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L’enciclica di Francesco: principi per una fratellanza globale Ambiente, Opinion leader

Firenze – Come la Laudato sii (2015), sulla salvaguardia dell’integrità della biosfera e la conversione ecologica, anche la terza enciclica di Papa Francesco ― “Fratelli tutti” ― pubblicata il 4 ottobre 2020, si ispira a Francesco di Assisi (1224) che, con poche e semplici parole “ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta”, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona.

L’enciclica, dedicata “alla fraternità e all’amicizia sociale”, sviluppa i grandi temi esposti nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi Uniti) da Papa Francesco insieme al Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Essa raccoglie, inoltre, molti interventi su questioni legate alla fraternità e all’amicizia sociale eseguiti da Papa Francesco nel corso di questi ultimi anni, collocandoli in un contesto più ampio di riflessione, oltre a “numerosi documenti e lettere” ricevuti da tante persone e gruppi di tutto il mondo.

Questa è forse una delle ragioni per cui presenta una certa frammentarietà e ripetitività di concetti che, rispetto alla Laudato sii, rendono meno lineare e agevole la lettura del testo.

L’approccio è analogo a quello dell’enciclica Laudato sii: una riflessione aperta a tutti, quale che sia la loro appartenenza etnica, culturale e confessionale, valorizzando, per quanto possibile, la dimensione universale dell’amore fraterno, nella speranza di reagire alla crescente indifferenza con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole ma si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà.

  1. Il percorso tracciato negli otto capitoli dell’enciclica prende avvio da una dettagliata ricognizione dei numerosi problemi che ostacolano lo sviluppo della “fraternità universale”: Le ombre di un mondo chiuso (Capitolo Primo: 9-55). Individuare e dissipare tali ombre costituisce una premessa ad ogni ulteriore tentativo di tracciare una strada verso la “fratellanza globale”.

Da molti anni, ormai, vi sono crescenti segni di regressione della storia umana, nonostante vi siano stati vari tentativi di pacificazione e di avvicinamento tra diversi Paesi e regioni (Europa Unita, integrazione latino-americana, ecc.). L’avanzare del globalismo prevalentemente economico ha vanificato diversi sogni, su cui si è molto investito nel passato, e ha indebolito la dimensione comunitaria dell’esistenza. Nel privilegiare gli interessi individuali, si favorisce l’identità dei più forti, si rendono più vulnerabili e dipendenti le regioni deboli e povere, costringendo le persone a svolgere il ruolo di consumatori o di spettatori. In molte regioni del mondo, infatti, si stanno moltiplicando persecuzioni, attentati e guerre, diversamente valutati in base a dinamiche e criteri essenzialmente economici.

Si riscontra anche un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità, a cui non corrisponde sempre una maggiore equità e inclusione sociale. Ne consegue una perdita del senso della storia che provoca un’ulteriore disgregazione, ossia, una “decostruzione” e colonizzazione culturale in funzione di un dominio economico.

Il fenomeno immigratorio, che non riusciamo a gestire unitariamente, rappresenta una sfida e provocazione a quel senso della responsabilità fraterna, su cui si basa ogni società civile. Spesso si dimentica che i migranti possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque essere umano. Una persona e un popolo, infatti, sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri.

L’inarrestabile sviluppo della comunicazione digitale costituisce un’altra “ombra”, dalle imprevedibili conseguenze. Nella sua apparente socievolezza, essa sta rendendo ogni rapporto “virtuale”. In tal modo si ostacola lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche, che hanno bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo. Si amplifica anche lo stesso individualismo e si dissolve il rispetto verso l’altro, tenendolo a distanza e invadendo, a volte, la sua stessa vita senza alcun pudore e limite.

Oggi, inoltre, è possibile produrre, dissimulare, modificare tutto, rendendo insostenibile l’incontro diretto con i limiti della realtà. Nel mondo digitale, infatti, operano giganteschi interessi economici. Si induce allora un meccanismo di “selezione” non solo delle cose, ma soprattutto delle persone con le quali si decide di condividere il mondo, relegando nelle reti virtuali quelle che ci sono sgradite.

