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Unifi, parla Dei: “Lauree sulle sfide globali e diritto alla studio” Opinion leader, STAMP - Università

Firenze – Uno dei temi più dibattuti, in tempi di “fuga” dall’Università come quelli che stiamo vivendo, è come fare per arginare l’idea, che trova sponde insospettabili, che tutto sommato o la laurea è inutile, oppure si riduce a un rapido passaggio segnato da voti “sufficienti” ad arrivare in fondo alla svelta.
Circa il primo punto, è sen’zaltro tema vivo quello di rendere le lauree “appetibili”. Questo nei due sensi: sia per quanto riguarda la laurea magistrale e dunque limitare gli “abbandoni” dopo il triennio, sia per invogliare i ragazzi diplomati ad accedere all’Università. Stamp gira la domanda al rettore dell’Ateneo fiorentino Luigi Dei.
“L’attrattività dell’ateneo nei confronti degli studenti sia per la triennale e poi per la magistrale è un tema al centro del piano strategico ed era al centro del programma. Per quanto mi riguarda, lo vedo declinarsi in due ambiti – dice il rettore – quello più semplice, avere delle lauree attrattive significa legarle a percorsi di qualità, oltre, laddove è possibile, a delle buone performance per l’inserimento nel mondo del lavoro, che rimane un elemento fondamentale. Dall’altro ritengo necessario anche cercare dei percorsi formativi che siano in sincronia con la ricerca avanzata, e quindi con i temi  su cui va avanti la ricerca avanzata che oggi è sempre più pluridisciplinare”.
E dunque, quali temi?“I grandi temi su cui punterà la ricerca sono il clima, l’ambiente, nutrizione e fame del mondo e energie rinnovabili. Si tratta di tematiche planetarie – spiega Dei – dietro a questi spunta la salute, il quinto elemento, da sempre all’ordine del giorno”. Ma è nelle modalità che avviene la “rivoluzione”. “La ricerca non è disciplinare – ricorda Dei – sull’ambiente lavora l’ingegnere, lavora il chimico come il biologo, il medico (vedi l’allergologia), il pedagogista, il matematico che fa i modelli, e , ultime ma non per importanza, le cosiddette scienze umane”.
Il senso del ruolo delle scienze umane è fondamentale, spiega Dei,perché per governare i  processi complessi che chiamano in causa questi temi, abbiamo bisogno di esperti multidisciplinari ma anche di una classe di esperti che pensi. Il modello interpretativo del mondo bisogna che lo dia qualcuno che magari è laureato in filosofia anziché in latino e greco, ma che abbia quella visione, la visione del “pensiero disinteressato”.
Si tratta di mettere in campo “percorsi pluridisciplinari che favoriscano competenze in grado di essere esercitate nel panorama di quelli che sono oggi i temi di avanguardia, mentre d’altro canto è necessario anche favorire la ricerca di base, cosiddetta “disinteressata”, quella che viene definita curiosity driven non monetizzabile, che serve per avere una classe dirigente in grado di governare il nuovo, complesso mondo e i suoi fenomeni”.
Terzo tema, dare un’occhiata al panorama nazionale e internazionale e “vedere dove possiamo costruire un percorso non unico ma che non abbia una grande concorrenzialità. Un esempio? Non esiste un corso di laurea su temi climatologici, nonostante Horizon 2020 dica che il clima deve essere studiato”.Nella strategia di allargamento dell’interesse e della capacità concreta di inserirsi nel mondo della formazione e lavoro rientra anche la sinergia fra le tre Università toscane.
Fare i corsi con i tre atenei toscani, per la scarsità di risorse economiche e di capitale umano , diventa necessario se si vuole portare avanti la strategia dei percorsi legati al mondo contemporaneo. Non c’è altra soluzione – ribadisce Dei – dobbiamo fare squadra. E il primo modo, in una regione che ha sette università, tre tradizionali più le altre, è quello di cominciare a metterci a un tavolo e fare un corso interateneo. Una modalità che vale per la laurea magistrale, e per il dottorato, dove gia conosciamo l’esperienza dei dottorati pegaso, messi in atto con la collaborazione della regione che finanzia la virtuosità della sinergia”.
Del ruolo che l’Ateneo può giocare all’interno del tessuto cittadino, è esempio la vicenda del sistema bibliotecario universitario.
