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Leopolda 6, Briziobello: “Momento di verifica sulla strada delle riforme” Politica

Firenze – Mancano ormai poche ore alla nuova edizione della Leopolda, la kermesse fiorentina giunta alla sua sesta edizione. Abbiamo chiesto un’opinione a Paolo Briziobello, il commercialista torinese già fondatore di Officine Democratiche (quello che fu battezzato il “think tank” di Matteo Renzi nel 2011 e nel 2012), ora Presidente dell’Associazione di Cultura e Politica LITALIAINTESTA, presente con coordinamenti territoriali in varie regioni d’Italia e molto attiva anche in Toscana.

Briziobello, anche quest’anno alla Leopolda, quindi?

Sì, certo. Un appuntamento che si è modificato nel corso degli anni ma che non per questo modifica le mie abitudini e le mie passioni.

Per Lei sei presenze su sei edizioni e due interventi sinora, ci ricorda i temi?

Due interventi sì, il primo nella serata d’apertura della prima edizione, sul tema del Fisco e dei rapporti con il contribuente e proposte in materia di no profit; il secondo due anni dopo, nel 2012, di portata più ampia, concettuale, dal titolo “Il senso delle parole”. Penso siano ancora molto attuali, considerato quanto c’è ancora da fare in tema di fisco, di secondo welfare e per quanto sta accadendo anche a livello internazionale tra il “parlare” ed il “fare”, soprattutto a livello di UE.

Cosa vuol dire che “l’appuntamento si è modificato”?

E’ una modifica fisiologica dovuta a quanto accaduto al percorso politico di Matteo Renzi, alla sua crescita e consacrazione. Che passa certamente per la Leopolda e per chi in questa manifestazione continua a vedere il vero segnale di cambiamento del nostro Paese. Si modificano anche gli atteggiamenti e l’approccio di chi vi partecipa. Giustamente. Certo è che resta, di fondo, quella palpabile sensazione per moltissimi di entusiasmo e di rimpatriata, forse un po’ fanciullesco e troppo spensierato rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. Resta, come riflessione politica e sociale di fondo che è per me ciò che realmente conta, quell’energia sprigionata dalla forza propulsiva delle prime tre edizioni della Leopolda e che penso debba essere il collante su cui costruire le vere basi per la rinascita strutturale del nostro Paese.

A leggere i social, tra i “fedelissimi”, l’entusiasmo continua ad essere alle stelle attorno alla Leopolda e alla figura di Matteo Renzi. Ultimamente qualche scricchiolio anche tra costoro ha avuto voce, però.

Non mi pare che gli scricchiolii riguardino la Leopolda. Ho letto della polemica di Bersani sulle bandiere del PD da esibire, mi pare francamente eccessivo perdere tempo a replicare a certe inutilità: chi conosce la Leopolda sa benissimo cosa sia e cosa significhi. Ogni volta che leggo certe affermazioni mi domando se certe persone credono di poter vincere le elezioni solo con i voti dei tesserati PD. E ripeto da tempo, a chiunque, quanto scritto da alcuni amici su L’Unità nei giorni scorsi: se non sei mai stato alla Leopolda, non la puoi capire. Chiariamoci. Non è un vezzo di superiorità, è proprio la realtà dei fatti. La Leopolda accomuna la passione di chi vuol davvero cambiare il Paese, questo è il senso della “generazione Leopolda”. Al netto del senso di scampagnata, comunque sano, di molti.

A parte questo, non si può negare che un certo malumore tra la base, anche lontano dai Palazzi romani, ci sia.

Guardi, il malumore c’è e a parer mio è più di un malumore. Forse sarebbe bene che dicessimo anche le cose per come stanno. Primo: a livello di Governo, il Premier e la sua squadra stanno facendo un lavoro più che egregio. Poco più di due anni fa c’era un Paese addormentato e stanco, svogliato. Persino svuotato delle sue peculiarità secolari per mano di gente abituata a promettere quando invece era necessario metter mano alle riforme e farle partire. Da poco più di un anno e mezzo le cose son diverse. Occorre tempo e metodo, per usare il titolo di un film mi verrebbe da dire che occorre “ragione e sentimento”. E questi, al Premier non mancano di certo.

Detto ciò, e vengo al secondo punto, è altrettanto innegabile che molti di coloro che fino a poco più di due anni fa guardavano con diffidenza alla “generazione Leopolda” paiano essere stati folgorati sulla via di Damasco e si spendano in osanna al leader. Ecco, credo sia questo il punto che solletica di più le corde di alcuni: la percezione di una sorta di riciclo di molti mestieranti della politica, sia a Roma sia a livello locale, non totalmente convincente se non in ottica di rimanere in sella, a discapito del vero rinnovamento a favore di persone che si spendono secondo le loro capacità professionali e mettono a disposizione le loro capacità ed il loro tempo per un vero salto di qualità anche morale. Perdipiù queste ultime sono persone ancora ai margini della vita politica che conta, ma conosciute e anche apprezzate tra la generazione Leopolda. Ecco, è forse questa la sensazione di disagio che più intuisco. Son convinto che il Premier queste cose le conosca e sappia. Pretendere un cambiamento a 360 gradi in poco più di un anno e mezzo non mi pare però realistico; far presente che questa percezione c’è, credo invece sia sinonimo di grande fiducia nel lavoro del leader e di senso di attaccamento a quei valori, ripeto morali prima ancora che sostanziali, che accomunano molti aficionados della Leopolda. E’ insomma un po’ quello che succede in qualunque famiglia sana: si può e deve discutere sempre con finalità propositive, ma la discussione non va intesa corsa allo sfascio o lesa maestà. Anzi. 

Va tutto bene a parer suo, quindi?

Non ho detto questo. Mi permetta un paragone, che prendo a prestito da un gioco d’infanzia a cui sono molto legato: lo Shangai. Lo ricorda? Una serie di bastoncini che venivano lanciati, ed il gioco consisteva nello sfilarne uno ad uno senza far muovere e cadere gli altri. Ecco, considerando che per ricostruire un Paese non si può pensare di azzerarlo e ripartire ex novo, ogni azione, ogni riforma, ogni atto che viene fatto necessita di grande attenzione e tempo di reazione. Dovendo agire su un treno in corsa, occorre verificare che il sistema tenga, che ci siano le basi per poter, da quel bastoncino sfilato che equivale ad una riforma o una legge nuova, procedere con un nuovo bastoncino. E questo vale anche per l’affidamento degli incarichi ad ogni livello. Oltre vent’anni di immobilismo non è che si sistemano con un colpo di magia, anche se a livello di propaganda se ne sentono davvero di tutti i colori dai suoi oppositori, mi permetta di chiamarli così perché competitor mi pare eccessivo. Perdipiù lavorando con una situazione internazionale che incide sempre più significativamente sulle decisioni anche dei singoli Stati.

Concludendo, alla luce di tutto quanto sopra, cosa chiederebbe a Matteo Renzi?

Una cosa molto semplice che tuttavia penso lui sappia benissimo: utilizzare sempre di più le competenze e le persone che veramente vogliano riportare in maniera strutturale e senza secondi fini l’Italia in testa, che vogliano farla rinascere. Ma lo abbraccerò e glielo dirò a voce.

 

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