Ricercare insieme la verità delle situazioni e delle circostanze esige silenzio, ascolto e, soprattutto, la volontà di raccogliere con pazienza la vasta esperienza delle persone e dei popoli. Una via di fraternità, locale e universale, è realizzabile solo se siamo disposti a incontri reali.

Malgrado queste dense ombre, non mancano dei semi di speranza, che l’imprevista esperienza della pandemia continua a seminare. È emersa una realtà radicata nel profondo di ogni essere umano che sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni.

  1. Il nostro modo di porci nei confronti degli sventurati e degli estranei ― ma non solo ― rivela le dinamiche di fondo che condizionano la qualità delle nostre relazioni umane, anche perché una sempre più diffusa cultura ci ha abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non toccano direttamente i nostri interessi.

Per prendere consapevolezza della nostra responsabilità e reale “libertà interiore”, il Capitolo Secondo (Un estraneo sulla strada: 56-86) propone e attualizza la parabola del “buon samaritano” del vangelo di Luca (10,25-37), una storia esemplare che si esprime in un lignaggio che da secoli continua a interpellare tutti, in ogni possibile ambito delle relazioni umane e sociali.

Il racconto della Parabola evoca con semplicità e chiarezza il diverso comportamento assunto dai singoli protagonisti che, una volta incamminati lungo la loro strada, si trovano inaspettatamente di fronte ad un uomo ferito. In questa circostanza si delineano due tipologie di persone: quelle che si chinano vero l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo.

Il modello del “buon samaritano” ― che non a caso era uno “straniero” ― viene presentato come un’icona illuminante, in quanto mette in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo, i cui tratti più oscuri e preoccupanti sono stati evidenziati nel capitolo introduttivo.

La storia del buon samaritano ― con tutta la sua esemplare attualità ― si ripete ogni giorno e mette alla prova la nostra solidarietà e maturità civile. Quel ferito lungo la strada, in un mondo in crescente globalizzazione e disparità, è il popolo stesso e tutti i popoli della terra, nei cui confronti abbiamo una responsabilità. La parabola, pertanto, è una potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica e conferisce una dimensione universale alla nostra capacità di amare, nel rispetto della dignità culturale di tutti.

Ma è anche triste constatare ― osserva Papa Francesco ― come la chiesa abbia impiegato così tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza e che, nonostante gli sviluppi della spiritualità e della teologia, vi siano ancora coloro (gruppi o associazioni) che si sentono autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento.

  1. L’esortazione alla “fratellanza universale” mette a prova la nostra “capacità di amare” e i relativi principi e valori, nel contesto di una società crescentemente “plurale”, caratterizzata, cioè, da una coesistenza, ma non ancora convivenza di diverse etnie, culture e confessioni religiose. Pensare e generare un mondo aperto (Capitolo Terzo: 87-127) riflette e analizza l’insieme dei valori e sentimenti implicati e suscitati nell’apertura universale alla fratellanza.

La vita umana, e a maggior ragione quella sociale, è “relazione”. Non è possibile riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri. L’amore e il conseguente affetto sono costitutivi dell’essenza umana e, in quanto tali, esigono e inducono un’”estasi”, ossia, un uscire da sé stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere. Il dilagante narcisismo, invece, è una pulsione egocentrica che svilisce la dignità umana, asservendola ai propri interessi.

I valori morali sono la proiezione ideale di un “dover essere” al cui compimento concorrono diverse “virtù” (proprie dell’uomo, come recita l’etimologia della parola). La virtù della carità è l’espressione più alta e operativa dell’amore, e l’amore, in ultima istanza, è il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana. Per questo l’amore non ricorre alla violenza per difendere delle “verità” e implica qualcosa di più che una serie di azioni benefiche, inducendo a cercare nell’altro (il prossimo) il meglio per la sua vita.

