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Morte Lagorio: riformista abile e concreto, guidò la costruzione della Regione Opinion leader

Siena – Ci voleva la sottile abilità diplomatica di Lelio Lagorio per garantire alla Toscana dal decollo delle Regioni – anni Settanta – un governo che fosse sostenuto dall’alleanza di ferro tra Psi e Pci ed al tempo stesso si mostrasse capace di fronteggiare in spirito di laico confronto la Dc, condotta da Ivo Butini alla sfortunata “battaglia di Toscana”. Lagorio era nel Psi rappresentante tra i più autorevoli della corrente autonomista, ma non difettava di realismo. E l’attacco della Dc si sapeva esser votato alla sconfitta.

Ne veniva fuori una situazione nella quale non mancavano dissapori e tensioni, anche dentro la maggioranza, ma la stabilità non era mai messa a rischio. I partiti si potevano prendere una certa libertà critica. L’istituzione non ne avrebbe sofferto più di tanto. In questa rete di rapporti giocava un ruolo essenziale l’autorevole leadership di una personalità forte, che univa astuzia e volontà ben sapendo destreggiarsi tra Roma e Firenze. Gli otto anni della presidenza di Lagorio-Granduca furono un periodo di grandi entusiasmi. L’edificio della Regione fu costruito in un corale sforzo di rinnovamento, in mezzo a grandi speranze, non dimentiche del sussulto che il Sessantotto aveva immesso nella società.

Nella definizione dello Statuto come nella volontà di conferire alla neonata Regione una dignità da far valere anche a livello internazionale, la linea interpretata da Lagorio e perseguita con combattiva coerenza fu una pagina costituente positiva, animata da un riformismo concreto e incisivo. Per Lelio fu un’ottima prova, un trampolino di lancio verso più consistenti ambizioni nazionali. Dal 1978 inizia un’altra fase, che porterà il triestino approdato ragazzo a Firenze a occupare posizioni di alta responsabilità: ministro della difesa, ministro  dello spettacolo e del turismo, capogruppo.

E sempre con Craxi in una leale condivisioni di strategie. Proprio quando sarebbe stata necessaria una convergenza più coraggiosa e innovatrice tra le forze della sinistra si approfondì il solco che separava Psi da Pci. Lagorio ne ha scritto in libri che fondono testimonianza e riflessione. Rievocare il tormentato lasso di tempo che va dal colpo di scena del Midas, quando Craxi nell’estate 1976, assunse la segreteria del Psi, fino al “suicidio” del 47° Congresso (Roma, novembre 1994), significa ripercorrere quasi un ventennio tra i più complessi, ed in alcuni momenti tragico, della storia repubblicana.

Lagorio non accettò spiegazioni unilaterali  per spiegare la crisi del Psi. Gli interventi a senso unico della magistratura ebbero la loro parte e portando allo scoperto un retroterra confuso e oscuro, ma di per sé non sarebbero stati determinanti, a suo parere, nel provocare la fine. Il fatto è che le rovinose divisioni del gruppo dirigente non consentirono di affrontare con chiarezza e determinazione una crisi via via più drammatica: “l’operazione ‘Mani Pulite’ non può considerarsi – ha scritto onestamente Lagorio – la causa ma soltanto una concausa della dissoluzione del partito”.

La decisione di Scalfaro di non affidare, nel ’92, a Craxi l’incarico di formare il governo apparve come un segnale gravido di conseguenze. Quella mossa – afferma Lagorio, che ama le metafore eloquenti – fu una vera e propria decapitazione. Il ruolo di Giuliano Amato non venne accolto con entusiasmo. Il fatto che la direzione del partito avallasse la nomina con un voto a maggioranza fu “un’altra riprova – è l’amaro giudizio di Lagorio – che ormai il vertice socialista non ritrovava più un comune sentire neppure nelle scelte strategiche”.Quando l’Assemblea del Psi, il 12 febbraio del 1993, accolse  le dimissioni di Craxi ed elesse Giorgio Benvenuto nuovo segretario parve di assistere al tramonto di un progetto.

Con Lelio Lagorio, durante il suo mandato di deputato di parlamentare europeo, ho avuto tante occasioni per ripercorrere tratti della comune militanza nel Psi e successivi difficili snodi. Quando si discutevano con impeto in mezzo a faziose assemblee le opposte mozioni la sua oratoria arguta e trascinante aveva sempre la meglio. Il giorno che fui eletto vicepresidente del parlamento di Strasburgo – 14 gennaio 1992 – mi si fece incontro per congratularsi con la cordialità e lo stile che ha sempre sfoderato. Mi sembrò che d’improvviso, ora che entrambi stavamo dentro l’alveo composito del Partito del socialismo europeo, finalmente si dissolvessero o  almeno si attenuassero contrasti e fraintendimenti. Lui mi rammentò un’assemblea precongressuale, dove si era a lungo trattenuto sulla prospettiva dell’unità europea: “Ricordi a Poggibonsi?”. “Come no?” balbettai. Nell’ora tristissima dell’addio mi vengono in mente quella battuta e quell’abbraccio. E un senso di vera gratitudine, da compagno a compagno.

Foto: Rainews24

 

 

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