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Leo Nucci: cinquant’anni di carriera di un grande baritono Spettacoli

Pontedera – Al telefono, la sua profonda voce di baritono è un cangiante recitativo fin dalle prime battute. E con una battuta arrivano le scuse per il ritardo, lieve, della nostra chiacchierata. «Come musicista dovrei essere sempre a tempo, e invece…». Sfoggia buonissimo umore, il maestro. Come per gli intramontabili personaggi che da mezzo secolo fa vivere sui palcoscenici di tutto il mondo, anche per lui il tempo sembra essersi fermato. Classe 1942, Leo Nucci festeggerà l’anno prossimo cinquant’anni di carriera. E che carriera.

Un mito vivente della lirica, questo distinto signore mezzo toscano e mezzo emiliano che i più grandi direttori d’orchestra del Novecento hanno voluto nei loro cast stellari. «Ne ho mancato solo uno. Che neanche a farlo apposta era il mio preferito. Leonard Bernstein. Dovevamo fare insieme Gianni Schicchi, morì poco prima dell’inizio delle sedute di registrazione. L’anno dopo, direttore Claudio Abbado, partecipai al Simon Boccanegra dedicato al primo anniversario della scomparsa di quell’immenso artista. Forse il più grande di tutti, Bernstein, dal punto di vista puramente musicale. Va bene, Karajan era inimitabile, davvero inimitabile. Mai conosciuto nessuno con quel carisma ipnotico».

Quanto a fascino, a magnetismo dello sguardo, della voce, a capacità di esercitare sugli altri il proprio ascendente, al secondo posto dopo Herbert von Karajan metterebbe subito Carlos Kleiber. «Anche Kleiber più unico che raro, per molti aspetti. Sì, ho incrociato personalità straordinarie. Direttori, cantanti, registi, scenografi. Amici, più che colleghi. Una fortuna e una gioia, poter stare al loro fianco. Su ciascuno di loro conservo ricordi e aneddoti favolosi. Quando ci ripenso ci rido ancora, anche se è passata una vita. Presto ne scriverò. Ho in mente un libro. Non me lo chiami “libro di memorie”, mi raccomando: l’etichetta mi spaventa, m’intimorisce. Libro di ricordi va molto meglio. Un volume sul mio lavoro è già uscito, però non l’ho scritto io, ma un amico (Achille Mascheroni, autore di “Leo Nucci, un baritono per caso”, Azzali, Ndr). Questa volta sarà diverso, voglio cimentarmi in prima persona. Ah sì, scrivere mi piace almeno quanto cantare. Con me, nelle tournée, ho sempre portato una macchina per scrivere. Sempre. Tutte le volte che potevo, mi ci piazzavo davanti e iniziavo a picchiettare sui tasti per fissare fatti e pensieri. Una specie di terapia. Una cosa che divertiva moltissimo il mio amico Nicolai Ghiaurov, il grande basso. Mi diceva sempre Leo, ma dai, ancora? ti metti di nuovo a scrivere? di nuovo con quei fogli?».

Ha già iniziato «a buttar giù, in bella copia, un bel po’ di cose. Temo verrà una roba corposa tipo i Fratelli Karamazov, se mi faccio troppo prender la mano. Dovrò selezionare parecchio. Nella vita come nel lavoro mai nulla è tutto rose e fiori, ma sono arrivato alla conclusione che è meglio ricordare le cose belle. Solo quelle, e basta. Via tutto il resto. Le cose belle, divertenti, l’ironia di un motteggio salace proferito al momento giusto, la comicità, spesso involontaria, di certi tic, di certe frasi spiazzanti, di certe risposte pungenti, folgoranti; gli scherzi (tanti!), i riti scaramantici che rendono così affascinante il teatro – che per me resta il rito più irresistibile che c’è – gli incidenti buffi che hanno corso il rischio di diventar catastrofi, le risate, tantissime pure quelle: ecco ciò che voglio condividere con chi mi segue da tanto tempo».

