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Lettera a una Professoressa in arabo: la lingua rende uguali Opinion leader

Firenze – È stata pubblicata la prima traduzione in arabo di Lettera una professoressa. Una doppia bella notizia. Perché dopo 53 anni dalla prima pubblicazione la Lettera dei ragazzi di Barbiana raccolti e guidati da don Lorenzo Milani continua ad accrescere la sua popolarità. Perché arriva finalmente la traduzione in una lingua parlata da quasi mezzo miliardo di persone.

Questa nuova traduzione rispecchia la globalizzazione contemporanea. È curata da un docente di pedagogia dell’università di Parma, Dimitri Argiropoulos, nato e cresciuto in Grecia e tradotta da Hissam Allawi, curdo siriano. Un intreccio di origini culturali che penso avrebbe davvero fatto piacere a don Milani.

Don Milani ha sempre parlato un po’ arabo. Nel senso espresso dal modo di dire popolare «ma che, parlo arabo?» per chiedere un po’ provocatoriamente se dici qualcosa che sembra incomprensibile all’interlocutore.

Ancora oggi si può ben dire che il messaggio di don Lorenzo Milani sembra sia di difficile comprensione. Talvolta, diciamolo, per manifesta malafede. Non si vuol capire e si preferisce denigrare un messaggio scomodo. Talvolta, invece, in buona fede. Il messaggio di Barbiana ha trovato interpreti entusiasti, ma non unanimi. Sull’interpretazione  del messaggio i suoi allievi e seguaci discutono oltre cinquanta anni, talvolta in modo assai vivace.

Un po’ è colpa sua. Sull’esperienza di Barbiana non ha lasciato una dottrina scritta. L’ha vissuta e comunicata attraverso messaggi legati a contesti specifici. Affermazioni spesso perentorie. Dalle lettere private agli interventi pubblici. Ha dedicato gli ultimi anni della sua vita, nello sforzo della lotta di resistenza alla malattia, alla Lettera per antonomasia.

Non ha fatto un manuale, ha fatto un’esperienza da cui ha tenuto distanti gli intellettuali. Potevano andare in visita, dire la loro rispondendo alle domande del priore e dei ragazzi poi via.

Una arroganza che potremmo immaginare derivi dalla fedeltà di don Lorenzo al Vangelo. Mi piace immaginare che don Lorenzo pensasse “se Gesù Cristo ha costruito la sua chiesa partendo da un gruppo di pescatori, senza nessun intellettuale di professione né laico né religioso, si può tentare di costruire una cultura di cittadinanza a partire da un gruppo di sei figli di contadini”.

La sua concezione pedagogica si esprime nella strutturazione della scuola di Barbiana. Forse se avesse potuto vivere in salute qualche anno ancora avrebbe espresso la sua idea di educazione in un testo metodologico, in qualche modo analogo al Esperienze Pastorali. Forse. Ma francamente dubito. Credeva nella forza comunicativa dell’esperienza concreta. E negli ultimi momenti della sua vita ammoniva «Fate scuola! Non curatevi di chi vi dice “il Priore non avrebbe fatto così”». Aveva solide basi culturali che mantenne sempre vive con un confronto continuo. L’esilio di Barbiana non lo isolò. Anzi, rese quella pieve sul monte Giovi un polo di attrazione, uno stimolo anche per il mondo scientifico.

L’arabo ha fatto parte in modo diretto dell’esperienza di Barbiana. Nella Lettera si afferma che «è solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli». Una uguaglianza che non che non poteva essere limitata ad una sola lingua. I ragazzi di Barbiana iniziavano ad imparare le lingue straniere con i dischi e poi, ben presto, erano mandati a passare l’estate all’estero. Una sorta di prefigurazione di Erasmus, solo che ci si doveva mantenere lavorando e le destinazioni non si limitavano all’Europa.

Francesco Gesualdi studiò l’arabo ascoltando i dischi grazie a un grammofono a manovella (a Barbiana la corrente elettrica arrivò solo nel 1964, dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica e costituzione dell’ENEL nel 1962). Il passo successivo fu andare in Algeria. Il paese aveva da poco conquistato l’indipendenza dopo una sanguinosa guerra di liberazione. Stralci dei suoi messaggi si trovano seconda parte della Lettera. Nella prefazione di questa traduzione Francesco Gesualdi racconta con orgoglio: «non ero un figlio di papà: andavo a scuola di sera e lavoravo di giorno come fanno tutti quelli che non hanno alle spalle famiglie ricche. Ero un emigrato alla rovescia: dal Nord verso il Sud per incontrare gli sfruttati di altri paesi e insieme tessere la rete per un mondo migliore».