C’è anche un aspetto esistenziale dell’apertura universale alla fratellanza, ossia, la capacità quotidiana di “allargare la mia cerchia” nelle periferie delle città, verso coloro che, per ragioni economiche, di disabilità o anzianità, non sentiamo parte del nostro mondo di interessi: un “forestiero esistenziale”, in altre parole, che spesso vive accanto a noi e che la nostra coscienza stenta a riconoscere come persona di pari dignità, unica e irripetibile.

La fraternità potrebbe anche essere l’esito di una corretta gestione e regolamentazione della libertà e dell’equità, quei valori che hanno caratterizzato l’illuminismo e la Rivoluzione francese di oltre due secoli fa. Tuttavia, c’è un riconoscimento basilare e essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale, la solidarietà e la fraternità universale: il valore intrinseco di ogni persona sempre e in qualunque circostanza.

Il desiderio e la ricerca del bene degli altri e di tutta l’umanità, inoltre, esigono la formazione e maturazione di una coscienza etica, ossia, l’esercizio dei valori per uno sviluppo umano integrale e non solo il benessere materiale. Purtroppo, da diverso tempo ormai è in atto un preoccupante degrado morale e ogni società ha bisogno di assicurare la trasmissione dei valori, ― diversamente si favorisce una vita chiusa ad ogni trascendenza e trincerata negli interessi individuali. Il servizio autentico non è mai ideologico, in quanto non serve idee, ma guarda sempre il volto del fratello.

Il mondo, infine, non è proprietà esclusiva di alcuni, ma esiste per tutti, perché tutti gli esseri umani nascono su questa terra con la stessa dignità. La tradizione cristiana, infatti, non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, ma ha sempre messo in risalto la sua funzione sociale. Essa può essere considerata solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati. In tal senso e globalmente parlando, ogni Paese appartiene anche allo straniero, in quanto i diritti fondamentali derivano dalla dignità conferita ad ogni persona.

Si tratta indubbiamente di un’altra logica. Tuttavia, ― conclude Papa Francesco ― se ci sforziamo di entrare in questa logica è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità: un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti, vera via della pace, a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione.

  1. L’assunzione di questa nuova logica esige: Un cuore aperto al mondo intero (Capitolo Quarto: 128-153) e la determinazione ad affrontare le complesse sfide che ci consentono di realizzare la “fratellanza universale”.

Una tra le sfide più complesse e difficili da affrontare e gestire nei prossimi decenni è l’immigrazione. Possiamo riassumere con quattro verbi le nostre responsabilità in merito: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, nel rispetto delle identità culturali e religiose proprie delle persone migranti. Le soluzioni adeguate a tali problemi non possono essere compiute dai singoli Stati ma devono essere l’esito di una concertazione comune, dando vita ad una legislazione (governance) globale per le migrazioni e a progetti capaci di andare oltre la risposta di emergenza.

L’arrivo e l’accoglienza dei migranti, che provengono da un contesto vitale e culturale diverso, può essere una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti, un dono reciproco. L’incontro con altre realtà culturali, nel dialogo paziente e fiducioso, consente di guardare alle differenze come occasione di crescita nel rispetto di tutti e di evitare il rischio di finire vittime di una sclerosi culturale.

In questo contesto la “gratuità”, ossia, la capacità di fare alcune cose per il solo fatto che di per sé sono buone, consente di accogliere lo straniero e di fare il bene senza pretendere altrettanto dalla persona che aiutiamo. Solo una gratuità che accoglie è garanzia di futuro. Bisogna ricordare, però, che tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione, in quanto ogni inserimento è un turbamento. “Locale e universale” sono due poli inseparabili e coessenziali all’interno di ogni società. L’accoglienza del migrante e del suo apporto originale, tuttavia, è possibile solo se vi è una chiara consapevolezza della nostra identità culturale, del substrato nel quale siamo saldamente radicati.

Infine, l’integrazione culturale, economica e politica con i popoli circostanti, dovrebbe essere accompagnata da un processo educativo per costruire una vicinanza cordiale ed evitare che l’universalità dissolva le particolarità, con la conseguenza di perdere i valori comunitari e non vivere più i rapporti di prossimità con tratti di gratuità, solidarietà e reciprocità, come avviene ancora in alcuni quartieri popolari. Oggi, nessuno Stato nazionale isolato è in grado di assicurare il bene comune della propria popolazione.

