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“La torre d’avorio”: l’arte e la politica Cultura, Politica, Spettacoli

L’artista ci crede fermamente. Crede che la sua arte sia al di sopra di ogni cosa, possa rimanere isolata rispetto alla società e alla politica, mantenga sempre la sua autonomia. Ne era ingenuamente convinto anche il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, il quale decise di continuare a fare musica nel suo paese nonostante si affermasse con violenza il regime nazista. Purtroppo alla fine della guerra, nel periodo del processo di Norimberga, in pochi credettero che il grande musicista fosse rimasto in Germania senza aderire al partito. Furtwängler era fermo oppositore del Nazismo, non prese mai la tessera, tentò in ogni modo di evitare le cerimonie pubbliche e di “dare la mano” a Hitler. Eppure grazie al suo talento artistico ricevette molti privilegi. In seguito pagò il prezzo del sospetto. L’autore Ronald Harwood (noto per il premio Oscar per la sceneggiatura de Il pianista di Polansky) ha ricostruito nella commedia Taking sides (“schierarsi”) l’iter giudiziario che Furtwängler subì con la caduta di Hitler. Durante la denazificazione si innescò un “maccanismo perverso” secondo il quale tutti coloro che non si erano apertamente ribellati a quel potere terrificante erano tacciati di vigliaccheria o, peggio ancora, di complicità.

In scena al Teatro della Pergola di Firenze lo spettacolo dal titolo La torre d’avorio vede fronte a fronte due interpreti d’eccezione: Massimo De Francovich, nei panni del direttore d’orchestra, e Luca Zingaretti, per questa volta nel ruolo dell’“antieroe”. Ad accompagnare i due protagonisti in scena anche Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo e Caterina Gramaglia. Zingaretti, che firma anche la regia dello spettacolo, riesce a darvi un taglio sarcastico, proprio come al personaggio che interpreta: un maggiore dell’esercito ostinato nel voler incastrare tutti coloro che avevano aderito al Nazismo, desideroso di punire i colpevoli. A causa del suo scetticismo è pronto a burlarsi degli imputati che interroga, ben lontani dai suoi principi. Si tratta di principi concreti, legati alla realtà quotidiana e al mondo che gli appartiene. Valori che non possono comprendere gli ideali a cui si aggrappa Furtwängler (emozionante interpretazione di De Francovich), il quale pensava davvero di usare la sua musica per dare conforto al suo popolo piegato dalla dittatura. Lo scontro tra i due è inevitabile, un confronto che non può avere alcun esito se non quello della separazione. Due modi di intendere la vita che non potranno mai incontrarsi e comprendersi. A questo si aggiunge che, purtroppo, come spesso accade, per prendere le distanze da qualcosa si agisca in modo ostinato, quasi ottuso, nella direzione opposta. È così che gli alleati si accanirono fortemente contro tutti i tedeschi, specie quelli che di fronte all’ascesa di Hitler non erano scappati.

Furtwängler alla fine riuscì a difendersi, a far cadere tutte le accuse a suo carico, ma la sua immagine ne rimase lesa. Molti pensarono che rimanendo a lavorare in Germania avesse contribuito a migliorare l’immagine della nazione e, in questo modo, avesse portato onore anche a Hitler. Arduo far valore le sue ragioni, convincere il mondo che l’arte è qualcosa di separato dalla politica. Difficile spiegarlo al maggiore, il quale ritiene che la musica classica sia solo una gran noia. Vano cercare di convincerlo che con la sua musica voleva preservare una parte di libertà. Interessante come l’autore del testo non prenda alcuna posizione in merito, sospenda il giudizio. L’argomento, in fondo, non è di facile soluzione. Vale più la visione dell’artista o del maggiore? Chi dei due ha ragione e chi ha torto? Schierarsi da una parte o dall’altra è una questione di gusto, di stile, di valori, appunto. E inoltre: ognuno decida di giudicare a suo modo coloro che per paura accettarono di prendere la tessera del partito. Alcuni si fecero abbagliare dai grandi oratori, altri pensarono solo a salvare la propria famiglia. Altri ancora erano paralizzati dal terrore.  Ma è l'affermazione conclusiva a far riflettere: «solo la dittatura capisce davvero l’importanza e il potere dell’arte». Ciò che deve preoccupare, allora, è vedere quanto la politica di oggi strumentalizzi la cultura a suo piacere, proprio come avverrebbe in uno stato totalitario.

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