettiva moderna e non nobilmente arcaica"; nel capitolo della Giustizia si deve rafforzare la disciplina del falso in bilancio, del voto di scambio, del conflitto di interessi, delle intercettazioni; per la crescita e l'equità, per lo sviluppo ci vuole un salto qualitativo nel modo in cui questo Paese vede le donne.

Questo programma è di destra, di centro o di sinistra? Non appariene a nessuna di queste etichette politiche, perché quello che questi mesi hanno messo in evidenza è che all'interno dei tre schieramenti – ciascuno dei quali ha avuto anche un ruolo di freno e zavorra di fronte a riforme indispensabili come il lavoro, la giustizia e i costi della politica – ci sono "ampi cespugli di volontà riformista, ma la geografia rende difficile che possano esercitarsi sforzi congiunti". Dunque Mario Monti non si schiererà per nessuno, né autorizzerà nessuna lista a mettere il suo nome nel simbolo. Ma si augura che forze politiche e "cespugli riformisti" si schierino con la sua Agenda e, in quel caso e solo in quel caso, valuterà l'eventuale offerta di essere indicato come il futuro premier.

Il Professore ha già comunque dato un volto e una definizione a questo "rassémblement"  né di destra, né di sinistra citando le parole dell'Economist: "una politica radicale al centro per affrontare le disuguaglianze senza distruggere la crescita economica, attivare la redistribuzione del reddito senza intaccare incentivi e produzione". Dunque no alla destra populista di Berlusconi, da cui si è distanziato con una nettezza che rasentava il disprezzo, no anche alla sinistra di Vendola, indicando in lui davvero il conservatore che non fa il bene dell'Italia e no alla Camusso e alla Cgil che difendono posizioni e modelli obsoleti. Per Bersani il trattamento è diverso, in vista di una possibile "grande coalizione": lui è d'accordo quando l'altro dice che si deve passare all'equità, alla lotta alle rendite, a un sistema fiscale più giusto. 

Mario Monti ha dunque lanciato il suo guanto di sfida, ponendosi come variabile essenziale nella competizione che farà tornare la politica al governo. Non si pone a capo di nessun partito, ma diventa il riferimento di una nuova stagione, nella quale, finalmente, fare politica significa confrontarsi in modo alto, competente e qualificato, per pensare "non al prossimo risultato elettorale, ma alla prossima generazione", secondo le parole di Alcide De Gasperi, che il Professore ha citato all'inizio e alla fine del suo discorso.

 

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