  1. La politica, indubbiamente, ha un ruolo importante nel gestire e realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale (Capitolo Quinto:154-197).

La crescente moltitudine degli abbandonati non può restare in balia dell’eventuale buona volontà di alcuni, ma bisogna istituire un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti degli abbandonati che soffrono e muoiono nei Paesi poveri. Tanto i populismi, quanto i liberalismi hanno difficoltà a pensare ad una società aperta che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture.

In un mondo orientato da maggiore individualismo e minore integrazione, bisogna sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e aumentare le istituzioni internazionali efficacemente organizzate, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali. Il mondo infatti non può funzionare senza politica, se vuol trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale. La politica, però, non deve sottomettersi all’economia, anche se non si può giustificare un’economia senza una sana politica, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose.

Ricercare allora un’amicizia sociale che includa tutti gli esseri umani non è mera utopia. Ogni impegno in tale direzione diventa un esercizio alto della carità. Ma quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, essa entra nel campo di una più vasta carità, ossia, della “carità politica”. La politica, infatti, è una delle forme più preziose della carità, perché manifesta un senso sociale che supera ogni mentalità individualistica in funzione del bene comune.

L’amore sociale può costituire un valore universalmente condivisibile, ossia, una forza capace di suscitare nuove vie per affrontare contestualmente i problemi d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. Infatti, quando è in gioco il bene degli altri, non bastano le buone intenzioni, ma si tratta di ottenere effettivamente ciò di cui essi e le loro nazioni hanno bisogno per realizzarsi.

La carità politica è sempre un amore preferenziale per gli ultimi, che sta dietro ogni azione compiuta in loro favore. La politica mondiale, per es., non può tralasciare di porre tra i suoi obiettivi principali e irrinunciabili quello di eliminare effettivamente la fame. La fame, infatti, è criminale, mentre l’alimentazione è un diritto inalienabile.

La carità politica si esprime anche nell’apertura a tutti, con rinunce che rendano possibile l’incontro e la convergenza almeno su alcuni temi. Anche se un amore che integra e raduna sembra un’utopia, non possiamo rinunciare a questo altissimo obiettivo. Quando, per es., una determinata politica semina l’odio e la paura verso altre nazioni in nome del bene del proprio Paese, bisogna preoccuparsi, reagire in tempo e correggere immediatamente la rotta.

Effettivamente, anche nella politica c’è spazio per amare con tenerezza, ossia, per farsi concretamente “prossimi”. Dobbiamo riconoscere che non sempre si tratta di ottenere grandi risultati, che a volte non sono possibili. I grandi obiettivi sognati nelle strategie si raggiungono solo parzialmente. La buona politica, infatti, è più nobile dell’apparire, poiché unisce all’amore la speranza e la fiducia nelle riserve di bene che, malgrado tutto, ci sono nel cuore della gente.

  1. Il Dialogo e l’amicizia sociale (Capitolo Sesto: 198-224) costituiscono il mezzo più efficace per aiutare il mondo a vivere meglio.

Il dialogo non è un banale scambio di opinioni in contesti diversi, manipolato da determinati interessi economici o ideologici, ma presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. In tal modo si alimenta la capacità di comprendere il significato di ciò che l’altro dice e fa, pur non condividendolo. Le differenze sono creative, generano tensione e il progresso dell’umanità consiste nella risoluzione delle tensioni.

Oggi, in seguito allo sviluppo dei diversi saperi, c’è una maggior consapevolezza dell’unità e complessità della realtà. Lo sviluppo dei media, inoltre, ci fa sentire più prossimi gli uni agli altri, favorendo un rinnovato senso di unità della famiglia umana che induce alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa.

Il relativismo, in questa circostanza, non è la soluzione. Soprattutto quando si prospetta sotto il velo di una presunta tolleranza, con il rischio di interpretare i valori morali secondo le convenienze del momento. La “verità” che cerchiamo, infatti, non è banale informazione giornalistica, ma la ricerca di fondamenti più solidi, radicati nella natura umana, con possibili interpretazioni contestuali conformi alle etnie e culture di appartenenza.

