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Le scelte di Sousa: dubbi, perplessità e in bocca al lupo Sport

Firenze – Non voglio menar gramo, ma non voglio neanche far finta di non vedere e non voglio rinunciare a pensare. Vedo la formazione che ha in mente Sousa oggi contro il Genoa, e sbianco. Vecino e Borja Valero a fare centrocampo; la solita difesa a tre (solita perché, a dispetto dei proclami per un “europeo” 4-2-3-1, Sousa sembra per ora convinto di una sorta di 3-4-3); Ilicic dietro Rossi e Kalinic o Baba (unico dubbio); esterni, immagino alti, Gilberto e Alonso.

Capisco che Kuba non sia pronto, che anche Mati non lo sia; capisco meno che Suarez venga penalizzato appena dopo la prima; non capisco affatto perché Badelj, che è stato tra i migliori contro il Milan e che è stato un pilastro nella seconda parte dello scorso campionato, sembra ora relegato in panchina senza appello; infine mi rifiuto di capire perché si insista sull’acerbo (è un eufemismo) Gilberto a destra.

E quando non si capisce, almeno si tenta qualche congettura. La mia parte da lontano, e intende spiegare perché in Italia in genere i tecnici stranieri falliscono (incrocio le dita perché non sia così anche con Sousa, ma le premesse…). Benitez era venuto con credenziali da vincitore planetario. È vero che all’Inter in un recente passato non aveva dimostrato nulla di buono, ma certo, in quel caso, si era preso l’eredità pesante di Mourinho e di un triplete, e dunque aveva attenuanti, eccome.

Poi però è venuto a Napoli, dove ha trovato un ambiente entusiasta e ambizioso, e dove ha anche avuto la possibilità di costruirsi la squadra con un certo agio. Ma lì vengono fuori i difetti cronici. Benitez è ottusamente legato a uno schema, quel 4-2-3-1 che impera in Europa, che è schema offensivo e spettacolare, ma che per essere gestito adeguatamente in Italia richiede una cura assoluta e prioritaria della fase difensiva.

E invece Benitez ci mostra solo movimenti d’attacco geniali e di alta virtuosità, valorizza attaccanti a iosa (non gli è riuscito con il solo Michu), ma fallisce miseramente nelle scelte tecniche e tattiche a centrocampo e in difesa. La lista dei difensori che ha comprato (strapagati) in questi ultimi due anni è allucinante: Albiol e Uvini il primo anno, cui poi a gennaio aggiunse Henrique e Goulham; Koulibaly e Strinic l’anno scorso, confermando Britos, Maggio, Mesto, Zuniga…Per non dire del via vai di portieri mediocri (ma si sa, all’estero, soprattutto in Inghilterra, il portiere non conta; anzi, farsi vedere preoccupati del portiere vorrebbe dire ammettere che non si è sicuri di riuscire a attaccare sempre!) e di centrocampisti mai all’altezza e sacrificati in un modulo palesemente inadatto alle loro caratteristiche.

Dunque, un Benitez che, a dispetto delle sue credenziali all’estero, non è adatto al calcio italiano. Ma, mi direte, di Garcia non si può dire lo stesso. Beh, sì e no. Garcia è sicuramente più intelligente e accorto; sa emendarsi. Per esempio, quest’anno ha capito che in Italia senza un centravanti da 20 reti potenziali non si va da nessuna parte. Ma anche lui tende un po’ a sottovalutare la difesa, e poi è fissato con quegli attaccanti velocissimi e frenetici che sono il suo marchio di fabbrica.

Anche quest’anno, gira e rigira, Gervinho e Iturbe se li è tenuti (e a malincuore ha rinunciato a Ibarbo), e ha comprato anche Salah (che, per me, in una Roma che tende a far stazionare otto giocatori nella metà campo avversaria, togliendo aria alle punte, è un acquisto sbagliato). E dunque anche lui resta “straniero” al nostro calcio perché, a differenza dei nostri pragmaticissimi allenatori, ha le sue idee fisse e il suo modo di piegare i giocatori agli schemi.

Fin qui, criticando, ho parlato di due grandi tecnici capaci e vincenti a alti livelli. Sousa ha allenato il Maccabi di Telaviv e il Basilea. Si ricorda, certo, del calcio italiano perché ci ha giocato. Ma secondo me quella memoria sbiadisce facilmente: primo, perché cambiano i giocatori e gli allenatori (quelli di questa generazione Sousa dimostra di conoscerli molto poco), poi perché ci sono sempre più squadre “deboli” nella serie A italiana, che sono proprio quelle che ti danno più noia, con la corsa, con il controgioco, lavorando di gomito sulle tue debolezze.

No, caro Sousa: io al Genoa di quel volpone di Gasperini un Gilberto non glielo regalavo, né gli regalavo un centrocampo inedito e assurdo, con il solito Borja che non filtra e non difende, perché non è il suo mestiere, e con un “corridore” in verticale, Vecino, che certo non pare adatto a proteggere la difesa e che soffrirà senz’altro l’inferiorità numerica della squadra in quella zona del campo.

Montella l’anno scorso provò una volta sola un modulo simile, contro il Torino in casa, in una delle partite da turn over totale nel pieno dei grossi impegni. Mise Rosi e Pasqual sulle fasce, tre difensori e tre attaccanti (tra cui Ilicic), ma al centro scelse Badelj e Aquilani; il che vuol dire che, avendo a disposizione la rosa di quest’anno, per oggi avrebbe scelto Badelj e Suarez. Io, come sapete, resto un fanatico fan (che vuol dire fanatico al quadrato) di Montella, e sono un convinto sostenitore che in Italia, se si vuol vincere, si devono far allenare tecnici che escono da Coverciano e che da sempre masticano il nostro calcio. Mi auguro sinceramente di sbagliarmi.

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