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Le danze e le donne di Colacicchi Cultura

Ricordiamo le storiche mostre sui Macchiaioli , la permanente di Pietro Annigoni  e Capucci, fino a questa, per tanti versi riassuntiva di un secolo, di Giovanni Colacicchi (Anagni1900-Firenze 1992). 
Egli infatti attraversò il secolo partecipe di tutte le vicende, dalla prima guerra mondiale dove si arruolò giovanissimo come volontario, alla Resistenza nel partito d’Azione. Ma soprattutto conobbe i principali movimenti artistici, musicali e letterari del secolo, da “Solaria” fin quasi ai giorni nostri. Visse la Firenze della colta società straniera qui accreditata , da Hildebrand a  Berenson ; frequentò tutti gli ambienti della cultura fiorentina, dalle “Giubbe Rosse “ al Vieusseux di Montale, alla cerchia di musicisti  di Dallapiccola  e Castelnuovo Tedesco , suo grande amico. Abitò quasi tutta la vita a Firenze , ma frequentò anche l’ambiente artistico romano, Guttuso compreso .  Ebbe esperienze all’estero, come il lungo soggiorno in Sud  Africa e nei paesi del Mediterraneo. Ma è impossibile in così breve spazio cercare di enumerare le tante  situazioni  culturali in cui Colacicchi si trovò a vivere: ebbe tutti i più significativi contatti che un artista e intellettuale italiano, bene inserito,  ma con equilibrio.-.come ricorda il figlio Francesco.-.poteva avere, mantenendo ferma e ben orientata la propria bussola di onestà  intellettuale. Coerentemente alla personalità multiforme dell’Uomo  I curatori di questa rassegna sono una storica dell’arte, come Susanna Ragionieri , un musicista come Mario Ruffini, coinvolto , tramite il Kunsthistoriches Institut di Firenze, nelle iniziative musicali  e storico –artistiche dell’Istituto.

Quanto sommariamente accennato, si dipana distesamente attraverso le 80 opere in mostra a Villa Bardini. Si inizia, prima di entrare nelle sale che percorrono lo svolgimento cronologico dell’esposizione, con un  notissimo dipinto di Colacicchi: “L’allegoria della danza e della musica” eseguita per una parete del cinema Gambrinus , in occasione della sua riapertura , dopo la II guerra mondiale, nel 1948. Si deve all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, attuale proprietaria di questo capolavoro, se esso  è stato salvato e riportato al suo splendore originale  dopo la ristrutturazione del vecchio cinema. Colacicchi stesso spiegò che la danza riassume tutte le arti e le sfida a rappresentarla: la pittura  deve muovere  i corpi come  in onde musicali  e la luce e le ombre devono seguirli.

Così avviene in quest’ opera e nelle altre che adombrano questo soggetto, come la “Moglie di Loth”  (1949) nelle quali egli sintetizza la sua poetica: l’esaltazione del corpo umano, l’ascolto dei ritmi musicali che in esso si manifestano, la contemplazione della natura solare e mediterranea,il mito della classicità ,la perfezione dei rapporti spaziali e della ‘proporzione’ rinascimentale. Colacicchi mantiene la sua ‘cifra’ artistica dagli esordi fino alla fine, pur confrontandosi  con le correnti del suo tempo. Così sono evidenti le suggestioni dechirichiane, ad esempio  in  “Piazza S. Trinita”.  Ma  la sua pittura ha ”un’asciuttezza  che non ha debiti con nessuno”, come ebbe a scrivere Ottone Rosai; un rigore  che si manifesta con le prime levigatissime nature morte con conchiglie , che lo accompagneranno tutta la vita.

Con gli anni Trenta che l’Artista mette a punto il suo carattere irreversibile, di cui è insuperato esempio la “Donna di Anagni” che lega in mirabile sintesi gli elementi della sua poetica citati sopra:  la solarità classica, l’impostazione spaziale quasi scultorea. Successivamente , quella sorta di ermetismo  e rigida simmetria, evidente specie nei paesaggi e in certi ritratti, si scioglie in forme più plastiche e musicali, ad esprimere sentimenti più morbidi  e complessi. Un dipinto come “Fine estate” resterà una pietra miliare in questo senso, che troverà molte analoghe espressioni nel lungo percorso del Pittore.
Con l’età più avanzata anche Colacicchi sembra contemplare con maggiore  pacatezza le sue nature morte che si affacciano su un mare chiaro e tranquillo e certi  calmi , morbidi nudi: “Notte d’estate” (1972).
Annamaria Piccinini

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