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Le proteste in Francia: la rabbia sociale si tinge di giallo Breaking news, Opinion leader

Il movimento dei “Gilets Jaunes” è stato un oggetto politico non identificato nel nostro Paese, che non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato vista la sua estensione, la sua durata e l’attuale incapacità dell’esecutivo francese, e delle forze politiche che lo sorreggono, nel farvi fronte.

Se il motivo scatenante della mobilitazione è stato l’aumento (prima rimandato e poi congelato in seguito alle proteste) del prezzo del carburante inizialmente previsto per il primo gennaio 2019, e il rifiuto di pagare in toto il prezzo della transizione ecologica in una situazione di forte disequilibrio fiscale, il movimento ha abbracciato in maniera prima informale e poi sempre più codificata una ampia gamma di rivendicazioni.

Dopo lo scandalo estivo dell’affaire Benalla, tutt’altro che risolto, le dimissioni di alcuni importanti ministri e il secondo re-impasto governativo, Emmanuel Macron, e il movimento politico da lui creato: En Marche!, aveva progettato un rilancio della sua azione, in grado di rideterminare una agenda politica e capace di invertire il trend dei suoi consensi in calo costante, ma è stato “investito” da una onda di proteste popolari che non sembra avere eguali nella Francia della Quinta Repubblica da più una ventina d’anni a questa parte.

Ad un osservatore attento della realtà dell’Esagono, non poteva sfuggire il dibattito sviluppatosi durante il mese intercorso tra il lancio di un evento facebook che chiamava al blocco contro il caro-benzina da parte di due allora anonimi utenti e l’Atto Primo della mobilitazione il 17 novembre, che ha attraversato tutte le forze d’opposizione sia di destra (LR, RN-ex FN, FD) che di sinistra, in particolare la France Insoumise schieratasi al fianco della protesta con una netta presa di posizione del suo leader Jean-Luc Mélenchon, ben prima della prima giornata di mobilitazione.

La “marea gialla” ha evidenziato fratture profonde all’interno della società francese e una contrapposizione netta tra le élites e la maggior parte della popolazione della Francia peri-urbana, delle  zone rurali e di quelle fortemente colpite dalla de-industrializzazione, come si evince dalla geografia delle mobilitazioni, rimettendo al centro del dibattito politico la questione sociale e quella della rappresentanza popolare.

In un secondo momento ha coinvolto gli studenti delle medie superiori, soprattutto quelli degli istituti più periferici (professionali e polivalenti) che si oppongono alle varie riforme governative che introducono criteri che approfondiranno il divario di possibilità tra differenti istituti, e gli studenti universitari, che si sono mobilitati contro il notevole aumento della quota di iscrizione per gli studenti  extra-UE per ciò che concerne i corsi ordinari e i master.

Allo stesso tempo, il mondo sindacale si è fortemente polarizzato rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti del movimento, nel mentre dei suoi aderenti e dei suoi militanti (in special modo della CGT) hanno partecipato dal primo giorno ai blocchi, facendo costantemente pressione sulla dirigenza per una partecipazione più organica alle mobilitazioni.

In alcuni casi si è giunti ad una convergenza dei differenti settori che in un clima mutato hanno preso coraggio unendosi al flusso delle proteste con rivendicazioni specifiche che si sono giustapposte (a volte soprapponendosi) a quelle dei gilets gialli che sono state sia di natura sociale che politica, coniugando la lotta contro il caro vita e per la giustizia fiscale alla profonda trasformazione del sistema di rappresentanza politica.

Le richiesta delle dimissioni di Macron, considerato il responsabile ultimo delle conseguenze nefaste nella vita di milioni di persone è stata la parola d’ordine unificante, nonché il coro più urlato nelle differenti manifestazioni.

Un intero ceto intellettuale si è interrogato su ciò che stava avvenendo ed importanti équipe di ricerca, i cui risultati delle ricerche sono stati pubblicati sui maggiori quotidiani francesi (“Le Monde”, “Libération” e “L’Humanité”), hanno studiato sia la composizione sociale, sia le tipologia di richieste, sia l’orientamento politico dando una immagine chiara di un movimento popolare che non riduceva le proprie richieste al caro benzina, con un orientamento politico eterogeneo, ma nella stragrande maggioranza dei casi con una forte sensibilità ecologica ed alieno da atteggiamenti razzisti e omofobici.

La destra (LR e RN) si è progressivamente “sganciata dalla protesta”, mentre la presenza dell’estrema-destra è stata notevolmente sovra-mediatizzata per “screditare” il movimento, nonostante inchieste giornalistiche sul campo, le ricerche scientifiche, e una banale panoramica degli strumenti di comunicazione dei GJ ne relativizzano alquanto la portata.

Ad un circa un mese e mezzo dal suo inizio, non c’è alcun segnale di “smobilitazione” e ai presidi, alle rotonde e ai caselli autostradali che sono la spina dorsale delle mobilitazione, si stanno affiancando assemblee generali cittadine.

I vari atti della protesta, oltre alle azioni quotidiane condotte con “blocchi” e “filtraggio” non solo del traffico pesante stradale ma in alcuni punti sensibili dell’organizzazione economica (porti, depositi di carburante, piattaforme logistiche e centri commerciali) e della macchina amministrativa, si sono concentrati sia nella capitale, che ad ampio raggio su tutto l’Esagono.

È importante ricordare il livello repressivo raggiunto per stroncare le mobilitazioni, e l’attacco al diritto di cronaca, così come denunciato da Amnesty International e dalle quattro organizzazioni di categoria dei giornalisti in un comunicato congiunto supportato dalla Federazione Europea e Mondiale dei giornalista.

Entrambe queste pesanti prese di posizione sono state abbondantemente ignorate dai media del nostro Paese, e nel caso del comunicato di Amnesty, anche da quelli francesi.

Il giallo, ormai è diventato un simbolo di riscossa in tutto il Continente ed ha addirittura travalicato i confini della Vecchia Europa.

Per le oligarchie europee le classi laboriose, sono diventate nuovamente classi pericolose, come nell’ Ottocento, se la loro rabbia si tinge di giallo. 

Giacomo Marchetti

Ricercatore indipendente, Potere al Popolo

 

Foto: pagina facebook Gilets Jaunes

 

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