“Il sistema bibliotecario ha vinto un premio della Regione: grazie a questa integrazione gli studenti girano per tutte le biblioteche con una semplice pass, oltre a fare economie di scala. Le biblioteche sono più avanti della politica universitaria perché sono riuscite a fare quello che noi rettori fatichiamo a fare”. Il progetto che è stato messo in atto non è solo interno all’Ateneo o nei circuiti universitari, ma ricade in modo evidente e virtuoso anche sul tessuto esterno della città.
“Il progetto ha due valenze – spiega Dei – una interna, perché ha più di 1,5 milioni di volumi di cui quasi 27 chilometri lineari accessibili al pubblico. Questa è la più grande biblioteca umanistica di Europa. Da questo punto di vista, se a ciò aggiungiamo la biblioteca di architettura, avremo davvero un’istituzione culturale di grande importanza nel centro della città. E dunque, ecco la valenza esterna: non solo una biblioteca universitaria, ma un’istituzione prestigiosa di stampo europeo che si apre al tessuto cittadino. In più, al di là dell’accesso al volume, c’è anche l’idea che la biblioteca umanistica di piazza Brunelleschi rappresenti il punto di partenza per la riqualificazione urbanistica della zona. Una zona che, paradossalmente, pur trovandosi a 300 metri dal Duomo, versa in una situazione in termini di degrado molto elevata, che peraltro la tiene lontana dai flussi turistici. E che nel contempo la rende “appetibile” ad altri flussi, molto meno cospicui ma molto più problematici nella gestione”.
Un progetto molto ambizioso, che abbisogna di molti investimenti.
“Stiamo investendo – conclude Dei sul punto – il primo lotto sono circa 5 milioni, mentre il progetto complessivo prevede un investimento di 52 milioni suddivisi in una decina di lotti, che da soli non potremo mai fare. Ciò non toglie che riqualificare uno dei luoghi strategici, cuore della didattica e della ricerca, può essere il motore di una sinergia con altri”.
Diritto  allo studio. La discussione è ripresa con rinnovato vigore dopo la questione Isee, vale a dire l’innalzamento dei parametri per l’attribuzione di borse di studio e residenze nelle case dello studente. Una questione che, se per alcuni è necessaria per il contenimento dei costi dell’istruzione, per altri si configura come un vero e proprio attacco al diritto allo studio sancito dalla Costituzione.  “Sulla questione dei parametri da Isee l’Università non può mettere bocca – dice il rettore dell’Ateneo Fiorentino – però possiamo esercitare una forte pressione per modificare le scelte che la politica ha intrapreso.
Insomma, la questione Isee deve dunque essere rivista? “Attenzione, la questione del diritto allo studio e dell’Isee è una faccenda complessa e non si può cedere alla tentazione di semplificarla – dice Dei – in quanto è vero che è stata tramite, per il calcolo secondo le modalità precedenti, anche di casi di iniquità, in particolare per quanto riguarda il calcolo mobiliare. Dunque, per quanto riguarda l’Isee in particolare, bisogna valutare la nuova procedura e fare pressione per ridurre il più possibile il rischio di iniquità”.
Ma come si salvaguarda il diritto allo studio? “Da un lato, con borse di studio e posti letto – dice il rettore – ma dall’altro anche con l’accoglienza”. E cosa significa accoglienza, per il rettore Dei, è subito chiaro: significa avere gli spazi per non costringere gli studenti a seguire una lezione in piedi o accasciati su una termosifone. Dunque, non solo una rivisitazione in chiave di equità dell’Isee ma anche investimenti.
E’ questa la parola magica che riaprirebbe davvero, secondo il rettore, le porte al diritto allo studio: “Per salvaguardare questo principio – dice Dei – servono aule e insegnanti”. Vale a dire, soldi. Da dove? “Benissimo quelli derivanti da accordi con privati – prosegue Dei – non mi vergogno di dire che siamo l’università con il più alto numero di assegnatari per ricerca. Ma il problema che si solleva è uno solo: non si tratta di fondi strutturali ma di fondi vincolati, al progetto”.
