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Le verità storiche di Marco Baliani Spettacoli

L’esercito garibaldino ha liberato l’Italia dai Borboni con lo scopo di renderla una repubblica libera e democratica, ma l’intervento dei piemontesi è servito solo a sottomettere il Sud a nuovi padroni, signori del Nord che risultarono molto più “stranieri” degli spagnoli. Attraverso le vicende del brigante lucano Carmine Crocco, lo spettacolo “Terra promessa Briganti e Migranti” di Marco Baliani, Felice Cappa e Maria Maglietta, andato in scena al Teatro Puccini, ripropone “l’altra storia”: quella di un Meridione devastato dal nuovo esercito piemontese; quella dei briganti fucilati non perché criminali, ma perché assetati di giustizia; quella dei contadini a cui erano state promesse terre da Garibaldi ed invece hanno visto incendiate le loro case e violentate le loro donne. La storia la fanno i vincitori, questo è risaputo, ma per fortuna ci sono studiosi pronti a riscriverla nella sua oggettività ed il teatro è un modo per raccontarla ai cittadini, oggi ancor più di ieri desiderosi di verità.

In scena Baliani-narratore, con la sua voce ferma e decisa, con il suo affabulare carismatico e coinvolgente, sui pannelli dietro di lui vengono proiettate in video le testimonianze di chi questa storia l’ha vissuta: due popolani (Salvo Arena e Naike Anna Silipo), un barone (Michele Sinisi) ed un soldato piemontese (Aldo Ottombrino). Nei loro racconti emerge l’entusiasmo per l’arrivo delle camice rosse, le quali promettono terre e libertà, a cui segue la delusione e il disorientamento di fronte ad un esercito proveniente dal Nord che sembra non avere nessuna premura nei loro confronti. Tra gli attori neanche un brigante. Eppure sono loro i veri protagonisti dello spettacolo, la scelta di evocarli solamente riesce maggiormente a restituirne la natura: mai soggetti di racconti storici, destinati a nascondersi in grotte, o ad emigrare per sfuggire alla morte.

Chi erano quindi i briganti? “Uomini dei boschi”, rivoltosi desiderosi di vendetta verso chi distruggeva le terre meridionali. Era il popolo o gli ex soldati borbonici. Il brigantaggio non era un fenomeno criminale, ma un problema sociale. Se fosse stato compreso si sarebbero evitate tante fucilazioni? O forse “faceva comodo” liberarsi di questi “guerrieri” violenti e rabbiosi? Il Mezzogiorno cadde sotto una dittatura militare, all’esercito piemontese fu ordinato di “bruciare tutto” e di dare la “caccia ai briganti”. Durante il processo di unificazione dell’Italia furono sterminati interi gruppi familiari alla pari di uccisioni di massa che hanno avuto sicuramente maggior eco nella storia. Con i proventi del Sud si sono arricchite le industrie del Nord, è un processo che «ancora oggi incide pesantemente sulla storia del nostro Paese». Grazie all’autobiografia di Carmine Crocco “Come divenni brigante” e attraverso le parole di Carlo Levi, che in “Cristo si è fermato a Eboli” propone una nuova immagine dei contadini della Lucania, Baliani e la sua compagnia di bravi attori ci mostra l’altra faccia di una storia, meno gloriosa e meno degna di essere festeggiata, oggi, nel 2011.

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