 Il 2017 sarà un anno da incorniciare, per Leo Nucci. Anno di traguardi. Cinquant’anni di attività artistica. Quaranta dal debutto sul palco del Teatro alla Scala («La mia amata Scala»), dove nel 1977 fu Figaro nel Barbiere di Siviglia andato in scena con la regia di Jean-Pierre Ponnelle. Sessanta dall’inizio dei suoi studi di canto al fianco del maestro Mario Bigazzi, «un matto da legare come me, forse anche di più». La prima volta che andò in scena in un’opera fu a Spoleto, al Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli”, nel 1967, nelle vesti di Figaro. «In quel Barbiere di Siviglia ero assieme al grande basso Ruggero Raimondi, che faceva Basilio. Un amico prezioso, anche lui. Cantiamo insieme tutte le volte che possiamo. Giorni fa eravamo a Madrid per un concerto benefico. Alla fine del duetto del Simon Boccanegra il pubblico è in piedi, applausi su applausi. A un certo punto mi rivolgo agli spettatori, faccio un cenno, avvicino l’indice destro alla bocca per chiedere il silenzio. Ruggero è lì che mi guarda con l’aria un po’ preoccupata: ora che fa, il pazzo? In spagnolo, dico: “Pensate, signore e signori, io e Ruggero, insieme (Raimondi, bolognese, è del ’41, Ndr), facciamo 150 anni”. È venuto giù il teatro».

Un altro anniversario da festeggiare l’anno prossimo: i trent’anni dalla nascita, a Cecina, del primo Club intitolato a Leo Nucci. Tra i fondatori e animatori, il pittore Sirio Bandini, inossidabile fan. «Sono stato a trovarli di recente. Affezionatissimi. Pensi che mi hanno seguito dappertutto, a Vienna, a New York. Ne hanno fatti di chilometri per sentir cantare questo mezzo toscanaccio. Più che mezzo, anzi: ho sangue toscano al 70%. Mia nonna paterna era di Montepiano, provincia di Prato. Anche mio padre è nato lì. I Nucci son tutti in Maremma. Castiglione dei Pepoli, dove son nato io, è tecnicamente in Emilia, ma è più vicino a Prato (23 chilometri) che a Bologna (60)».

Non sono un cantante famoso: Nucci non si stanca di ripeterlo. «Sono un cantante celebre nel mondo della lirica, questo sì, ma famoso no di certo. Posso tranquillamente fermarmi a far benzina, a bere una cosa al primo bar, e nessuno mi riconosce, il che non è affatto male. Proprio recentemente m’è capitato un fatto che questa cosa del “celebre-non-famoso” la dimostra in maniera inconfutabile. Ero a Torre del Lago col mio carissimo amico Ioan Holender, forse la personalità più dotata di genio tra quante hanno avuto la ventura di dirigere lo Staatsoper di Vienna. Dopo aver visto lo spettacolo, corriamo al ristorante. A tavola, manco a dirlo, si ragionava d’opera. Il gestore si avvicina, ascolta un po’ e fa ah, anche io, sapete, sono un grande appassionato di lirica, recentemente ho sentito un Simon Boccanegra fantastico. Fan-ta-sti-co! E tra quelli che cantavano chi le è piaciuto di più? gli domanda Holender. Be’, Leo Nucci, fa lui, Nucci senza dubbio! Io Nucci lo conosco bene, gli dice Holender, siamo amici da tantissimi anni. Ah, lei conosce Nucci? il gestore s’illumina, ma che bello, che fortunato, quando lo vede gli faccia i complimenti da parte mia! E si allontana tutto contento. Holender si scompisciava. Questo per dire che nel canto, ho sempre dato più importanza all’imparare, al divertirsi, che non all’apparire. Eppure, questo montanaro tosco-emiliano ha fatto, negli ultimi quarant’anni, duecento recite al Metropolitan, 12 dischi con Pavarotti (uno degli amici che mi manca di più), registrazioni con Karajan, Solti, Maazel, Patané, Bartoletti, Abbado, Muti, Giulini, Chailly, Levine, Metha, Oren… Solti per me è stato come un padre. L’anno scorso, a luglio, ero a Castiglione della Pescaia, per la masterclass della Georg Solti Accademia. Sir Georg era della stessa classe del mio babbo, 1912. Per i suoi ottant’anni, che furono festeggiati a Buckingham Palace, tra gl’invitati c’erano solo due italiani, mia moglie Adriana (il soprano Adriana Anelli, Ndr) ed io».

