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Leopolda 9: platea di renziani aspettando Godot (il congresso) Opinion leader

Firenze – Non sono un esterno che giudica un evento politico. Per questo userò l’io narrante. Sono uno che si è fatto quasi tutte le Leopolde. E che ha vissuto “dal di dentro” l’esperienza renziana. Per questo non posso essere obiettivo. E allora parlerò di sensazioni. A caldo. Cercando di mettere in evidenza gli elementi che hanno caratterizzato questa edizione visti da un partecipante.

Intanto la sensazione generale. Direi tanta gente, di più delle ultime edizioni, meno fiorentina e meno composta da gente “conosciuta”. Come primo impatto si potrebbe dire che il pubblico della Leopolda si è ampliato, pur perdendo alcune componenti, è diventato più nazionale e forse meno legato, anche culturalmente, all’area ristretta della militanza del PD. Quindi mi sentirei di dire che è stato un pubblico più renziano che piddino renziano. Non ho elementi quantitativi da esibire ma la sensazione maturata in questi giorni è stata questa.

Questa trasformazione, che si è verificata anche per i partecipanti di sempre rendendoli oggi più renziani che piddini, si è potuta notare anche nelle reazioni del pubblico ai diversi interventi. Non solo di Renzi, ma per esempio anche di Minopoli e della Bellanova. I boati di consenso sono stati fra i più elevati quando è passata la critica a qualcuno della vecchia guardia diessina ancora interna al PD o addirittura “fuoriuscita” dal PD.

Tanto da poter dire, e per quanto mi riguarda non è una cosa dell’ultimo momento ma viene da una riflessione che dura da anni, che si è toccata con mano l’inconciliabilità, non dico fra i leader che è più riconosciuta, ma anche e forse di più fra il popolo della Leopolda e quello dell’altro PD riunito a Milano. E’ inutile aspettare il Congresso. Questi due mondi, sono certamente più di due ma valga la semplificazione, non sono continuamente in armi ma molto di più. Non parlano la stessa lingua, si detestano e sentono l’un l’altro come il nemico, per molti versi il principale, da abbattere per far riprendere il cammino al centrosinistra in Italia.

Insomma potremmo dire: basta con lo spreco di passione che ancora è vivo nel centrosinistra e che però oggi si rivolge più in una lotta interna che contro il mondo populista che rischia di distruggere l’immagine dell’Italia dentro il contesto economico e sociale europeo.

L’impressione è che questa guerra di posizione abbia inficiato in parte non secondaria gli sforzi che Renzi ha fatto per tracciare un cammino nuovo del suo movimento. In primo luogo non permettendogli di fare un’analisi critica lucida del passato. Che deve essere il primo passo per andare verso il futuro. Ma davvero Renzi può pensare che la litigiosità del PD sia la causa principale della sua sconfitta e di quella del PD? O che la sua, solo parziale, scesa in campo nelle elezioni abbia offuscato la sua leadership assoluta causando così la perdita di consensi? Insomma serve a qualcosa, se non al suo posizionamento, non analizzare mai a fondo le cause profonde, fatte di contenuti e di comportamenti, che non hanno convinto gli italiani nella gestione del suo Governo?

Ed ecco allora la prima sensazione di amaro che si avverte ascoltando un Renzi, peraltro in forma e ricco, come e forse più di sempre, di energie vitali e di passione. Ma possibile che non riesca mai a mettere in discussione quello che ha fatto? E i limiti di conduzione, fra cui anche la scelta di alcune delle persone che hanno collaborato, nella sua esperienza governativa? Qui nessuno chiede un autodafè.

E nessuno chiede una sessione infinita di autocritica tanto cara alla sinistra storica. Ma un’analisi seria e approfondita può e deve essere fatta, pena una sorta di sensazione continua di un nuovo inizio che riparte sempre da zero. Ecco la sensazione che ho avuto è che questo ritorno al futuro ripetesse le modalità del “pensare al futuro” delle vecchie Leopolde, saltando a piè pari il fatto che le idee e le persone di quelle Leopolde avevano passato un po’ di anni al Governo del paese. E la ripartenza da zero sa troppo di assoluzione plenaria.

Ma questa guerra di posizione ha sminuito anche la forza della proposta di Renzi nell’attuale fase politica caratterizzata da un governo populista. Cioè Renzi è un capo politico. Uno dei capi del maggior partito di opposizione del paese. E ha lanciato dalla Leopolda un proposta di resistenza culturale. Figurarsi! In questa fase politica può essere qualcosa. Ma è troppo poco. Resistiamo al governo dello sfascio e attacchiamolo dal punto di vista culturale ma dal punto di vista politico siamo al nulla.

A meno di non considerare i comitati civici, diretti da una mano nazionale laddove, quando funzionano davvero, sono espressione di culture e problematiche che si generano nei tanti territori del paese, come una proposta politica. Si pensa davvero di poter aggregare masse di cittadini contro questo Governo e le sue scelte distruttive evocando l’Europa e la Scienza? Insomma l’impressione è quella che si voglia far muovere un po’ il popolo della Leopolda nella società italiana alla ricerca di relazioni a livello locale non in vista di qualcosa di politicamente preciso e rilevante ma così, intanto, per allenarsi.

Cosa voglio dire? Che Renzi ha capito che dentro l’attuale contenitore del PD è difficile, dalla parte del “centro” della cultura politica, aggregare nuove forze. E allora, aspettando il Congresso come si aspetta Godot, cerca di mettere in campo delle energie dotate di passione per uscire nella società a tessere relazioni con un mondo che oramai si è disilluso del PD. E qui si potrebbe davvero dire: la montagna ha partorito un topolino. Cioè la speranza che questa fosse la Leopolda dell’apertura di una nuova fase non più rivolta all’interno del PD ma rivolta all’interno della società italiana è andata delusa.

Ancora una volta si continua ad interessarsi delle “spoglie” del PD e a lasciare la società italiana, quella che lavora, studia seriamente, che risparmia, che investe e che punta alla crescita e allo sviluppo, senza un referente politico che non sia un PD ammaccato, deluso e in parte più propenso a ritornare all’ovile che a tentare strade nuove. Il compito di Renzi era, ed è magari insieme ad altri leader resi “più visibili”, quello di aprire questa strada nuova. Per questa volta la mia impressione è che non ce l’abbia fatta. Non era e non è facile. Ma se non lui chi? E se non ora quando?

Foto: Teresa Bellanova

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