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Legge toscana usi civici, accesso ai Fondi europei Società

Firenze – Sono circa 30mila, gli ettari di territorio che in Toscana sono interessati dagli usi civici, sia comunali che frazionali, a seconda che ne usufruisca l’intero comune o una o più frazioni. Le superfici interessate si trovano principalmente nelle province di Lucca Grosseto e Massa Carrara; si tratta per lo più di aree silvo-pastorali, anche se in alcune zone riguardano attività estrattive (ad esempio cave), date in concessione temporanea a privati. Fra gli usi civici più esercitati ci sono quelli di pascolo, legnatico, raccolta dei frutti del sottobosco, pesca in acque interne. Dal punto di vista dei Comuni, gli usi civici riguardano 57 aree comunali, in 37 delle quali riguardano tutti i residenti, mentre in altre aree comunali appartengono a una frazione. E la nuova legge di cui s’è dotata la Toscana ha ridotto a unità legislativa le 30 Amministrazioni Separate di Beni di Uso Civico (ASBUC), relativi a frazioni, all’interno di 20 Comuni.

La Toscana si è dotata di una disciplina legislativa, esattamente la legge n.27 del 23 maggio 2014, che ieri è stata presentata in un affollato convegno tenutosi all’Accademia dei Georgofili a Firenze. Fra le nuove possibilità aperte dalla legge, una sembra particolarmente interessante anche alla luce della possibilità di far ripartire territori appesantiti dalla crisi: vale a dire, come ha annunciato l’assessore Gianni Salvadori,  in presenza della legge, anche gli “usi civici” potranno usufruire dei fondi europei, in particolare di quelli previsti dal nuovo Programma di Sviluppo rurale della Regione Toscana che, per gli anni 2014-2020 ha una dotazione complessiva di 960milioni di euro.

Ma di cosa si sta parlando? La legge toscana ha il merito di mettere in chiaro la natura giuridica dell’oggetto, che risulta comunque complesso. Intanto, si può parlare di demanio collettivo civico, di diritti di uso civico, di terreni gravati da diritti di uso civico, senza scordare l’utente che può essere individuale o collettivo. Otre a tutta una serie di procedure e tutele che fanno davvero del bene civico e dell’uso civico una sorta di “diritto di proprietà parallelo” al diritto dominicale esclusivo e individuale. In parole più semplici, alla proprietà privata.

Intanto, la natura giuridica. Il demanio collettivo civico è, citando la legge toscana, “l’insieme di beni immobili in proprietà collettiva fino dall’origine degli utenti, anche se formalmente accatastati in capo ai comuni, nonché quelli nel tempo pervenuti o acquisiti a qualsiasi titolo, destinati in perpetuo all’utilità della collettività”. Primo punto, prima singolarità recepita dalla legge toscana: nel caso in esame, la situazione di fatto (proprietà collettiva degli utenti) prevale sul titolo formale (anche se formalmente accatastati in capo ai comuni).

Passiamo al secondo punto, ovvero, i diritti d’uso civico: si tratta (e la legge è chiarissima sul punto) di diritti reali “sui terreni di proprietà altrui, esercitati dagli utenti che hanno diritto di trarne particolari utilità”. Diritti reali, il che li pone sullo stesso piano della proprietà privata, da cui “sfogliano” alcuni godimenti, che finiscono per l’imitare “l’uso esclusivo”. Una sorta di piccola e antichissima “rivoluzione” nel diritto dominicale tout court, che fa riemergere istituti medioevali di origine per lo più germanica (anche se non bisogna dimenticare che anche nelle sistemazioni giuridiche romane si trova via via traccia di queste forme di godimento reale).

Al terzo punto, si parla dei terreni gravati da diritti d’uso civico, il che si riferisce ai terreni di proprietà altrui, su cui viene esercitato dagli utenti il diritto di trarne particolari utilità. In questo passaggio è particolarmente evidente lo sfogliarsi dell’esclusività della proprietà dominicale tracciata dalla titolarità formale: infatti i terreni sono “appartenenti” a privati cittadini e a enti pubblici. Infine, interessante anche la definizione di “utente” con cui si delinea colui che esercita o può esercitare l’uso civico. Ecco la definizione della legge: “ogni soggetto residente, titolare degli usi civici riconducibili alla originaria frazione storica o al territorio comunale, con esclusione dei residenti nelle eventuali nuove frazioni, aventi origine diversa e natura autonoma dall’originaria”; aggiungiamo anche, come usufruente delle utilità di natura reale che sono gli usi civici, la collettività, ovvero l’insieme degli utenti. Tutto ciò non è affatto da poco: di fatto, la Regione toscana riconosce che esiste un fascio di “usi” di natura reale che vanno a “limitare” il diritto pieno ed esclusivo del diritto reale per eccellenza, vale a dire la proprietà privata. Non solo: i titolari di questi usi lo sono per appartenenza a una data comunità, collettività o frazione, senza che ci sia possibilità di accrescerne la legittimazione con la creazione, magari sullo stesso territorio, di “nuove comunità”. Ciò che si riaffaccia, in estrema sintesi, sono le ultime tracce, ormai quasi irriconoscibili, della “proprietà collettiva” quella forma di godimento e uso (principalmente) della terra che corre parallela alla vicenda vincente della proprietà privata dominicale ed esclusiva senza mai incontrarsi con essa.

Tant’è vero che esiste un istituto di tutela che va nella direzione della natura dominicale, sebbene collettiva, di questi diritti d’uso. Si sta parlando della “reintegra”, istituto proprio della natura reale ad essi riconosciuta. La legge lo prevede: si tratta del “procedimento di restituzione alla collettività del godimento, in maniera piena ed esclusiva, del bene immobile facente parte del demanio collettivo civico occupato abusivamente”. Ciò che avviene, a livello giuridico, con questa norma, è importante: si tratta della difesa più alta che viene riconosciuta alla “proprietà collettiva”. Un vero e proprio riconoscimento di cittadinanza nel nostro ordinamento per questa negletta forma di proprietà. Che per molti giuristi potrebbe anche rappresentare, assurgendo a nuova vita, la modalità “giusta” per gestire quei beni ambigui e difficilmente afferrabili che sono i “beni comuni”.

 

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