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L’Affare Makropulos al Maggio Musicale Fiorentino Spettacoli

Con L'affare Makropulos, opera del compositore ceco Leoš Janáček, il Maggio Musicale ha confezionato uno spettacolo corretto e scorrevole, che il pubblico ha gradito: indubbiamente un merito in tempi difficili come quelli che il teatro sta vivendo. Al centro dell’opera, andata in scena la prima volta nel 1926, sta l’enigmatica figura della cantante Emilia Marty, che si ritrova implicata in una misteriosa causa legale e con il suo fascino torbido attrae chiunque la incontri. La donna si rivelerà vittima di un esperimento alchemico che le ha donato una vita lunga secoli, e diverse identità, ma l’ha condotta al disgusto per l’esistenza, cui porrà perciò fine al termine dell’opera.


La regia è stata affidata a un celebre nome del cinema, William Friedkin, ma la sua mano non si vede: l’azione è priva di sussulti, il gioco fra i personaggi convenzionale, e al centro dell’attenzione stanno le gambe nude e tornite della cantante protagonista, Angela Denoke. Le scene, di Michael Curry – anche lui di provenienza cinematografica – sono decisamente spoglie: la più vivida è quella d’apertura, con architetture e arredi sbilenchi e distorti, alla maniera espressionista; la più debole quella del secondo atto, il teatro nel teatro, a cui non basta un faro puntato verso il pubblico per dare un guizzo. Non impressionano le proiezioni dell’incendio finale, né le immagini oniriche dalle vite passate della protagonista, opera di Rocky Schenck. I cantanti hanno dato prova di grande scioltezza, in particolare la protagonista Angela Denoke, e poi Miro Dvorsky (nei panni di Albert Gregor), Rolf Haunstein (il dr. Kolenatý), Andrzej Dobber (Jeroslav Prus). Tutti però senza scavare nelle asprezze e inquietudini della partitura, come anche l’orchestra, del resto, e la direzione di Zubin Mehta.
Uno dei personaggi dell’opera ripete, a proposito della protagonista: «c’è qualcosa di terribile in lei». Non in questo spettacolo. 

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