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L’Arte del Comando secondo Sergio Valzania Cultura

Firenze – Un nuovo libro di Sergio Valzania (giornalista, autore televisivo e storico ) “L’arte del comando. Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone” Roma Newton Compton 2015, che, ancora una volta, non è solo un arricchimento per gli appassionati di storia ma un’avventura stimolante per tutti i lettori che, in questa occasione, vengono coinvolti nelle imprese dei più grandi condottieri del passato e nella loro capacità di esercitare l’arte del comando.

Valzania ci conduce sui campi di battaglia, esaminare il terreno, gli schieramenti contrapposti di valutare gli elementi di forza e di debolezza per scoprire, poi, il segreto del successi. Ma oltre alle scelte tattiche analizza anche i progetti strategici conducendoci nei deserti dell’Asia minore, nelle più remote regioni della Gallia e nello scenario mitteleuropeo delle imprese bonapartiste

Nella seconda parte del libro l’autore affronta un compito ancora più arduo: porre a confronto Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone tre figure che vengono di solito ritenute incommensurabili. Differente la conduzione delle loro imprese militari , differente anche la visione strategica perché se Alessandro conquistò un immenso impero, la più grande conquista di Cesare non fu la Gallia ma il potere a Roma. Quanto a Napoleone riuscì quasi a realizzare un’egemonia continentale ma paradossalmente più per esigenze difensive dalle incessanti coalizioni che lo contrastavano. Diverso anche il loro destino: i due condottieri dell’antichità morirono quando erano al culmine del potere: Bonaparte, invece fu sconfitto e morì in esilio a S.Elena.

Eppure i raffronti sono possibili e Valzania analizza le imprese belliche ma anche il modo di coniugare potere e consenso, di rapportarsi con i popoli sconfitti sul campo, la capacità di auto rappresentazione come instrumentum regni. Lo fa non in modo schematico ma con un piacevole andamento narrativo che esamina progetti strategici, tattiche militari, scenari politici, rapporti con i collaboratori, l’immagine che questi grandi proiettano su di noi attraverso la tradizione storica e i fattori che ne hanno fatto gli interpreti di un’epoca. E l’esito di queste riflessioni è spesso inatteso.

 Perché Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone hanno sempre colpito l’immaginario collettivo a discapito, di altri famosi sovrani o condottieri?

“Viene da domandarsi quali altri. In Europa viene in mente solo Carlo Magno. Forse si potrebbero considerare anche l’imperatore Costantino o Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli. Nessuno di loro però fu un capo militare in modo così assoluto, esclusivo e vincente. Anche se a ben guardare non si limitarono affatto a fare la guerra, penso al calendario riformato da Giulio cesare e al Codice Civile promulgato da Napoleone, nell’immaginario collettivo essi sono soprattutto tre grandi generali. E tre conquistatori”.

 Come si può sintetizzare la loro rispettiva genialità sul campo di battaglia? ( Quali le battaglie più emblematiche? )

 “Difficile essere sintetici. Alessandro fu un genio assoluto con un piacere dello scontro fisico, che gli costò numerose ferite in combattimento, e una comprensione lucida sia della strategia che della tattica. Rivoluzionò anche la poliorcetica, la scienza degli assedi, conquistando in tempi brevi fortezze ritenute imprendibili, come la città di Tiro, posta addirittura su di un’isola. Certo, ebbe il vantaggio di comandare sempre soldati molto migliori degli avversari che aveva di fronte, dei quali si possono ammirare coraggio e determinazione, ma non certo la preparazione e l’addestramento dei macedoni di Alessandro.

Anche Cesare ebbe ottimi soldati, migliori persino di quelli che Pompeo e i suoi successori gli schierarono contro. Di lui colpiscono la determinazione, la sicurezza di lanciarsi all’attacco, insieme alla capacità di capire quando le cose stanno volgendo al peggio e di cambiare progetti, accettando magari rischi più gravi, come quando abbandonò l’assedio di Durazzo per dirigersi verso l’entroterra greco, verso Farsalo, dove conquistò una delle sue vittorie di maggiore importanza. Il genio di Napoleone è più moderno, sta nella capacità di manovrare masse e strumenti bellici su quali i suoi predecessori non poterono contare. In parte fu questo a portarlo alla sconfitta: la dimensione eccessiva raggiunta dagli eserciti in campo, che una sola persona non poteva dirigere. Penso ai 600.000 uomini della campagna di Russia e ai quasi altrettanti dell’anno successivo in Germania. Fu la pretesa di dirigere complessi così vasti, con poche informazioni e attraverso ordini consegnati da messaggeri a cavallo che provocò la sconfitta”.

