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La tenuta di Suvignano, confiscata alla mafia, va all’asta Cronaca

Va all'asta la tenuta di Suvignano, a Monteroni d'Arbia. Va all'asta per 22milioni di euro l'azienda confiscata alla mafia, in stato di confisca definitiva dal 2007. E non si spiega perché, nonostante le richieste, il progetto presentato da Comune, Provincia di Siena e Regione Toscana per la sua gestione, giudicato “ottimo” dal ministro Anna Maria Cancellieri, la tenuta di Suvignano, vero simbolo dei sequestri di beni mafiosi, debba andare all'asta e non essere attribuita agli enti pubblici. Con il sospetto e l'ovvio rischio che, attraverso l'asta e il prezzo richiesto, il bene torni, per così dire, a “alle origini”. Non fa mistero del suo disappunto il sindaco della cittadina senese, Jacopo Armini, che non ci sta e chiede che il decreto dell'Agenzia per i beni sequestrati alla criminalità venga bloccato.

"L'azienda è in stato di confisca definitiva dal 2007 – spiega il sindaco di Monteroni d'Arbia – da allora Comune, Provincia di Siena e Regione Toscana insieme hanno avanzato una candidatura per essere destinatari della gestione dell'azienda che ha grandi potenzialità di sviluppo sia dal punto di vista agricolo ed economico sia per una serie di attività legate alla legalità”. Il tentativo di vendita dell'azienda confiscata fu già esperito dallo Stato nel 2009, ma in quell'occasione, come ricorda Armini, "riuscimmo a fermare questo tentativo. Ora, malgrado a gennaio abbiamo incontrato l'allora ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri, che valutò il nostro progetto ottimo, l'Agenzia per i beni confiscati ha pensato di fare un decreto in cui si dice che la richiesta degli enti locali non è accoglibile e in cui si propone di metterla all'asta per 22 mln di euro".

E come mai la proposta degli enti locali non sarebbe accoglibile? Secondo quanto spiega il sindaco, "l'Agenzia sostiene che mentre i beni immobili sono destinati al patrimonio del Comune dove l'immobile è sito, in questo caso si tratta di un'azienda, che viene dunque destinata all'affitto o alla vendita".
E conclude: "Quando si mette all'asta un oggetto per 22 mln di euro, quando questi soldi arriveranno, non si sa da dove, chi può  avere la sicurezza che non ci sia un ritorno del bene 'alle origini'? Chiediamo la sospensione del decreto oppure, se l'asta va deserta, venga riaperto il tavolo per consentire l'assegnazione diretta del bene agli enti locali".

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