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La via giuridica e la via politica Opinion leader, Politica

In modo alquanto paradossale, la decadenza di Berlusconi dal seggio senatoriale ha reso sempre più inarrestabile e generalizzata una tesi che sembra di puro buon senso democratico. A sinistra cresce il numero di coloro i quali sostengono pubblicamente che Berlusconi va battuto per via politica e non per via giudiziaria. A destra tutti gridano al colpo di stato perché non si possono espropriare le funzioni parlamentari e/o quelle di governo a un politico che ha ricevuto milioni di voti dagli elettori, anche se è stato condannato come responsabile di gravi delitti.

Al riguardo, va anzitutto ricordato a quelli di destra che il problema non cambia se l’investitura elettorale ha avuto il sostegno di pochi migliaia oppure di qualche milione di voti. Se il numero è piccolo il problema resta; se il numero è grande, significa soltanto che quel problema è un indice molto grave per la salute della democrazia.

Ma anche quelli di sinistra vanno messi in guardia contro la fallacia, o almeno la pericolosità, che si occulta nella loro tesi. Questa infatti finisce per ignorare (né più né meno della tesi di destra) i rapporti tra politica e diritto che connotano la democrazia costituzionale moderna. La politica, come la sovranità popolare che ne è la fonte democratica, non è assoluta, ma deve rispettare i vincoli del diritto. Un sistema che consentisse a un rappresentante del popolo di esercitare le funzioni parlamentari o di governo anche quando ha frodato il fisco o ha comprato il consenso di deputati o senatori svilirebbe radicalmente il significato di quelle funzioni e la qualità stessa della rappresentanza democratica. La democrazia della politica non vuol dire che la politica deve essere semplicemente “specchio” della società civile. Proprio per questo, cioè per rendere la politica migliore della società che deve guidare, i sistemi costituzionali moderni hanno sottoposto ai vincoli del diritto non solo i poteri privati, ma anche tutti i poteri pubblici.

Va quindi rivendicata con forza la dignità democratica di un sistema che emargina i politici inaffidabili per via giuridica, prima che per via politica, perché quel sistema difende in tal modo i requisiti più autentici e imprescindibili del suo essere democratico.

Ma nella ricordata tesi dei politici di sinistra pulsa anche una verità interna, una esigenza politica che va messa a fuoco più chiaramente. Berlusconi è decaduto per via giuridica; ma il berlusconismo resta in piedi, e non può essere battuto se non per via politica e culturale. Esso è ancora ben radicato nel sentimento comune degli italiani, nutrendosi di una diffusa concezione individualista della libertà, come insofferenza a ogni legge giuridica o morale; assecondando un tendenziale rifiuto del solidarismo comunitario, della imposizione fiscale e del controllo statale: in breve, alimentandosi di un diffuso spirito di rivolta contro il fisco, contro la magistratura, contro lo Stato e in prospettiva contro l’Europa.

Così stando le cose, se ci si accontentasse della decadenza giuridica, si aprirebbero scenari inquietanti, perché a tutt’oggi la strategia più verosimile di Berlusconi sembra quella di condurre, con i potenti mezzi finanziari e televisivi a sua disposizione – anche senza una formale candidatura personale e in condizioni di limitazione della sua libertà – una campagna elettorale martellante, che porti Forza Italia a diventare il primo partito e comunque la sua coalizione di centro-destra ad avere una maggioranza parlamentare tale da poter ribaltare “ a furor di popolo” la decadenza di Berlusconi in un suo ritorno trionfale nelle stanze del potere politico. L’obiettivo finale, insomma, è un golpe populista, una eversione – questa sì – della democrazia costituzionale e dello Stato di diritto.

Gli argomenti di questa campagna, che inizierà molto prima delle elezioni e spingerà per anticiparle, si possono facilmente indovinare. Presentandosi come vittima della persecuzione giudiziaria, dopo essersi difeso per tanti anni dai processi, Berlusconi si difenderà davanti al tribunale del popolo, attaccando i magistrati e le sentenze, senza che nessuno lo possa contraddire: non certo i magistrati che hanno raccolto o valutato le prove; non certo i politici avversari, che non conoscono le carte. Presentandosi come difensore della libertà, prometterà meno tasse, più mercato e meno Stato (e forse meno Europa, dimenticandosi di aver sempre accettato il Patto di Stabilità). In tal modo solleciterà gli impulsi più antistatalisti del popolo italiano, che, già connaturali alla nostra indole, sono oggettivamente destinati a crescere in un periodo di crisi economica come quello che sta trascinandosi da troppi anni.

Il problema quindi è: ci sono gli anticorpi culturali e le capacità politiche per affrontare adeguatamente questa strategia populista? Assumendo nel suo corretto valore democratico la decadenza giuridica di Berlusconi, le forze culturali e politiche della sinistra, ma anche del centro cattolico e liberale, dovranno essere capaci di neutralizzare politicamente il berlusconismo degli italiani. Ma questo è, per riprendere un detto di De Gaulle, veramente un “vaste programme!”. Che richiede una difficile mobilitazione unitaria di tutti gli autentici democratici.

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