 I ricordi. La macchina per scrivere immancabilmente presente nella valigia. La passione per la parola. Scritta, recitata, cantata che sia. «Non sono uno scrittore, per carità. Mi definirei un mezzo ignorantone. Ma amo molto Verdi. Il quale disse: “Voglio la parola scenica”. Sentire dai cantanti la parola scenica. Come si fa a trasmettere la parola scenica se esattamente non sai il valore e l’importanza di un accento, di una virgola, di una pausa? Sento delle volte parlare della gente in televisione, anche professionisti, che non prendono mai fiato. Restano tutto il tempo sulla stessa nota. Una noia. Mi vien da dirgli: piglia fiato, piglia fiato! Un disastro: arrivano in fondo al discorso, escono dall’apnea e tu non hai capito nulla. Non bisognerebbe mai smettere di leggere molto. L’unico modo per capire davvero la musica insita nelle parole è leggere. I libretti d’opera restano una lettura fantastica. Tener sott’occhio quei meravigliosi testi mentre si ascolta la voce dei cantanti e il suono dell’orchestra: ecco una gran palestra per capire la musica delle parole. La scuola dovrebbe far di tutto per avvicinare i ragazzi a questo patrimonio. Il melodramma, certo. Ma non solo. Il classico in generale: quale meraviglioso scrigno da scoprire e riscoprire. Può dare tanta, tanta gioia, il classico. Tante emozioni. Tanti insegnamenti. Tanta magia. Non voglio dire banalità, ma mi pare che i giovani, oggi, abbiano troppo spesso la mente confusa, obnubilata da volumi altissimi, da suoni che spesso diventano frastuoni, rumore. La grazia, l’eleganza del repertorio classico potrebbe rappresentare, anche a piccole dosi, una salvifica boccata d’ossigeno. Per le orecchie, la testa, lo spirito. E poi l’opera: quelle maschere immortali, personaggi che vivono sulla loro pelle incontri definitivi con le più invincibili passioni; archetipi nati per diventare luminosi trait d’union tra le grandi domande e le grandi risposte, per insegnare al cuore degli spettatori cosa sono davvero l’amore, l’odio, la vendetta, la gelosia, la felicità, l’onore».

 La vendetta. Rigoletto, ça va sans dire. “Vendetta, tremenda vendetta”. Uno dei ruoli più cari al maestro. Che è stato nei panni del deforme buffone per ben «523 recite. La prima volta fu nel ’73, il 10 marzo. Gilda era mia moglie. Adriana era in attesa di nostro figlio. Quando ho cantato l’aria della “Vendetta” alla Scala, il pubblico ha voluto il bis. Era una prima: non accadeva da novant’anni. Poi ho dovuto bissare per tutte le repliche. Con gran piacere, ovvio. Che capolavoro, questo personaggio. Dentro di sé condensa le debolezze, le rabbie, le disillusioni degli uomini. Tra l’altro, alla fine, come capita troppo spesso nella vita, quando muore sua figlia, lui dà la colpa alla maledizione. Non a se stesso. Non si assume alcuna parte di responsabilità. Imprecando al cielo, in qualche modo si autoassolve. E più in là, nello stesso momento, il Duca esce di scena intonando un motivetto allegro. Il potere è così: dopo aver colpito, se ne va cantando. Tremendo, no? Il pubblico ha sempre una vibrazione d’esaltazione, all’esplosione di rabbia della “Vendetta”. Quelle note, quegli accenti, lo attraversano come una scossa. Verdi, in quel punto, arriva davvero a leggerci dentro. Ci svela una verità con cui non è sempre facile fare i conti. E cioè che tutti noi portiamo dentro il fardello di un qualcosa, piccolo o grande che sia, in nome del quale il nostro inconscio grida, e che vorremmo poter vendicare».

 

 

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