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Laguna Orbetello, per salvarla bisogna “shakerare” le acque Ambiente

Firenze – E’ l’uovo di Colombo. Non solo perché non è l’ultima “trovata” giunta nel marasma di critiche, proteste, disperazione che la tremenda notte fra il 24 e il 25 luglio ha arrecato alla Laguna, ai suoi pesci, al suo ecosistema e ai suoi abitanti. Non solo perché è stata già sperimentata con successo, prima a Burano (e da quelle parti se ne intendono) ma anche nella stessa Laguna di Orbetello, precisamente in quella Laguna di Ponente dove, nonostante il raggiungimento della massima delle criticità, neppure un pesce è morto asfissiato. Non solo per tutto ciò, ma anche perché l’operazione era prevista dal piano dell’attività regionale per gli interventi sulla Laguna stessa. Solo che questo intervento, la “risospensione dei sedimenti” era stata previsto, per la parte che si considerava finora meno critica, vale a dire la laguna di Levante, ad ottobre.

A spiegarci come sono andate le cose e che cosa è necessario fare d’ora in avanti e sempre, per annullare l’incubo dei (stima attuale) 120 quintali di pesce morti soffocati dopo tre giorni di presenza dell’ossigeno a zero nell’acqua lagunare di Levante (anossia in termini tecnici) è il professor Mauro Lenzi, biologo e membro del comitato scientifico per la Laguna. La risospensione dei sedimenti è un procedimento semplice, quasi banale. Si tratta di una sorta di “rimescolamento” delle acque che provoca il ritorno “a galla”, nella colonna d’acqua smossa, del materiale organico che, depositandosi sul fondo, “mangia” l’ossigeno. Al di là di termini e sistemi scientifici, questo sistema semplice e di vitale importanza, permette con il rimescolamento, la riossigenazione delle acque. Un processo complesso, che garantisce una serie di reazioni fra batteri e composti chimici scaturenti dai sedimenti organici tali da respingere i fenomeni di anossia. Di fatto insomma si tratta di un “rovescio” acquatico in cui non solo si “riacchiappa” ossigeno, ma avvengono altre reazioni fra batteri e atmosfera che consentono la riduzione degli elementi tossici nell’acqua. Infatti, un elevata presenza di sostanze organiche sui sedimenti del fondo non rappresenta di per sè un vero e proprio pericolo. Tuttavia, lo diventa in quanto comporta un elevato consumo di ossigeno da parte dei microorganismi incaricati di “scomporre” e fare sparire i sedimenti organici.

Tornando a esaminare il caso della Laguna di Orbetello, il vero problema è stato, come spiega Lenzi, quello di aver avverato in un colpo solo tre situazioni limite: la temperatura altissima mai raggiunta delle acque (fino a 34°), la mancanza di vento o meglio la presenza di vento di scirocco, umido e caldo, che “sbarra” lo scambio di ossigeno, il perdurare del fenomeno. Insomma una vera e propria “pietra tombale” sulla laguna di Levante, già provata, d’altra parte, da settimane di fenomeni simili. Per comprendere l’impennata di quella terribile notte (che porterà all’anossia delle acque prolungata per tre giorni) ecco i dati: “l’ossigeno disciolto – ricorda Lenzi, tabelle alla mano – infatti, crolla da 4,04 milligrammi per litro alle ore 20 del giorno 24, a 1,73mg/L alle ore 21, a 0,11 alle ore 22, per rimanere sostanzialmente a 0 mg/L da quell’ora in poi per tutta la giornata del giorno 25 e fino alle 12 del giorno 26”.

Tornando all’uovo di Colombo, come si attua la risospensione dei sedimenti, meglio conosciuta in ambito tecnico come “risospensione tidale”? “A Burano – spiega Lenzi – è stata attuata con dei motorini che insufflavano getti d’aria nel fondale, smuovendo e riportando verso l’alto il sedimento. Nella Laguna toscana lo attuiamo utilizzando le vecchie barche per la raccolta delle alghe, che muovendosi, avendo una stazza convenientemente “grossa”, smuovono una massa d’acqua tale da consentire l’avverarsi del fenomeno”. Insomma semplice, e, parrebbe, anche poco dispendioso. Molto meno, ad esempio, della raccolta delle alghe, praticata per decenni e secondo Lenzi tutto sommato poco utile, in quanto il ciclo vitale delle alghe, velocissimo, finiva per rendere inutile la “raccolta” che si aggirava sulle 4-6000 tonnellate in media all’anno, contro sviluppi della vegetazione di 60-80.000 tonnellate annue.

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