Oggi, invece, prevale la convinzione utilitaristica che non esistono il bene e il male in sé, ma solamente un calcolo di vantaggi e svantaggi, con la conseguenza che il diritto non può riferirsi a una concezione fondamentale di giustizia, ma piuttosto diventa uno specchio delle idee dominanti. In tal modo si favorisce la logica della forza e non della convinzione.

In una vita caratterizzata da tanti conflitti è allora auspicabile far crescere una cultura dell’incontro, ossia, cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti e vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. Un incontro sociale reale, infatti, pone in un vero dialogo le grandi forme culturali che rappresentano la maggioranza della popolazione. Per questo un patto sociale realistico e inclusivo dev’essere anche un “patto culturale”, che rispetti e assuma le diverse visioni del mondo, le culture e gli stili di vita che coesistono nella società.

Nessuno potrà pretendere di possedere tutta la verità, né di soddisfare la totalità dei propri desideri, perché questa pretesa porterebbe a voler distruggere l’altro negando i suoi diritti. Un patto culturale, pertanto, richiede anche di accettare la possibilità di cedere qualcosa per il bene comune. Non si traccia una strada senza operare degli espropri di terreno da entrambe le parti.

Infine, anche il recupero e la pratica della gentilezza facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti, nel delicato e impegnativo dialogo verso la realizzazione della fratellanza universale.

  1. Per guarire le ferite presenti in molte parti del mondo e non ancora rimarginate c’è bisogno di “artigiani di pace”, di persone preparate e disposte ad avviare dei percorsi di riconciliazione e di rinnovato incontro (Capitolo Settimo: 225-270).

Il percorso verso la pace non richiede di omogeneizzare la società, ma ci permette di lavorare insieme per individuare le difficoltà e trovare i possibili modi di risolverle. Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio, ma c’è una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, ma anche un “artigianato” che in diverso modo ci coinvolge tutti.

Nella costruzione della pace sociale di un Paese non c’è un punto finale, ma un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti, malgrado gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica. Le manifestazioni pubbliche violente, da una parte e dall’altra, non aiutano a trovare vie d’uscita.

Il valore e il significato del perdono, nella gestione dei diversi conflitti, non sono generalmente condivisi. Per alcuni, infatti, la violenza e le fratture fanno parte del funzionamento normale di una società. Altri sostengono, invece, che la riconciliazione sia una pace apparente, ossia, un modo per sfuggire e aggirare i problemi, nascondendo le ingiustizie.

Il perdono e la riconciliazione sono temi di grande rilievo in particolare nel cristianesimo e, con varie modalità, in altre religioni. Il perdono, però, non implica la rinuncia ai propri diritti, poiché amare un oppressore significa cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere o delinquere. Lo si può realizzare soltanto superando il male con il bene, poiché la bontà dona una coscienza tranquilla, una gioia profonda anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni.

La riconciliazione, inoltre, è un fatto personale, e nessuno può imporla all’insieme di una società, anche quando abbia il compito di promuoverla. Le ferite non si chiudono per decreto e le ingiustizie non si coprono con un manto di oblio. Nessuno può arrogarsi il diritto di perdonare in nome degli altri. In ogni caso, quello che mai si deve proporre è il dimenticare, benché alcune persone abbiano saputo andare al di là del danno patito. Ma quanti riescono a perdonare davvero, ― pur non dimenticando, ― rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male.

Oggi, è facile cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. Senza una memoria integra e luminosa, però, non si cresce, né si progredisce. A maggior ragione nel ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene.

La guerra e la pena di morte, invece, sono due situazioni estreme che non risolvono i problemi che pretendono di superare e aggiungono nuovi fattori di distruzione nel tessuto della società nazionale e mondiale.

La guerra, purtroppo, non è un fantasma del passato, ma è divenuta e continua ad essere una minaccia costante: è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Con lo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Come non possiamo più sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”.

