energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

L’intervista: l’urologia tra prevenzione e robotica STAMP - Salute

C’è qualche aspetto dell’urologia fiorentina che la qualifica in maniera particolare?
L’urologia di Firenze è una scuola nota a livello internazionale, perché da più di cinquanta anni si sono avvicendati nella cattedre universitarie maestri di grandi capacità a cui sono succeduti allievi che hanno saputo mantenere alto, adeguandolo ai progressi della chirurgia, il livello qualitativo. Nelle Cliniche urologiche dell’Università di Firenze vengono trattate, a livello eccellente, le patologie di tutte le branche dell’urologia: da quelle più note come l’oncologia, i trapianti renali, l’uroginecologia, l’andrologia chirurgica, le malformazioni, a quelle di settori superspecialistici come la chirurgia ricostruttiva dell’uretra e del cambiamento di genere.

Nel corso degli ultimi dieci anni c’è stato un cambiamento rispetto al passato nel tipo di patologie più frequentemente riscontrate?
In ambito urologico, nel nostro Paese, osserviamo sicuramente più tumori che non in passato. E’ difficile capire quale sia la causa di questo fenomeno che sicuramente è cominciato da più di dieci anni. Certamente sono in gioco molti fattori: un aumento effettivo di queste malattie dipende dall’interazione con l’ambiente, da un certo tipo di alimentazione, dallo stile di vita – penso ai fumatori -, dal fatto che abbiamo ottenuto una sostanziale riduzione di mortalità per le malattie infettive e cardiovascolari e quindi abbiamo raggiunto una vita media più lunga. Poi abbiamo mezzi diagnostici molto efficaci e infine un livello di educazione e di capillare organizzazione sanitaria che induce tante persone a fare più controlli medici ed esami.

E quelle più comuni?
fotomia_24_thumb.jpgPer quanto riguarda l’uomo nella quinta e sesta decade di vita, l’ipertrofia della prostata e i disturbi urinari ad essa legati. Se la percentuale di persone affetta da questa patologia è attualmente invariata, circa il 60% dei maschi dai 60 anni in su, è sostanzialmente cambiato l’approccio terapeutico. Si esegue un minor numero d’interventi perché abbiamo a disposizione farmaci molto più efficaci rispetto a qualche decennio fa e quindi possiamo alleviare i sintomi per un lungo periodo di tempo, senza ricorrere alla soluzione chirurgica. 
Riguardo alla donna, la calcolosi mantiene tuttora un elevato livello d’incidenza insieme ai disturbi urinari che si manifestano attorno ai 50-60 anni. Nelle donne in menopausa e all’inizio dell’invecchiamento sono molto frequenti l’incontinenza  urinaria e i prolassi degli organi pelvici attraverso la vagina, patologie al confine tra l’urologia e la ginecologia.


Com’è cambiato l’approccio terapeutico?
Fino agli anni ‘80 il tumore della prostata nella maggior parte dei casi veniva trattato con farmaci e non chirugicamente, mentre si operava molto di più l’ipertrofia della prostata. Da tempo questa tendenza è stata invertita e si interviene molto sui tumori e, come già detto, poco sull’ipertrofia della prostata.
Nell’urologia femminile un importante progresso è stato il trattamento mini-invasivo dell’incontinenza urinaria che oggi si corregge, in moltissimi casi, con interventi efficaci e, come suggerisce il termine mini-invasivo, poco traumatici. Invece la riparazione dei prolassi degli organi pelvici, utero e vescica, richiede procedure chirurgiche più complesse. Sono entrati nella pratica nuovi interventi che utilizzano materiale biocompatibile sintetico come supporto agli organi abbassati e inoltre, per queste patologie, oggi si tende a non asportare l’utero.

Lo stile di vita e il livello di prevenzione hanno un’incidenza?
Lo stile di vita ha un ruolo determinante in tante patologie, per esempio quelle tumorali, cardiovascolari e metaboliche. E’ certamente mediamente migliorato: i fumatori sono diminuiti, spesso si mangia meno e in maniera equilibrata e c’è la tendenza a mantenere un minimo di esercizio fisico.
Misure preventive efficienti sono attuate in molte malattie professionali, penso ad esempio al tumore della vescica nei lavoratori delle industrie chimiche, mentre una prevenzione generica è più difficile da realizzare. Conta molto un modello di vita sano e regolato.


Nello specifico per il tumore della prostata si parla sempre più di diagnosi precoce più che di prevenzione. Perché?
Perché, come ho detto, la prevenzione è complessa e spesso porta questioni controverse. Tempo fa si diceva che l’assunzione giornaliera di selenio riducesse il rischio di tumore della prostata, oggi è stato dimostrato che non è vero.
La diagnosi precoce del tumore, quando questo è piccolo, confinato all’interno della ghiandola, consente un trattamento che garantisce i risultati migliori.


