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Le creature di Carabba, maestro della critica cinematografica Cinema

Firenze – Impossibile, in casi come questi, evitare la corda della nostalgia. Quel qualcosa che vissuto in presa diretta possa andare oltre lo specchio. In cerca di una inquadratura, un fermo immagine nel pulsare della memoria che non sarebbe dispiaciuto, ci è rimbalzato un vecchio fotogramma, fine anni Ottanta.

Tribuna stampa dello Stadio Comunale. Un Fiorentina chissà chi, che Claudio viveva come sempre da esperto con fanciullesca gioia in full immersion (come era per il Palio, lui che a Siena era nato e la Torre era la sua contrada), che poi sapeva “esaminare” con goliardico, aristocratico distacco per finire fuori campo. Altri Altri spalti. Altre parabole. Altre praterie. “Ho comprato l’opera omnia di Carl Barks, non so quanti volumi, m’è costata due milioni”.

Un patrimonio di felicità in quella bibbia di strisce, la più geniale della famiglia Disney, Barks un mito, l’inventore dei “paperi”, un terremoto, un vulcano di sequenze, strisce che Claudio amava forse del cinema. Ma sempre di fasci di luce si trattava. Avvolgenti come una coperta di Linus. Friabili e liquidi come la forma dell’acqua. La forma dell’immagine cinema. L’ultima creatura di Claudio, una fra le tante in tanti anni di “carriera”, era di questa natura, ondivaga e mutante, ma densa e profumata come i colori dell’arcobaleno. Claudio, penna fluida e leggera, dotata di un invidiabile senso del fraseggio (una sinfonia di contrappunti) e della sintesi narrativa (critica e discorsiva all’unisono) aveva lanciato cinque anni fa a Castiglione della Pescaia, la “Festa del Cinema di Mare”, un’idea semplice per guardare avanti, oltre i confini della memoria, anche fra le derive delle quotidiane emergenze migratorie.

Ma c’era anche in quella rassegna di fine estate, una dedica, eco di antiche risonanze, a Mauro Mancini, l’amico e collega rapito dall’Atlantico, avventurosamente imbarcatosi al seguito di Ambrogio Fogar. Il senese Claudio, poi fiorentino senza macchia e senza paura, con la Viola nel cuore croce e delizia, più la prima che la seconda, ma lapidaria cartina di tornasole degli umori e sbalzi nostri compagni di vita (il calcio come metafora nella percezione che ne aveva data Pasolini), si fregiava di molte irrequietezze.

Niente insonnia esistenziale per Claudio. La sua era navigazione fraterna e indisciplinata, battagliera e coraggiosa, militante ma di una militanza umana prima che politica, generosa di suggerimenti e consigli, ma soprattutto di spunti sempre condivisi con gli amici, i colleghi, mai esclusivi, figli di un patrimonio che era in primis barricata culturale. Perché se il cinema scandiva i margini della professione (i quotidiani, le riviste, Paese Sera, l’Europeo, il Corriere della Sera, la Nazione, i libri, i festival, dal Premio Fiesole alla Mostra di Venezia) era l’”altrove” che covava ironico e beffardo, lucida emergenza di cosa aspettarsi senza saperlo ma solo immaginarlo, la sorpresa di un rischio o i dadi di una scommessa.

Lui che amava gli ippodromi e le corse dei cavalli (rammaricandosi che il figlio non ne seguisse le orme) che erano un altro gomitolo da sciogliere per trovarci chissà un nocciolo forse di verità, un frammento di kriptonite che per un istante ti faceva diventare invincibile. Invisibile? Ci mancherà Claudio per la dissolvenza che sapeva creare. Per la sua cocciuta indolenza, l’istrionico eclettismo. Un prisma dove, sulla stessa passerella dell’avanspettacolo, attori, marionette e maschere di una  finzione che frantumava le regole e i ritmi del montaggio, ballavano insieme Tarantino e Tarantini, la Nouvelle Vague e il poliziottesco, Tinto Brass e Glauber Rocha, Orson Welles e Duccio Tessari gudati per mano da Jerry Lewis. O Stanlio e Ollio?

 

 

 

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