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La strada impervia per rendere efficiente il servizio giustizia Opinion leader

Firenze – Nel ventennio berlusconiano i rapporti tra magistratura e politica sono stati inquinati dall’interesse privato del presidente del consiglio, che è stato condannato e plurinquisito per vari e gravi reati. Ciò ha favorito il diffondersi di teoremi complottisti su una magistratura “rossa” che attentava al potere politico e voleva istituire un “governo dei giudici”, alterando l’equilibrio democratico dei poteri.

Ora che quel ventennio è alle nostre spalle, si può dire che la cultura istituzionale in materia si è finalmente disinquinata? che in particolare la cultura del ceto politico, del ceto giudiziario e di quello giornalistico è maturata correttamente? Purtroppo è’ lecito dubitarne, se si guarda allo stato attuale del dibattito pubblico. Ma è anche indicativo che l’approfondito convegno in materia organizzato nei giorni scorsi nell’aula magna dell’università fiorentina dal “Centro di studi politici e costituzionali Piero Calamandrei -Paolo Barile” è stato pressoché disertato da politici, magistrati e giornalisti.

Un dato è certo.  La crescente complessità dello stato di diritto moderno esalta il ruolo del potere giudiziario come organo del controllo di legalità. La stessa legalità è diventata più complessa, in ragione della moltiplicazione delle fonti del diritto, che non sono soltanto statali, ma anche substatali (gli ordinamenti regionali), interstatali e sovrastatali (le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, il diritto della Unione europea).

La prerogativa costituzionale della indipendenza della magistratura da ogni altro potere, per se stessa, conferisce alla giurisdizione un carattere “oggettivamente” politico, appunto perché essa pone limiti all’esercizio dei poteri politici e burocratici e ne punisce gli abusi. Questa oggettiva politicità, da una parte, è erroneamente  percepita come indebita politicizzazione soggettiva, come degenerazione partitica; dall’altra, impone ai magistrati un supplemento di etica e di deontologia professionale, che dovrebbe preservarli dal rischio di ogni eccedenza dal ruolo, la quale è pregiudizievole sia alla credibilità della funzione giurisdizionale, sia alla fisiologia della stessa democrazia pluralista voluta dall’ordinamento costituzionale.

Il dilagare della corruzione rende ancora più drammatico il problema. Verosimilmente, questo è un ulteriore lascito negativo del berlusconismo.

Per bonificare questo campo minato, occorre anzitutto rendere efficiente il servizio giustizia. Qualche passo in avanti è stato compiuto, soprattutto in tema di informatizzazione e accelerazione del processo civile. Ma molti ne restano da fare. Per esempio, una riforma dell’istituto della prescrizione penale, che – come avviene in altri paesi – deve essere limitata al rinvio a giudizio o alla sentenza di primo grado, in modo da scoraggiare appelli e ricorsi pretestuosi, che sovraccaricano la macchina giudiziaria. Ancora, una disciplina della responsabilità civile del magistrato che non insidi la sua indipendenza e serenità di giudizio.

In conclusione, occorre anzitutto una maturità culturale a ogni livello, come quella a cui mirava il convegno fiorentino. Maturità che però stenta ancora crescere, a cominciare dai mass media per finire ai massimi livelli istituzionali. Non mi sembra un buon segno che lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, davanti alla complessità di questi problemi, per disinnescare la cosiddetta politicizzazione dei magistrati, ha proposto al legislatore di vietare ai magistrati eletti in parlamento di tornare a indossare la toga. Sembra la montagna che ha partorito il topolino. Oltretutto, siamo sicuri che una riforma siffatta sia consentita dall’art. 51 Cast., secondo cui “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di (…) conservare il suo posto di lavoro”?

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