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Lavoro “nuovo”, se cade l’ultimo velo: l’altra economia di Marta Fana Breaking news, Economia

Firenze – Riportare il lavoro al centro. Una sorta di slogan-mantra per l’ultima sinistra, quella incapace di tornare all’unità, neppure su uno dei temi fondamentali per una Repubblica fondata sul lavoro. Ma il punto, ad oggi, è: di cosa stiamo parlando? 

A questo interrogativo inquietante propone risposte il libro di Marta Fana, ricercatrice di economia a Sciences Po, Parigi, cervello in fuga, nota per aver detto “il fatto suo” al Ministro Poletti, quando fece la ormai nota gaffe, scusandosene poi, dei giovani che se ne vanno dall’Italia, così si tolgono dai piedi. Un libro che enuncia la tesi fin dal titolo: “Non è lavoro, è sfruttamento”, editrice Laterza, collana Tempi Nuovi, 14 euro.

Ed è stato ieri sera, in una partecipata presentazione allo Spazio InKiostro in via degli Alfani a Firenze, che nel corso dell’intervento della ricercatrice e giornalista (collabora con il Fatto Quotidiano e Internazionale) sono stati illuminati molti punti circa la questione principe dei nostri tempi, cosa sia diventato il lavoro. E così, via a una disanima che sta nei fatti: cassiera a chiamata, fattorino a voucher, alternanza scuola-lavoro che significa di fatto “lavoro gratis”. Che è anche un modo subdolo di inculcare un principio: non  è detto che per lavorare ti paghino. Anzi. Ci sta anche che, col sistema del coworking, il tuo spazio lavoro te lo paghi tu. Solo se vuoi lavorare insieme ad altri, però: altrimenti, è facile starsene a casa propria (bella cosa, l’innovazione…) in assoluta solitudine, contribuendo a costruire un profitto di cui meno di niente verrà al lavoratore. Perché, dice in sintesi Marta Fana, non solo si paga poco (anche 2 euro l’ora, e non importano le mansioni: magazziniere, donna delle pulizie, fattorino, bibliotecario …) ma non vengono contemplati contributi, straordinari, lavoro notturno, infortuni. E alla fine, per chi lavora da casa, costo di produzione, che viene spostato dall’impresa (energia, macchinari, mensa …) al lavoro: spesa del computer come strumento di lavoro, connessione, riscaldamento o raffrescamento che sia (se non puoi scaldarti o rinfrescarti, affari tuoi) insomma, tutte quelle variabili minime che consentono al lavoratore di svolgere la propria attività e dunque produrre, pagate di tasca propria. Insomma ci si aspetterebbe che le imprese esultassero, le grandi imprese in particolare. Tanto più che, come ricorda Fana, in campo fiscale sulle imprese non viene seguito il sistema di proporzionalità, grandi o piccole insomma, gli sgravi fiscali ad esempio sull’Irpef sono uguali. E dunque, chi gode?

Non certo i lavoratori. E qui, dopo tonnellate di flessibilità iniettata da governi di diverso colore ma eguale sentire, dopo interventi che hanno di fatto reso precari e instabili lavori nuovi che in realtà non nuovi sono (facchino, colf, addetto alla logistica, sempre quelli sono) mentre è nuovo l’approccio, primo di tutti il lavoro “intermittente”; dopo la ventata dell”ottimismo” per cui Partita Iva uguale Imprenditore, e chi non ce la fa è perché non ha la stoffa (dunque, colpa sua), il panorama è desolante. Intanto, persa l’unità di “classe”, che significa semplicemente al posto del riconoscimento “tutti nella stessa barca”, guerra di tutti contro tutti: se sono più bravo, più instancabile, più rapido, più … tutto, il posto è mio. Per quanto? …  Non importa: intanto pago affitto o mutuo, faccio la spesa, compro le scarpe o i libri o il corso sportivo a mio figlio. E poi? Daccapo.

Dunque, alcuni punti: gli operai non riconoscono più se stessi come operai. Certo, il salto è: non solo in fabbrica, operaio è ormai anche l’addetto ai servizi, siano essi logistica, trasporti, cucina, turismo. Secondo punto: se non ti riconosci come “lavoratore”, “operaio”, parte antagonista insomma, non ti senti chiamato a svolgere un ruolo attivo. Fana definisce la situazione: ruolo “passivo” assunto da lavoratore. Che significa che chi produce non entra più nelle logiche della produzione, ma le subisce. Del resto, spingendo il paradosso: se vittoria o  sconfitta sono affidate alle capacità dell’individuo, se siamo tutti imprenditori di noi stessi, come facciamo a entrare in conflitto? Anzi, perché dovremo entrare in conflitto? E con chi? E questo, scusate, è l’ultimo velo.

Alla fine, sebbene i punti toccati dall’illustrazione della ricercatrice siano stati molti, complessi, e anche discussi negli interventi del pubblico, la sintesi finale ha riguardato una sorta di appello alla consapevolezza. Questa modalità di affrontare il lavoro spezzettandolo crea l’illusione di esser soli, ognuno alle prese con i propri guai. Ebbene, dice Fana, non è così. Appurato questo, la serata si chiude su un altro successivo interrogativo: quale sarebbe (sarà) l’alternativa? L’alternativa di sistema di produzione, beninteso. Una domanda cui, confessa l’autrice, ancora non ci sono risposte, sebbene i tentativi e le ricerche siano in corso. Ricollegandoci infine con la domanda iniziale, lavoro: di cosa si parla? Risponde, con la sua disanima cruda e oggettiva, la ricercatrice: “Non è lavoro, è sfruttamento”. 

Foto: Erica Massa

 

 

 

 

 

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