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Crisi, ma i sindacati accettano davvero il confronto? Opinion leader

In realtà qualche voce si è sentita e a fine d’anno il messaggio del presidente della Repubblica ha suggerito una lettura  dell’azione intrapresa del governo ed una visione di prospettiva dei suoi possibili sviluppi sulle quali mette conto meditare. Napolitano si è ovviamente rivolto alla nazione e non sarebbe corretto attribuirgli intenti di parte. Eppure il senso del suo discorso ha avuto un taglio analitico ed una tensione programmatica in piena sintonia con quanti ritengono che i provvedimenti adottati debbano essere la premessa di una revisione profonda anche delle politiche sociali e dell’invadenza eccessiva dei poteri pubblici. Su un punto soltanto richiamo all’attenzione. Le frasi dedicate al ruolo dei sindacati contengono un richiamo molto severo. I riconoscimenti positivi infatti sono stati rivolti alla funzione da essi ricoperta negli anni della ricostruzione postbellica ed in connessione – il 1977 – con lo scatenarsi del terrorismo. Trapelava, e non allusivamente, una certa insoddisfazione sul presente. In effetti salta agli occhi una linea – ad esempio nelle uscite della sbrigativa Camusso – che non aiuta ad affrontare la crisi introducendo elementi di innovazione e sollecitando una responsabilità generale. Possibile che i sindacati non riescano a spender mai una parola autocritica sulle cause che stano alla base dell’impasse? Possibile che a ogni ipotesi di liberalizzazione di questo o quel comparto o di riformulazioni normative si riesca solo a dire no? È indubbio che aver tirato fuori in un frangente così teso la questione della modifica eventuale dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è stata una mossa improvvida ed errata. Oggi non è né opportuno né necessario mettere all’ordine del giorno una riforma che dovrà essere finalizzata a rendere il mercato del lavoro più dotato di garanzie e più in grado di promuoverne una mirata flessibilità. Ma che si continui a fare dell’articolo 18 un feticcio intoccabile e un miracoloso toccasana, enfatizzandone il valore simbolico, attribuitogli in un una campagna che suscitò tanto confuso e ambiguo entusiasmo, non è accettabile. Idem si dica per le modifiche prospettate in campo pensionistico. I sindacati hanno alzato un grido d’allarme e profetizzato l’acuirsi di laceranti tensioni, chiedendo un Patto per il Lavoro e rimproverando al governo di aver fatto poco in materia. Non si può non concordare sul desiderio che il governo Monti si impegni su questo decisivo versante. E confortano le assicurazioni che il premier ha dato ai sindacati ad immediato riscontro della loro denuncia. Ma è realistico assumere di fronte ad una compagine chiamata da qualche giorno a governare una scabrosa transizione in vista dell’appuntamento elettorale dell’anno prossimo un atteggiamento così esigente? L’impressione che si ha è che né CGIL , né CISL, né UIL, in varia misura e con diverse motivazioni, accettino il dialogo-confronto possibile oggi, con i suoi inevitabili limiti ed i suoi condizionamenti, pure internazionali. Chi, poi, ricopre responsabilità  istituzionali in una regione come la Toscana non deve certo sottovalutare la protesta sindacale e le rivendicazioni delle lotte dei lavoratori – e non sto a elencare le sacrosante vertenze in corso – ma è miope perdere di vista il quadro d’insieme. Occorre, insomma, anzitutto scegliere. Se si ritiene che il governo che si è insediato debba gestire al meglio una delicata fase di estrema gravità, in un lasso temporale che non strozzi la legislatura in corso, bisognerebbe trarne le conseguenze, adeguando i toni e definendo con realismo domande e obiettivi. Una pretesa da vecchia politica?

Roberto Barzanti    

                         

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