La differenza è fondamentale: in altre parole, ciò che questi “privati” costruiscono è da un lato, la possibilità per molti studenti di proseguire nella ricerca, dall’altro tuttavia non risolvono la grande sfida, che è quella, la dice netta il rettore, di portare in alto il livello medio di qualità. Infatti, non essendo fondi strutturali, non possono essere impiegati per tutte quelle operazioni “basiche” che servono per dare corpo a un diritto allo studio non solo reale per quanto riguarda l’accesso, ma anche “vero” per quanto riguarda le chances di giungere a una formazione di qualità  per il maggior numero possibili di iscrittiCosa significa? “Questo: che mentre le eccellenze ci sono comunque, è sulla qualità media degli studenti che pecchiamo”. Con conseguenze, dice Dei, devastanti per il futuro del Paese: mentre i nostri ricercatori sono ricercati ovunque, la media degli studenti stenta a trovare lavoro. Ma è proprio su quella media, su “quegli onesti artigiani del sapere” che si basa l’economia diffusa di un Paese. Ed è a questo compito che l’educazione pubblica dovrebbe essere versata.
Dunque, il diritto allo studio è una  forma  di investimento nel futuro dell’Italia. Un discorso che è vero in tutti i Paesi, e che ci vede fanalino di coda sotto due profili: da un lato, sotto il profilo del numero di laureati per abitanti, che è fra i più bassi in Europa, e dall’altro, sotto quello del numero di coloro che rientrano all’Università: dunque, conclude Dei, “non solo non si entra all’Università ma non vi si rientra neppure; ci si laurea in pochi, e una volta laureati, non si torna alla formazione”.
Un triste primato, quello italiano, che conduce il nostro Paese ben al di sotto delle aspettative dei primi della classe. Basti pensare che l’obiettivo di laureati che l’Europa ha dato all’Italia è pari a quello fissato per la Romania, più basso di quello che per esempio, per parlare di un Paese simile anche nella crisi, è stato fissato per la Spagna.Un’altra importante questione ha a che fare anche con l’etica. Lo spiega il rettore Dei: “Mentre da un lato è importante e formativo avviare i nostri studenti sulla strada della ricerca, dall’altro mi rendo conto che sto contribuendo a costruire lavoro precario. Insomma, la questione è semplice: avviare alla ricerca su progetto, che da un lato è importante e irrinunciabile e comunque viene incontro alla necessità di “far fare qualcosa” ali nostri studenti, “qualcosa” che ovviamente è prezioso e insostituibileper la loro stessa formazione, non conduce a un vero e e proprio impegno lavorativo. Allora, ciò che si solleva è anche una questione etica.Non dico che fabbrichiamo illusioni, ma di sicuro costruiamo precari”. Università-ricerca fabbrica di precariato?
Un’osservazione che si innesta sull’altra, che riguarda la sottovalutazione totale cui va incontro il nostro Paese circa i suoi più preziosi cittadini: dotati di competenze e intelligenze raffinate ma che, secondo il vissuto dello stesso rettore, per lavorare una volta usciti dall’Università afferrano ruoli anche lontanissimi dal proprio percorso.Infine, sul diritto all’accesso allo studio, non si può fare a meno di una riflessione sul numero chiuso.“Ci sono alcuni numeri chiusi dettati da norme europee – dice Dei – e su questi si può fare poco. Ma sono i test a essere discutibili, per quanto riguarda l’accesso. Bisognerebbe trovare soluzioni che permettano a tutti gli studenti di “giocarsela” alla pari su un base di buonsenso”. Insomma, senza essere “maestri enigmisti. Come confermano altri colleghi, saremmo in molti, allo stato attuale, ad avere difficoltà a passare alcuni test”.
Un po’ diverso il problema per quanto riguarda i cosiddetti “numeri programmati”: in questo caso si tratta anche di una sorta di necessità “fisica”. “Faccio un esempio – continua il rettore – per quanto riguarda biologia: abbiamo un certo numero di aule da 150 posti, se mi arrivano poniamo un numero di studenti doppio, dove li metto? Questo problema delle aule è gravissimo, a Careggi ad esempio, dove esiste una vera emergenza spazi. Abbiamo addirittura pensato di riaprire il sabato mattina, con tutto ciò che a livello di disagi (ad esempio gli studenti che fanno la settimana corta) che ciò comporta. Allora, diciamolo chiaramente: il diritto allo studio è composto di: borse-tasse- posti letto-spazi”.   Piero Meucci-Stefania Valbonesi
 
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