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Letta e Calenda: lotte (disperate) per il Centro Opinion leader, Politica

Siena – Il fallimento dell’alleanza tra Enrico Letta e Carlo Calenda a nome delle rispettive formazioni politiche, ed in ossequio alle stringenti scadenze da osservare in vista delle elezioni del 25 settembre, merita qualche considerazione in più di quelle circolate dopo il fattaccio. È stata spiegata come un fulmine a ciel sereno, ma l’improvvisa esplosione merita un’analisi meno sensazionale e meno psicologistico/ narrativa di quanto si sia almanaccando. La causa determinante non è il conflitto tra due strategie opposte, ma la loro vicinanza e perfino punti di collisione abbastanza evidenti.

Occorre prenderla un po’ alla larga. Enrico Letta è erede di una versione riveduta e aggiornata di un fondamentale assillo: occupare in un sistema politico un ruolo di centro, attento a domande e svolgimenti di “sinistra” – utilizzo per semplicità categorie che nel frattempo alludono a istanze di tipo nuovo – senza per questo trascurare aree più conservatrici, statalistiche etc. Il suo schema esalta il Centro, non è sordo ad una ferrea fedeltà nelle relazioni internazionali e non tradisce alla radice istanze sociali derivate dal pensiero cattolico.

In questo senso, sia pur riferendosi ad un formulario e a spunti dottrinari datati, il quadro di Letta tende a modellare un partito neoriformista, di ispirazione cristiana , ma favorevole a recuperare talune delle «ragioni di un ritorno alla socialdemocrazia»”(Biasco): un formazione in sostanziale sintonia con l’economia sociale di mercato di marca tedesca, depurata dall’ordoliberismo che ha marcato la filosofia di Maastricht e le conseguenze derivatene, rivista in chiave postpandemica (?).

Il primato delle intenzioni di una simile prospettiva è tener ben ferma un’egemonia del Centro non dogmaticamente ideologizzata. Con minor consapevolezza è la torsione immediatamente mercatistica dell’idea di Pd che ha in testa Azione, non affatto dissimile da quella lettiana e non irrevocabilmente alternativa . Anzi, è lecito parlare addirittura di una contesa tra due linee non opposte l’una all’altra.

Di caratteristico – mi pare – Calenda accorda priorità alle questioni del rilancio della crescita inserendovi come capitoli staccati ma non divergenti obiettivi essenziali della socialità liberale. Divampa tre le due opzioni la competizione per la conquista del Centro e per guidare da lì una formazione la cui nascita è accelerata dall’agenda pubblica imposta, e, chissà, potrebbe condurre anche ad un quasi-partito, ad un campo dai confini per lunghi tratti coincidenti con la logica di un coerente centrosinistra mai nato.

Nelle sue varie trasfigurazioni il magma Pds non è riuscito, infatti, né a diventare il partito riformista delineato in una delle declinazioni più lucide dal rapporto (fondativo) di Michele Salvati (1992), né un partito della sinistra nuova modellato sulle basilari intuizioni liberal-socialiste  Il rifiuto più volte ribadito dell’appellativo socialista non è stato un vezzo nominalistico. Si tratta di due linee convergenti e parallele che hanno entrambe a fuoco il Centro.

Enrico Letta da democristiano in permanenza cavalca un’ipotesi già solida organizzativamente e ritiene che per una presenza operativa occorra avere legami stabili con la sinistra più ragionevole o con quegli spezzoni che ne sono sopravvissuti in grado di evocarla. Carlo Calenda ragiona al futuro prescindendo dai numeri ma tentando di inserirsi nell’occasione autunnale e crede sia venuta l’ora di tagliare con le esigue frange più arrabbiate (o letterariamente tali) immaginando intanto un’aggregazione di forze affini. Prevedere la fisionomia di un governo è azzardato, Chissà. Non sto a esaminare di sfuggita altri momenti del panorama delle sinistre, né rammento la palude  populistica.

Il dilemma sotteso al due ipotesi si può allora così condensare: è preferibile ragionare/mediare con chi nutre dissensi utili e marginali o fare un discorso monocorde chiaro e netto che non si presti sulla carta a fraintendimenti ? La spaccatura avviene su questo interrogativo troppo sottile? In soldoni: il nodo da sciogliere verte sull’egemonia da esercitare sulle politiche di che ambisce a occupare il Centro della costellazione. Il problema è che una situazione come quella che stiamo vivendo impedisce sofisticherie. Esigerebbe davvero che le domande sorte con la stessa nascita del Pds fossero state risolte e non via via formulate o rabberciate in una babele semantica che le ha rese illeggibili seguendo una direzione decisa e strutturante.

Le crisi hanno radici lontane. I tempi sono cambiati e i dibattiti son fastidiosamente identici e se stessi. Perché negare in via di principio che acquistano attualità strumenti di sostegno atti ad attenuare gli effetti dirompenti di un gigantesco intreccio di crisi imprevedibili?  «Noi abbiamo anche visto – ha notato sempre Salvatore Biasco – che, nelle storia di questo capitalismo, i Paesi più giusti sono anche quelli con le migliori performance nella crescita economica e quindi più capaci di bilanciare le scelte private, e impedire e correggere il più possibile delle  conseguenze negative».

Le strategie abbozzate da Letta e Calenda erano – sono – così divaricanti ? E un’alleanza elettorale da sperimentare non può misurarsi e affidare alla verifica tensioni o disaccordi (se marginali, beninteso) senza per questo diventare un’ammucchiata neofrontista d’antan o cavandosela ridicolizzando gli avversari come fascisti o con epiteti del solito campionario?  Quel ch’è certo è che ora non ci si può permettere di ignorare i meccanismi di una brutta legge elettorale, di non calcolare i rapporti di forza da ottenere né i risultati minimi efficaci per esistere incisivamente se non per governare.

Se il centrosinistra facesse una buona volta punto e a capo, cosciente delle sconfitte che ha di recente collezionato? Il «nuovo inizio» auspicato nel 1989 fu bloccato o inficiato dalla nostalgia di vecchie parrocchie e sezioni. Far passare una buona dose di ragionevolezza nella frastornante «società dello spettacolo» è impresa ardua e forse ormai tardiva. Un illusorio coup de théâtre sembra una soluzione se la trama della Commedia si è fatta aggrovigliata e la scena chiassosa. Può aver sancito un disastro finale e smorzare diversificati entusiasmi.

Roberto Barzanti

Foto: Carlo Calenda

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