A che età gli uomini devono attivarsi e fare regolarmente visite urologiche?
E’ consigliabile fare qualche controllo intorno ai 50 anni. Poi dipende dalla presenza di sintomi e dalla familiarità delle malattie urologiche.

Quali sono gli esami consigliati e ogni quanto farli.
E’ l’urologo che indica gli esami necessari, in genere il dosaggio del PSA, l’analisi delle urine e l’ecografia e suggerisce quando ripeterli.


Si parla molto del test PCA3, quando fare questo esame?
E’ un esame delle urine ritenuto più preciso del PSA nell’indicare i soggetti che dovrebbero sottoporsi a biopsia della prostata. In realtà non c’è ancora consenso unanime sul suo impiego, perché è molto costoso e dà risultati ambigui.

Si pensa sempre all'urologia come ad un'area di interesse solo maschile, ma in realtà riguarda anche la sfera femminile.
Di sicuro nell’ambulatorio urologico le donne rappresentano la percentuale minore dei pazienti rispetto agli uomini. Ovviamente non hanno il tumore della prostata e quelli del rene e della vescica sono meno frequenti nel sesso femminile, mentre la calcolosi ha più o meno la stessa incidenza tra uomini e donne. Anche i disturbi urinari della terza età, che sono la ritenzione urinaria nell’uomo e l’incontinenza urinaria nella donna, hanno pressappoco la stessa incidenza tra i due sessi, però per questi disturbi le donne si rivolgono spesso al ginecologo, che ritengono il loro specialista di riferimento.

L’urologia è una branca prettamente maschile anche tra i medici. Perché?
In passato i pazienti maschi avevano un certo imbarazzo a farsi visitare da donne medico, ed è probabile che anche le donne medico non fossero a loro agio in queste situazioni. Oggi, forse, qualche persona anziana è ancora riluttante davanti ad una donna urologo, ma la mentalità dei pazienti è cambiata e di sicuro sono più pronti a farsi visitare da un medico il cui genere è meno importante della bravura. Oggi anche nell’urologia, che pure è stata una delle ultime branche della medicina a registrare l’ingresso delle donne, ce n’è un discreto numero: nella nostra scuola di specializzazione circa un terzo degli specializzandi sono giovani dottoresse. E la loro qualità è alta. Nella “Società Italiana di Urologia” le urologhe sono circa un quinto dei soci: hanno costituito una sezione che ha successo e che sta contribuendo ad eliminare le residue barriere tra i sessi.
 

Si sente molto parlare interventi di chirurgia robotica, di cosa si tratta?
Definire “robot” il sofisticato strumento chirurgico da pochi anni entrato nelle sale operatorie è improprio, perché l’apparecchio non ha alcun automatismo e ogni sua funzione è governata dal chirurgo che siede alla consolle dei comandi. Fino a quando lo strumento non avrà la capacità di eseguire autonomamente almeno qualche elementare manovra, sarebbe più appropriato chiamarla “chirurgia computerizzata”. Ma il termine chirurgia robotica ha senz’altro più appeal!

Nello specifico in quali ambiti viene impiegata?
In ogni caso rappresenta l’evoluzione della chirurgia laparoscopica mediante l’applicazione del computer. In pratica, la chirurgia laparoscopica viene eseguita mediante dei piccoli tubi inseriti, ad esempio, nella cavità addominale. Attraverso i tubi, da tre a sei a seconda dell’intervento, si introducono gli abituali strumenti chirurgici, come pinze, forbici o altro, direttamente manovrati dal chirurgo e un sistema ottico bidimensionale per osservare il campo operatorio.
La chirurgia computerizzata ha migliorato questo modo di operare perché consente una visione tridimensionale e gli strumenti non sono impugnati direttamente dal chirurgo, ma dalle braccia del robot. Il chirurgo, seduto e a mani nude, muove i comandi che spostano le braccia del robot e quindi gli strumenti, con movimenti estremamente precisi. Inoltre si possono vedere, ingranditi, gli spazi anatomici più reconditi. Questa chirurgia è impiegata principalmente nei tumori della prostata e del rene e in interventi volti a correggere malformazioni congenite delle vie urinarie.

La chirurgia robotica, o computerizzata, costituisce comunque l’evoluzione dell’attuale chirurgia?
Sì, oltre alla precisione delle manovre la chirurgia robotica, come quella laparoscopica, elimina o riduce molto i disturbi conseguenti l’incisione della parete addominale e la fatica fisica, non quella psichica, del chirurgo.
Questi robot sono appena alla prima generazione di progettazione. In futuro ci saranno applicazioni che semplificheranno e renderanno sempre più sicura la chirurgia e il robot sarà lo strumento presente in tutte le sale operatorie.

Giovanna Focardi Nicita

Foto: http://www.sanitaincifre.it

Print Friendly, PDF & Email

Translate »