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“Lear” secondo Bacci: domande inquietanti allo spettatore Spettacoli

Pontedera – Lo spettacolo, spiegano le note di regia, parte da una domanda: cosa succede quando ci si toglie la maschera e si esce dal proprio “personaggio” sociale e familiare? Quando per ritrovare la propria essenza si abbandonano i ruoli per i quali siamo riconosciuti? Accade che si scuotono le proprie e altrui certezze e aspettative e il disorientamento può travolgere tutto e tutti. È ciò che accade a Lear, che rinuncia alla propria veste di re e decide di dividere i propri possedimenti tra le tre figlie, Goneril, Regan e Cordelia, che, secondo la sua volontà, riceveranno territori in proporzione alla loro capacità di dimostrare il loro amore al padre.

Da qui, da questo “antefatto di una catastrofe dalla trama nota”, si dipana il dolore di un viaggio da nave dei folli che le parole di Roberto Bacci e Stefano Geraci, autori a quattro mani del testo di questa nuova produzione del Teatro della Toscana, portano dentro a “Lear”, atto unico andato in scena, in prima nazionale, al Teatro Era di Pontedera (dal 1 al 10 aprile), e che in ottobre arriverà in Polonia, per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi del Teatro di Wroclaw, nell’ambito di “Wroclaw Capitale Europea della Cultura 2016”, a cui parteciperanno importanti artisti da tutto il mondo (tra gli altri, Eugenio Barba, Peter Brook, Tadashi Suzuki, Theodoros Terzepoulos, Robert Wilson, Romeo Castellucci, Heiner Goebbels, Krystian Lupa, Valery Fokin, Pippo Delbono, Jan Fabre, Ariane Mnouchkine).

Non “Re Lear”, solo “Lear”. La regia di Bacci ha scelto di affidare a un’attrice (Silvia Pasello, interprete che assieme alla sorella Luisa, scomparsa nel 2013, ha contribuito a costruire il lungo, fortunato cammino percorso dal Teatro di Pontedera) il ruolo del sovrano dimissionario. Un re, ma anche una regina. Un padre, ma anche una madre.

E su quest’ambivalenza, su questa doppia identità che scavalca i confini dell’identità sessuale per approdare a un’umanità neutra, pronta di volta in volta a vestirsi di sfumature che richiamano, tra echi danteschi e allucinati riverberi da commedia dell’Arte,  la figura di Cristo come anche quella di Maria, prende ad avvolgersi il folle volo di un bastimento carico di “crudeltà, tradimenti, brama di potere, ambizione, giocati quasi a viso aperto, come se il radicale cambio di prospettiva che implica un “regno orfano del suo re” desse il via libera ai più bassi istinti umani, conducendo tutti, vittime e carnefici, usurpatori e diseredati, verso un finale di morte”,  in cui “i personaggi dimostrano quanto poco siamo in grado di accettare la trasformazione e la mancanza di punti di riferimento, quanta fatica costi – oggi la chiameremmo “resilienza” – accettare con consapevolezza che siamo soprattutto esseri “nudi e indifesi”.

Al suo fianco, le tre figlie, Goneril (Caterina Simonelli), Regan (Silvia Tufano), Cordelia (Maria Bacci Pasello), il Conte di Gloucester (Francesco Puleo) e i suoi due figli Edmund (Tazio Torrini) e Edgar (Savino Paparella), il Buffone (Michele Cipriani), e le Maschere, “pensate come servi di scena, testimoni attivi di quanto accade, ombre dei personaggi, ma anche sorta di spettatori autorizzati a stare sul palco, a vivere da vicino quello che accade, come fossero un collegamento emotivo con chi sta in platea”, mentre l’ipnotico ondeggiare di sette sipari che scorrono, si rincorrono, si alternano, si escludono, restituendo un’eco marina spiaggiata sull’enigma di prospettive geometriche, danza sulle musiche di Ares Tavolazzi, ritmi e melodie che il grande bassista e contrabbassista ferrarese (Area, Paolo Conte, Francesco Guccini, Vinicio Capossela) ha costruito su elementi musicali eterogenei, inclusi alcuni canti del Seicento affidati alle Maschere e scelti con la consulenza di Stefano Pogelli, responsabile del Laboratorio di restauro sonoro dell’Audioteca Rai.

«Lear è un racconto del viaggio dell’anima malata di un Re che si perde nella storia di un mondo che essa stessa ha creato, un mondo di ingiustizie, guerre, tradimenti», spiega Roberto Bacci. «Lear è un personaggio che incarniamo ogni volta che, privi di una reale consapevolezza di noi stessi, ci affidiamo alle fragili, ambiziose e pericolose esistenze degli altri… E così, nudi ed indifesi, affrontiamo la tempesta della nostra e dell’altrui storia».