Con il progredire della globalizzazione, inoltre, le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse e non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”. Mai più la guerra, quindi, non solo perché lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato, ma anche e soprattutto perché è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male.

Infine, se con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituissimo un Fondo mondiale per eliminare la fame, i Paesi più poveri non ricorrerebbero a soluzioni violente o ingannevoli e forse non abbandonerebbero i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa.

Anche la pena di morte è inammissibile in quanto legittima l’eliminazione di una o più persone. Oggi la Chiesa ne ha finalmente preso coscienza e si impegna con determinazione a proporre che sia abolita in tutto il mondo. Le pene, infatti, benché debbano essere proporzionate alla gravità dei delitti, devono anche rispettare la dignità umana. Gli argomenti contrari alla pena di morte dibattuti nella letteratura giuridica internazionale sono molti e ben conosciuti: la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziario e l’uso che di tale pena fanno i regimi totalitari e dittatoriali, che spesso la utilizzano come strumento di soppressione della dissidenza. Lo stesso ergastolo è una pena di morte subdola e nascosta.

Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà.

  1. Anche le diverse religioni assumono un ruolo fondamentale a servizio della fraternità nel mondo (Capitolo Ottavo: 271-276) e per la difesa della giustizia nella società.

Il dialogo tra persone di religioni differenti non avviene solo per diplomazia, cortesia o tolleranza, ma per condividere valori ed esperienze morali e spirituali, perché la ragione, da sola, ― benché sia in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ― non riesce a fondare la fraternità. I credenti delle diverse religioni, per esperienza di fede, per le loro debolezze e gli errori commessi, sanno che rendere presente Dio è un bene per le nostre società, purché sia una ricerca libera, finalizzata all’aiuto del “prossimo”, e non condizionata da interessi ideologici o strumentali. Va effettivamente riconosciuto che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche.

La Chiesa rispetta l’autonomia della politica, ma non per questo relega la propria missione all’ambito del privato. Essa ha un ruolo pubblico che non si riduce alle sue attività di assistenza o di educazione, ma si adopera per la promozione dell’uomo e della fraternità universale. La Chiesa, infatti, intende essere una casa con le porte aperte, una casa che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità, nelle diverse “periferie dell’umano”, non solo sociologiche, ma anche esistenziali.

La Chiesa cattolica apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni e considera con sincero rispetto i modi di agire e di vivere i loro precetti e le loro dottrine, anche se crede che la sorgente della dignità umana e della fraternità stia nel Vangelo di Gesù Cristo, su cui si fonda la sua propria identità e da cui discende il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti.

C’è un diritto umano fondamentale che non va dimenticato nel cammino verso la fraternità e della pace: è la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni. Tale libertà indica che possiamo trovare un buon accordo non solo tra le diverse confessioni cristiane, ma anche tra culture e religioni differenti e che è possibile individuare una via di convivenza serena, ordinata e pacifica. Un cammino di pace tra le religioni è, pertanto, possibile, perché l’amore di Dio è lo stesso per ogni persona, credente e non credente che sia. Ognuno potrà arricchire gli altri con il suo peculiare contributo.

Il terrorismo non è dovuto alla religione ― anche se i terroristi la strumentalizzano ― ma è dovuto all’accumularsi di interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza. Le autentiche convinzioni religiose ci permettono di riconoscere i valori fondamentali della comune umanità, valori in nome dei quali si può e si deve collaborare, costruire e dialogare, perdonare e crescere. Il comandamento della pace, infatti, è inscritto nel profondo delle tradizioni religiose che rappresentiamo.

L’enciclica si conclude con un “appello” alla pace, alla giustizia e alla fraternità, che Papa Francesco ha sottoscritto insieme al Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, e due preghiere in cui si dichiara e si invoca che le religioni non incitino mai alla guerra e non sollecitino sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitino alla violenza o allo spargimento di sangue.

Di P. Ennio Brovedani sj
Presidente Fondazione Stensen – Firenze

 

Per scaricare il testo dell’Enciclica clicca QUI

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