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Lavoro, l’Irpet lancia l’allarme, 60mila a rischio nella manifattura Breaking news, Economia

Firenze – Crisi da covid, fra i lavoratori del settore manifatturiero sono 60mila i lavoratori che in Toscana potenzialmente a rischio di perdere il  lavoro per effetto della crisi innescata dalla pandemia. Sessantamila che si assommerebbero ai 4mila addetti che hanno perso il lavoro dall’avvio del  lockdown ad oggi, secondo la stima dell’Irpet.

Di fatto, dunque, anche la manifattura, sebbene apparentemente meno colpita da settori come quello commerciale e turistico, rischia di perdere un numero consistente di lavoratori, ad oggi “congelati” dal blocco degli sfratti e dall’uso della cassa integrazione, tant’è vero che, secondo i dati dell’Irpet, sul fronte del lavoro nel secondo e terzo trimestre dell’anno, turismo (-17%) e commercio (-6%), hanno perso su base tendenziale più del doppio degli addetti alle dipendenze della manifattura (-3%). Ragionando in termini assoluti tuttavia, in conseguenza della diversa consistenza del peso occupazionale, la flessione è analoga nel commercio e nell’industria in senso stretto: entrambi registrano, come si legge nel Barometro del Cvoid-19 numero 17 prodotto dall’Irpet e reso pubblico tre giorni fa,  8mila addetti in meno, rispetto al medesimo periodo relativo al 2019. Ma sono quasi 24mila gli addetti in meno osservati nel comparto turistico.

In realtà ciò che non appare nel settore manifatturiero è dovuto al fatto che blocco dei licenziamenti e un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali ha in un certo senso nascosto il vero volto della crisi. Intanto, come si spiega nella relazione dell’Irpet, al contrario del terziario la manifattura ha maggiori quote di lavoratori a tempo indeterminato e può molto meno del primo, giocare sulla flessibilità dei contratti. Di conseguenza, il congelamento dei licenziamenti e la Cassa Integrazione “possono quindi aver messo fra parentesi una perdita di occupazione potenzialmente più alta di quella osservata, anche nella manifattura. Non considerare questo aspetto rischierebbe di sottostimare la dimensione complessiva, oltre quella di dettaglio settoriale e territoriale, della crisi che ha sofferto questo comparto. Stimiamo quindi il numero di lavoratori che hanno, di fatto, smesso di essere attivi dal primo giorno del mese di marzo, fino all’ultima data osservabile che è il 30 settembre. Questo conteggio restituisce l’intero sapore della crisi, e rappresenta un’informazione che fornisce un’adeguata quantificazione del lavoro perso in questi mesi dal comparto manifatturiero”.

Ed ecco il calcolo intrapreso per raggiungere un quadro più veritero di quanto appaia a prima vista. Prendendo in analisi in termini congiunturali cosa è accaduto fra marzo e settembre, si rileva che “i dipendenti nella manifattura, il 28 febbraio 2020, erano in Toscana circa 258mila. Circa 73 milioni sono state le ore di CIG ordinaria autorizzata fra marzo e settembre in questo comparto. Considerando che i giorni lavorativi in questo intervallo temporale sono stati 151, per un orario giornaliero di 8 ore (40 settimanali), abbiamo quindi una dote oraria ad addetto pari a 1.280 ore. Che significa un monte orario complessivo, calibrato sul numero di addetti presenti nel periodo in osservazione, pari a 312 milioni di ore. La cifra restituisce il volume complessivo di ore lavoro potenziali. Ne mancano all’appello 73 milioni. Significa quindi una contrazione complessiva pari al 23%,
che corrisponde ad una perdita di unità di lavoro equivalenti pari a 60mila. Detto in altri termini, fra marzo e settembre è come se nel comparto manifatturiero non avessero lavorato 60mila addetti alle dipendenze con orario pieno”. di conseguenza, è come se congelare il mercato del lavoro si traducesse nel bloccare l’attività di 60mila lavoratori, in “attesa di tempi migliori”. La Toscana, come sottolinea il Barometro dell’Irpet, in questi mesi ha, quindi, potenzialmente perso 64mila unità lavorative, di cui il 7% per
effettiva cessazione e il 93% a causa di un’operazione di ibernazione, che è tutto da dimostrare possa essere rapidamente riassorbita”.

Per quanto riguarda i settori più colpiti, l’analisi dell’Irpet indica meccanica e comparto moda, mentre sono Pisa, Livorno, Firenze ed Arezzo i territori provinciali con la maggiore riduzione di unità di lavoro. Nella provincia di Pisa ciò che ha pesato di più è stato l’andamento osservato nel settore legato alla conceria; a Livorno quello della meccanica (auto motive) e della chimica, mentre al dato negativo di Firenze contribuisce soprattutto il ricorso agli ammortizzatori sociali della pelletteria e aquello di Arezzo la metal-meccanica (produzioni di metallo, apparecchi meccanici e macchine elettriche).

 

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