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Lavoratori al rientro, positivi ma senza sintomi, l’Inps non accetta la malattia Breaking news, Cronaca

Firenze – Il problema sollevato dalla Filcams Cgil e già affrontato su queste pagine (https://www.stamptoscana.it/test-sierologici-ai-dipendenti-cobas-il-comune-chiarisca-e-segua-la-legge/) ovvero la necessità anche per il lavoratore semplicemente in attesa di tampone dopo il test sierologico, di vedere la propria necessità “coperta” da un certificato medico che permetta di usufruire del permesso di malattia, per non perdere lo stipendio o consumare le ferie, è un tema che vede una spiegazione nella nota diffusa dall’Ordine dei Medici di Firenze. La nota è a cura del prof. Massimo Martelloni, membro dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Firenze, Direttore UOC Medicina Legale Lucca.

Richiamando il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 marzo 2020, al comma 2 dell’art. 3, lettera D, si legge: “d) in caso di necessità di certificazione ai fini INPS per l’assenza dal lavoro, si procede a rilasciare una dichiarazione indirizzata all’INPS, al datore di lavoro e al medico di medicina generale o al pediatra di libera scelta in cui si dichiara che per motivi di sanità pubblica è stato posto in quarantena, specificandone la data di inizio e fine”.

Il significato della disposizione di legge è precisata dalla circolare INPS 716, che afferma che “in tutto il territorio nazionale , i certificati di malattia dei lavoratori del settore privato aventi diritto alla tutela della malattia che pervengono all’Istituto, laddove riportanti diagnosi riconducibili a misure precauzionali nell’attuale fase di emergenza( ad esempio , codice nosologico V29.0, quarantena obbligatoria o volontaria, isolamento volontario, sorveglianza attiva, etc.) dovranno essere marcati in procedura gestionale CDM con “anomalia A – generica” e il medico dovrà indicare nel campo editabile “in fase di verifica”.

Cosa significa? Di fatto, che le “misure precauzionali” non sono considerate dall’Inps come motivo di continuare a corrispondere lo stipendio al lavoratore.. Che così, in caso di positività ma non di malattia conclamata, rimarrà obbligatoriamente a casa ma a proprie spese. Ed ecco cosa precisa l’Inps nel messaggio INPS del 10 marzo 2020 ai certificatori di malattia: l’ente  scriveva a tutti i medici e gli odontoiatri che:

-“La certificazione di malattia presuppone lo stato di malattia e non situazioni di esposizione al rischio”. 

“Pertanto – si legge nella nota dellOrdine dei Medici – la posizione dell’INPS è chiara ovvero non si possono rilasciare certificati difformi rispetto alla indicazione del 10 marzo 2020”.

Il comma 2, inoltre, ribadisce il principio: infatti, riguardo alla eventuale “Necessità di certificazione ai fini INPS per l’assenza dal lavoro”, l’igienista “procede a rilasciare una dichiarazione indirizzata all’INPS , al datore di lavoro e al medico di medicina generale o al pediatra di libera scelta in cui si dichiara che per motivi di sanità pubblica è stato posto in quarantena, specificandone la data di inizio e fine” . In altre parole, il medico di base non può, in caso in cui il lavoratore risulti positivo al test sierologico e attenda il tampone, ma anche nel caso risulti positivo al tampone ma non abbia sviluppato i sintomi della malattia, che certificare che lo stato di malattia non c’è.

Ed è proprio ciò che mette in evidenza la nota dell’Ordine medico: “Ne deriva – si legge infatti – che l’unica certificazione che l’INPS accetta è una certificazione del medico di MMG o del PLS( in base al contratto di lavoro) con codice V 29.0 ai sensi DPCM 8 marzo 2020 art. 3, comma d, giustificato dalla presenza di “motivi di sanità pubblica” per i quali l’interessato “è stato posto in quarantena” e che l’INPS interpreta solo come stato di malattia”.

In altre parole, commentano dai Cobas, che hanno segnalato e posto l’attenzione su questa nota dell’Ordine dei Medici di Firenze, il vero problema non sono i medici che rifiuterebbero il certificato di malattia ai lavoratori, esponendoli così  alla perdita dello stipendio o, qualora non fossero già consumate, delle ferie, bensì l’interpretazione restrittiva in tal proposito dell’Inps. Senza contare che tale sistema non fa altro che disincentivare potentemente i  lavoratori a eseguire i test sierologici.

“La difesa dei lavoratori non può che guadagnare il nostro plauso – concludono dai Cobas -ma il vero problema è che, se per i lavoratori già al lavoro e che vengono sottoposti ai test e al tampone il problema non si pone in quanto si considera infortunio sul lavoro  l’eventuale positività, per quelli che stanno rientrando  dopo la temporanea chiusura dell’azienda dovuta alle misure di contenimento del Coronavirus, la semplice positività senza sintomi diventa un vero disastro: non solo nelle more fra il test sierologico e il tampone, ma anche nel caso di positività da tampone, perché senza sintomi non interviene, secondo l’interpretazione restrittiva dell’Inps, la possibilità di avere un certificato medico. Tuttavia – concludono i sindacalisti di base – il lavoratore positivo deve rimanere a casa, in quarantena, pur non essendo certificabile. Naturalmente, si sta parlando di lavoratori privati. Nel pubblico, come già richiamato, il problema non si pone”.

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