 Quali le loro imprese più ardue?

 “Per Alessandro la cosa più difficile fu non farsi attrarre dalle vittorie iniziali contro i persiani, saper aspettare organizzando le proprie linee di rifornimento. Cesare incontrò le maggiori difficoltà nella sua ultima campagna, in Spagna, dove rischiò di perdere la battaglia decisiva a Munda. Lì i figli di Pompeo misero in atto la lezione del loro padre e costrinsero Cesare a combattere in condizioni di inferiorità tattica, attaccando in salita contro posizioni fortificate. Vinse di misura. La più bella campagna di Napoleone viene di solito considerata quella di Francia, nel 1814, che si concluse con la sconfitta e l’abdicazione, ma prima dimostrò quali capacità avesse l’imperatore di combattere alla testa di un pugno d’uomini infliggendo agli alleati una serie continua di sconfitte. La loro superiorità era tale che alla fine lo travolsero con la forza dei numeri”.

 Quali i loro punti deboli?

 “Alessandro pare non ne avesse… Almeno così ce lo tramandano. L’unico rimprovero che gli viene rivolto è aver cancellato in modo definitivo il sistema politico delle poleis greche, dove era nata se non la democrazia almeno la parola che oggi usiamo per definirla. Cesare nel giudicare gli uomini, più volte sbagliò le sue valutazioni. Pensava di aver conquistato la Gallia proprio mentre stava per scoppiare la rivolta capaggiata da Vercingetorige, immaginava di aver pacificato Roma quando i congiurati decisero di ucciderlo. Probabilmente la strategia di Pompeo per giungere al potere assoluto era migliore, meno aggressiva, e avrebbe condotto all’impero con uno spargimento di sangue molto minore. Napoleone non sapeva passare dalla guerra alla diplomazia, pensava che con la forza si potesse risolvere tutto e inoltre riteneva di sapere quali fossero gli interessi dei popoli. Non capiva perche gli spagnoli combattessero per un re corrotto e poco capace, preferendolo all’amministrazione certo migliore di suo fratello Giuseppe, o come mai i russi si impegnassero in modo così determinato in una guerra durissima che non portava loro niente, se non il mantenimento del duro governo zarista”.

 Chi ebbe maggiori capacità diplomatiche?

 “Alessandro e Cesare ebbero pochi problemi di questo genere. Seppero far valere le proprie forze in ogni circostanza. Napoleone, che da ragazzo aveva letto moltissimo sulle loro imprese, credette di potersi comportare allo stesso modo. Visse però in un mondo completamente diverso, molto più ricco e densamente popolato, nel quale occorreva saper trattare con i re e nello stesso tempo rivolgersi ai popoli, che cominciavano ad acquisire fisionomie definite. Napoleone non trovò il modo di allearsi con le borghesie europee nelle quali si andava rafforzando il nazionalismo, né poteva appoggiarsi sulle aristocrazie, dato che era pur sempre l’erede della rivoluzione. Alla fine si trovò alla testa dei soli francesi, e di una parte degli italiani, contro il resto d’Europa in una guerra che non poteva vincere”.

 Si può individuare una chiave del loro successo?

 “E’ quella di tutti i successi: grandi capacità unite a grandi opportunità. Alessandro era figlio di un grande re e l’impero persiano non aveva capacità militari da opporgli, Cesare visse negli anni della crisi della Repubblica romana, Napoleone in quelli della Rivoluzione…”

Quanto dipende il loro carisma dalla strategia d’immagine che adottarono?

 “Certo moltissimo. Si tratta di personalità molto forti, che emanavano una sorta di magnetismo. Dobbiamo sempre ricordare che agivano in un contesto nel quale non esistevano radio, televisione, giornali a larga diffusione, fotografia, cinema, telefono o altri mezzi di comunicazione di massa. Il tono, il senso del loro comando, la conquista della fedeltà da parte dei soldati era questione che si fondava su poche, brucianti, occasioni di incontro. Su di un senso dello spettacolo impressionante. La mise di Napoleone, con lo spolverino grigio e il cappello a lucerna, è un capolavoro della capacità di imporre un’immagine. Consideriamo che i suoi generali erano di solito vestiti in maniera molto vistosa: lui seppe creare un “costume” che lo rendeva riconoscibile e gli attribuiva il tono opportuno. Napoleone era vestito nella maniera giusta, e si era creato da solo l’immagine di cui aveva bisogno”.

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