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Lavoro, più assunzioni ma più licenziamenti Economia

Firenze – A poche ore dall’annuncio di Istat relativo alla crescita del Pil nazionale, CGIL e Ires Toscana tirano le somme sui primi effetti del Jobs Act nella regione, e il giudizio non è roseo. Se primo trimestre del 2015 ha visto crescere il numero di assunzioni a tempo determinato e un forte calo della cassa integrazione, ha registrato anche un aumento dei licenziamenti e il sostanziale stallo della produzione industriale: dati collegati – per quanto contrastanti – che, se ancora insufficienti a fotografare gli effetti della Legge di Stabilità, smorzano le premesse del governo Renzi e ribadiscono i dubbi sui benefici della riforma.

Il lavoro resta il motore (sostanzialmente) immobile della manovra. Il balzo di assunzioni in Toscana registrato da gennaio a marzo (+37% rispetto al 2014), frutto dell’erogazione dei sostegni alle imprese, ha visto una partenza sprint tra gennaio e febbraio e un repentino calo nel mese di marzo: un “effetto doping” facilmente prevedibile – dal momento in cui le aziende che avevano in piano assunzioni hanno atteso il nuovo anno per poter accedere ai benefici della legge – e di fatto controbilanciato, a partire da marzo (primo mese di vigenza del cosiddetto CTC), dal calo degli avviamenti (-9,6%). Un effetto doping, dunque, che tende alla riduzione e che indica come la libertà di licenziamento mal si sposi con gli stimoli alle assunzioni.

“I benefici del Jobs Act sono modesti e discutibili – ha dichiarato Daniele Quiriconi (CGIL) e i datii sostanziano quello che abbiamo detto fin dal primo minuto, cioè che non sono le regole di ingegneria normativa a spingere le imprese ad assumere”. Si riduce sensibilmente l’apprendistato a vantaggio del tirocinio (ma non del tirocinante), calano (e il dato è positivo) voucher, lavoro intermittente e a progetto, mentre cresce il contratto a tempo indeterminato (+37%) e determinato (+2%).

La cassa integrazione segna un calo dell’8,8% al netto della deroga, ma il segnale non è da leggersi del tutto positivamente. La cassa integrazione in deroga non è conteggiata, ma non altrettanto sospesa: probabile che il tutto venga declinato in licenziamenti individuali o collettivi, questi ultimi aumentati infatti del 39,3% (inquietante il caso di Livorno, dove l’aumento ha toccato la vetta del 149%). Trattasi, in ogni caso, di licenziamenti ex L. 223/1991, dunque riflesso non tanto del rimaneggiamento dell’articolo 18 quanto, tout court, della crisi economica. Analoga, dunque, la crescita della disoccupazione (ai licenziati si sommano gli ex-inattivi, ora iscritti ai centri per l’impiego (595.048 unità contro le 563.201 del 2014), dato destinato a peggiorare non appena svanirà la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione in deroga. Il tasso di occupazione, del canto suo, è cresciuto di un solo 0,1% negli ultimi 12 mesi (dal 64,3% al 64,4%).

Cresce l’export (+2,2%), anche per effetto dell’allineamento euro-dollaro e dell’abbassamento del costo delle materie prime, ma la produzione industriale è insabbiata in una sostanziale stagnazione, scesa da 81,5 punti del 2013 agli attuali 80,6, lontana ancora di 25 punti rispetto ai livelli del 2007: poca cosa, infatti, la crescita dell’1,1%. “È un dato molto preoccupante, indica che il sistema industriale è collassato – ha detto Fabio Giovagnoli, presidente Ires Toscana – Per risollevare la produzione industriale occorre il sostegno agli investimenti e un aumento della domanda interna, cosa che attualmente non avviene nonostante alcuni interventi sui redditi, del resto assorbiti dalla situazione precaria delle famiglie”. Chiaro il riferimento ai famosi 80 euro in busta paga. “Un fallimento intrinseco. Basta comprare un cellulare o un qualunque prodotto fabbricato all’estero per non incidere minimamente sulla capacità produttiva interna”.

Niente di nuovo, infine, dal sistema creditizio. Nonostante gli annunci su un’inversione di tendenza, i dati ufficiali di Bankitalia forniscono una smentita secca. “Per la crescita ci vuole finanziamento, ma il sistema bancario in Toscana, come altrove, non è in grado di sostenerlo”.

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