La scuola di Barbiana non era un gioco, se con questo si intende qualcosa di facile e lieve, era un impegno faticoso. Lo dichiara esplicitamente la lettera «Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto»

Non andare a scuola non significava restare a casa a giocare alla play station come possono permettersi una parte dei NEET contemporanei, pur appartenendo a famiglie che una volta si sarebbero dette proletarie.

Nei decenni attorno alla metà del secolo scorso il confronto fra scuola e lavoro era ben presente per i figli dei contadini della montagna su cui era adagiata Barbiana. Non solo per loro, lo era in generale per i figli di contadini e operai degli anni sessanta del secolo scorso. La scuola era spesso un’esperienza di frustrante umiliazione, di inadeguatezza sottolineata con forza dagli insegnanti che la lettera mette sotto accusa. Al confronto il lavoro nei campi, nelle stalle e nelle officine era certo molto faticoso: un giovane apprendista era trattato con estrema durezza non solo dai capi ma anche dai compagni di lavoro.

La lettera denuncia che le carenze dell’insegnamento erano tali da rassegnarsi all’ignoranza e da far sì che «Erano ridotti a desiderare l’officina». Andare a lavorare offriva altresì un temporaneo un passaggio di status, un ingresso nel mondo degli adulti, mentre i coetanei che continuavano gli studi mantenevano il connotato di una condizione infantile.

I lettori arabi riconosceranno pezzi del loro vissuto nelle pagine della lettera? La modernizzazione e l’urbanizzazione permeano l’intero pianeta. Questi fenomeni si sono affermati con tempi diversi e probabilmente ci sono aree dei paesi di lingua araba in cui l’agricoltura e la cultura tradizionale sono state più persistenti. Giovani contadini tenuti ai margini e considerati con sufficienza o peggio come accadeva ai montanari mugellani di mezzo secolo fa. E in tutto il mondo resta solida e ampiamente diffusa la concezione e la pratica dell’insegnamento come processo autoritario di trasmissione di conoscenze.

Riconosce quella scuola il traduttore Hisam Allawi. Curdo-Siriano, rifugiato in Italia, nato in un villaggio nei pressi di Aleppo Allawi nella sua nota scrive che nella Lettera ha ritrovato la povertà e discriminazione del suo villaggio «mi sentivo come uno dei ragazzi autori del libro».

Riconosce quella scuola che conferma repulsione ed espulsione Dimitri Argilopoulos, il curatore di questa traduzione: «La scuola odiata, catalizzatore quotidiano di disprezzo e finta commiserazione, reciprocamente, fra insegnanti e alunni, fra singoli e istituzioni». Per Argilopoulos il messaggio della lettera non è riducibile affatto a una denuncia e una condanna degli insegnanti, di cui comprende «lo stordimento di fronte alla molteplicità dei bisogni degli alunni: minori con disabilità, “stranieri”, minori allontanati dalla propria famiglia (…) che portano negli occhi e nel cuore i segni di una grande povertà che oltre ad essere privazione materiale è soprattutto povertà relazionale, povertà educativa, cioè privazione delle opportunità di frequentare e mescolarsi fra altri».

Mentre scrivo in molte regioni si attua un nuovo lockdown, dopo quello della primavera scorsa. Già fin dall’inizio di questo sfortunato e complicato anno scolastico in innumerevoli casi la didattica in presenza delle scuole primarie è saltata per la quarantena di una classe o di qualche scolaro o insegnante a causa di familiari positivi. La formazione a distanza ci ha colto tutti di sorpresa e scaricato in modo brutale su insegnanti e famiglie l’onere di provvedere. In queste nuova esperienza ritrovo le conferme di alcuni principi della scuola di Barbiana. La necessità di porre rimedio alle diseguaglianze: nelle famiglie ci sono grandi differenze nella disponibilità di mezzi materiali e culturali. La necessità di porre attenzione alle esigenze, le potenzialità e debolezze sono specifiche di ogni singolo allievo.

E la risorsa di solidarietà fra allievi, che non va inventata, va sostenuta con metodologie che orientino alla cooperazione invece che alla competizione.

Chi ama Barbiana di certo condivide l’auspicio del curatore Argiropoulos «I care, mi interessa: io spero che la traduzione in lingua araba di questa Lettera a una professoressa generi interesse, come penso desidererebbe don Milani, per i contenuti e la centralità che la lingua, tutte le lingue, hanno nel suo pensiero pedagogico e nella sua azione civile e democratica. Desidero e spero che questa Lettera sia letta con passione anche dalla gente di lingua madre araba ovunque si trovino»

Luigi Lama, Centro Studi Ricerca e Formazione Cisl, Firenze

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