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L’età dell’analfabetismo comunicativo Cultura, Economia

“La via da perseguire è quella di un investimento in qualità dell’informazione”. Così Bruno Manfellotto, Direttore de ‘L’Espresso’, a seguito del dibattito sviluppato alla presentazione del Master in comunicazione diretto dal professor Fabris alla facoltà di Lettere e Filosofia. “Siamo arrivati al punto che la comunicazione deve trovare un equilibrio tra le necessità di mantenere al meglio la carta stampata e fare l’on-line contenendo i costi. Questa è la scommessa. Inoltre oggi ci sono troppe informazioni per pochi argomenti, mentre il giornalista deve ampliare il più possibile i temi, le aeree, rapportarsi con nuove persone, Regioni e territori, ispirandosi ai migliori lavori che l’informazione via web sa offrire”. Manfellotto si misura anche con le complessità verso le quali si confronta oggi il giornalista, che deve estendere gli interessi e trattare i temi in maniera approfondita. “Fare informazione oggi è assai più difficile e lo è per il motivo che è necessaria una preparazione attenta e approfondita, in quanto gli argomenti al mondo d’oggi sono molto più complessi. Prendiamo il tema dell’economia, attualmente molto dibattuto a causa della crisi: l’economia tradizionale è stata trasformata dalla globalizzazione in eccesso di finanza e questa situazione richiede chiavi di lettura più approfondite sulle quali stare sempre ‘sopra’. Anche l’apertura delle frontiere ad esempio ci ha posto davanti a personaggi di paesi sconosciuti. Dunque anche per i giornalisti è sempre più difficile lavorare con fenomeni che hanno subìto profondi cambiamenti, ma anche sempre più indispensabile”.
Le  notizie poi oggi arrivano da più direzione, creando una frenesia che non agevola la qualità del lavoro giornalistico. “Certamente quello della dispersione è un fenomeno tipico. La comunicazione spesso è indifferenziata tra social network, aggregatori di notizie, numerose testate; la massa è immensa. In questo caso la soluzione per i giornali è puntare a fare la migliore informazione”.
E sulla caduta della qualità, in particolare della tv rispetto alla stampa, riesce a trovare delle vie ‘virtuose’ come “l’arrivo di Mentana a La7 ad esempio, che ha dato una scossa in meglio al comparto, così come ha fatto Sky a suo tempo, rappresentando il primo passo avanti in tal senso. Mentana appunto alla fine ha fatto la cosa più semplice del mondo, cioè spiegare quello che è necessario. Per fare una buona informazione non è necessario chissà che cosa: è sufficiente dare le notizie e darle bene”.
Dello stesso avviso il Direttore del Master, il filosofo Adriano Fabris, voce autorevole nel campo della comunicazione, docente in un età in cui è forte la dispersione informativa a cui fa riferimento Manfellotto.
“Siamo di fronte ad un fenomeno smisurato di analfabetismo comunicativo, o meglio, da un lato abbiamo una forte competenza nell’uso dei mezzi, dall’altro l’inconsapevolezza su come adoperare gli stessi. Quest’ultimo aspetto si tramuta in credenze del tutto errate; ad esempio pensare che sapere come fare significhi automaticamente farlo bene. Neanche la semplice competenza basta a regolare una comunicazione efficace”.
L’esperto ammette che non è sufficiente la competenza per un’ottima performance. in poche parole è facile sbagliare. “Sono cose che accadono anche tra i miei studenti, che ad esempio passano buona parte delle giornate a comunicare su face book. Si stupiscono quando vengono a sapere che le loro immagini sono proprietà del social network o che i loro profili possono essere ricostituiti da altri a loro insaputa. Quando ci si rapporta alla comunicazione serve grande consapevolezza da parte del fruitore, specie nell’età della comunicazione. E’ necessaria una formazione di qualità”.
Strumenti indispensabili per affrontare oggi situazioni, fuori luogo, decontestualizzate dai programmi, per attrarre l’attenzione. “Il punto è il rapporto tra comunicazione e spettacolo. Un’attività comunicativa deve avere in parte una dose di intrattenimento, il problema è che c’è uno sbilanciamento negli spettacoli televisivi, così come in alcuni telegiornali dove spesso vengono date informazioni che non sono vere e proprie notizie. Siamo nella fase dell’Entertainment information. Accade sempre più spesso di impostare l’informazione come un romanzo ed è anche per questo che alcuni giornalisti si dilettano a scriverne. Ad esempio la cronaca nera viene raccontata con metodi che riportano a fiction o soap opera. Queste sono qualcosa di costruito, ma la sanguinosa realtà di un delitto no e ciò deve essere tenuto presente da giornalisti e fruitori. Certo, se si scopre che qualcosa è artefatto è finita”.
E sull’egemonia ‘sottoculturale’ che ha pervaso la comunicazione negli ultimi venticinque anni, “non credo se ne esca con semplice buona volontà o prediche di professori – prosegue il professore -, ci sono determinate dinamiche sempre in movimento che danno indicazioni precise alle persone che ne vengono influenzate. Ad esempio tre mesi fa non avremmo mai pensato di avere un Presidente del Consiglio italiano capace di ricevere una standing ovation al Parlamento europeo, ma negli ultimi tempi è accaduto.
Tuttavia non c’è un predominio totale perché ad esempio in situazioni di emergenza, come durante l’attuale crisi economica, lo spettatore che magari è disoccupato o è preoccupato per il futuro del figlio, chiede qualcosa di diverso da quello che viene trasmesso da chi propone programmi. L’idea è ben spiegata dal fatto che trasmissioni come il Grande Fratello sono in crisi di ascolti, altre come Report o Che tempo che fa ne stanno guadagnando. Con il telecomando si vota”.

immagine: http://www.teammanic.com/

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