«Dopo Amleto, che ho realizzato sia in Italia che in Romania, Lear è il secondo incontro con Shakespeare.

C’è voluto un anno di lavoro con Stefano Geraci, che ha curato insieme a me la drammaturgia, per realizzare una versione con solo otto attori e inventare un adeguato spazio dell’azione scenica. Lear affronta alcuni temi che ci appartengono e sono da sempre una riflessione sull’esistenza. Ne cito due. Il primo riguarda il termine della nostra vita cosiddetta “sociale”. L’età dell’uomo, secondo la cultura tradizione indù, si svolge in tre fasi. La prima, l’età della giovinezza, in cui si apprende come regolarci nei confronti della vita; la seconda, in cui si applica nella società ciò che abbiamo appreso; la terza, in cui ci si può finalmente ritirare, abbandonando il ruolo sociale che, agli occhi degli altri, è diventato la nostra maschera. Ormai alle soglie di questa terza fase, Lear decide di abbandonare il ruolo riconosciuto di Re per poter meditare sul significato della propria esistenza.Questo tentativo provoca una reazione, in questo caso da parte delle figlie, che trasforma la storia in un dramma. Lear affronterà la pazzia per poter ritrovare, prima della propria morte, una dimensione naturale dell’essere umano indipendentemente dalla maschera che il mondo gli ha costruito. Il secondo tema riguarda l’eredità, ovvero come lasciare l’esperienza vissuta alle future generazioni, nel caso di Lear il potere. Anche in questo caso Shakespeare ci racconta di come “la storia” non sia capace di accogliere l’esperienza fatta da chi ci ha preceduto per mancanza di consapevolezza del senso della nostra esistenza».

Da alcuni anni, spiega Bacci, «tutti i miei lavori in teatro hanno una caratteristica “filosofica” in comune, ovvero insistono sulle domande intorno al senso della nostra esistenza e al funzionamento della macchina “essere umano”. Ci sono stati spettacoli in cui mi hanno accompagnato grandi autori come Shakespeare, Pirandello, Čechov, Dostoevskij, Kafka; altri lavori che ho condiviso con giovani drammaturghi come Michele Santeramo; altri ancora in cui il lavoro è partito semplicemente da una tematica, che ci è servita come punto di partenza per una drammaturgia, che è stata costruita sulla scena insieme agli attori».

Più che al “pubblico”, il lavoro di Roberto Bacci è dedicato «a interrogare lo spettatore come individuo e la sua relazione attraverso il teatro, con domande che solitamente non affiorano nella quotidianità dell’informazione o dei veri mezzi di comunicazione. Al contrario credo che la confusione che ci circonda, le paure di cui ci facciamo portatori, spesso inconsapevoli, siano il frutto di un processo culturale e storico che ci impedisce di soffermarci a meditare non solo sui perché, ma anche su come attraversiamo questa esistenza in modo frettoloso».

Un bilancio sul Teatro della Toscana, al suo primo anno di vita

«È una di quelle sfide che, lungo il nostro cammino, più di una volta ci siamo trovati ad affrontare. Ogni sfida per noi è un momento difficile ma allo stesso tempo un’opportunità per osservarci. È chiaro che le difficoltà nascono da un obbligato appesantimento burocratico e funzionale, ma sono sicuro che nel tempo quelle che sono state le origini della nostra esistenza possano continuare a esistere: le relazioni internazionali; i rapporti con i grandi Maestri del Teatro; il nutrimento del dare e ricevere che nasce dal rapporto con le future generazioni; il lavoro sul ruolo e le possibilità dello spettatore, sia esso in relazione a un’opera, sia esso abitante di un quartiere, sia esso studente che si avvicina per la prima volta al teatro, sia esso una persona che è adottata dal “teatro” per un viaggio da percorrere insieme. Il Teatro della Toscana , che, come Teatro Nazionale, ha bisogno di raggiungere i numeri per poter continuare a esserlo, è un cantiere che stiamo costruendo con i compagni fiorentini e che, malgrado le difficoltà, inizia a dare i primi frutti.  Credo che solamente alla fine del primo triennio riusciremo a vedere la vera identità di un teatro che, nonostante i suoi 42 anni di esperienza, inizia soltanto ora a esistere».

 

Foto:  Lear (Roberto-Palermo)

 

 

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