energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Lettera dal contagio: tra alberghi e ospedali, il dramma dei primi infettati Cronaca

Firenze – Pubblichiamo il racconto inviatoci da Giorgio (nome di fantasia) uno dei primissimi a essere infettati dal coronavirus. Faceva parte insieme alla moglie Federica (nome di fantasia). della comitiva di bergamaschi che si trovava in gita in Sicilia nei giorni in cui è esplosa la bomba del contagio in Lombardia. Federica da 37 giorni continua ad essere in isolamento in ospedale

È difficile sintetizzare quello che è successo in questo lunghissimo tempo che stiamo trascorrendo a Palermo. Mi fermo alla cronaca perché è più complicato esprimere i sentimenti provati e vissuti nel corso degli eventi che si sono succeduti in questi 40 giorni.

Tutto inizia venerdì 21 febbraio quando un gruppo di 29 bergamaschi partiti da Orio al Serio atterrano a Palermo per un tour in Sicilia.

Io avevo passato 14 mesi a Palermo all’inizio degli anni ’70 come militare chiamato a “servire” la Patria. Conosco abbastanza bene la città e alcune località ad essa prossime. Non conoscevo per nulla la parte restante della Sicilia e mi premeva, in particolare, visitare Piazza Armerina con i suoi mosaici romani. Federica non era mai stata in Sicilia e voleva conoscerla a tutti i costi.

I primi due giorni (21 e 22 febbraio) sono stati intensi con visita ai luoghi e monumenti imperdibili, poi domenica 23 Federica accusa stanchezza, che io attribuisco alla marcia forzata dei giorni precedenti, e rinuncia a visitare la cappella palatina, il duomo, la chiesa di S. Giovanni degli Eremiti. Rimane a letto.

La raggiungo a mezzogiorno e la trovo particolarmente provata. Resto con lei anche il giorno successivo, mentre il gruppo parte alla volta di Cefalù.  L’esplosione del “caso Bergamo” manifestatosi quando noi eravamo già in terra di Sicilia allerta i medici chiamati dalla coordinatrice del gruppo.

Nel primo pomeriggio di lunedì i medici, ben protetti di tute e occhiali, si presentano ed effettuano il tampone a lei e a me. In tarda sera, verso le 23, la Protezione Civile comunica che si procederà al tampone dell’intero gruppo poiché mia moglie probabilmente è infetta; io risulto negativo. Alle 2 di notte irrompe una squadra e si procede al tampone di tutti.

Federica era seduta sul letto, spossata. L’avevo paragonata ad una cerbiatta incapace di reagire. Viene sollevata e portata via da due colossi vestiti da “astronauti” e a me viene imposto di lasciare immediatamente la stanza senza asportare nulla. Inizia una vera odissea che dura tuttora.

Il tampone notturno conferma il coronavirus per Federica, per me e per un altro del gruppo. Inizia la quarantena particolarmente rigida per i due infettati. Dall’albergo vengono allontanati gli altri clienti e diventa a tutti gli effetti una struttura protetta. Più tardi vengo a sapere che mia moglie è ricoverata all’ospedale Cervello, vicino all’autostrada che porta all’aeroporto.

Nell’isolamento claustrale l’unico contatto con l’esterno è il telefonino. Vivo i primi giorni frastornato sommerso di telefonate e whatsapp, con il pensiero fisso di Federica di cui non so nulla. Ho con me qualche libro portato da casa e l’albergo ce ne fornisce di nuovi. I primi giorni fatico a leggere e non sono per nulla concentrato, poi la situazione migliora.

Mi organizzo: faccio un po’ di flessioni, cammino su e giù per la stanza percorrendo giornalmente alcuni chilometri (utilizzando un foglio formato A4 avevo calcolato la distanza tra le due pareti più distanti è contavo l’andata e il ritorno). Immancabile il rimando alla vita dei carcerati. Dalla mia stanza vedo una strada anonima con case poco curate, sopralzi, sporcizia delle strade. Insomma non la parte migliore di Palermo anche se l’hotel è vicinissimo a via Roma.

La presenza dei “reclusi” nell’hotel Mercure fa emergere un aspetto di grande umanità della popolazione che offre cannoli, aperitivi, arancini e persino un pranzo che propone il classico menù bergamasco: i casoncelli, per ricordare la nostra terra.

Sabato 7 marzo viene ripetuto il tampone che conferma sostanzialmente quello precedente. Dunque i miei conterranei potranno lasciare Palermo e rientrare a casa. Ovviamente c’è l’attestato rilasciato dalle autorità sanitarie. Lunedì 9, alle 13 , i nostri escono dall’albergo applauditi da un discreto numero di palermitani che stazionano davanti all’albergo già dalle nove di mattina. Ci sono anche le televisioni locali.

Ho un nodo alla gola. L’hotel, come da accordo tra la proprietà e la Protezione Civile, deve essere libero entro le 24. I due sfortunati rimasti non sanno dove finiranno. Si parla di una struttura protetta ma si viene a sapere che la Regione non ha nessuna struttura di questo tipo. Noi abbiamo pronte le valigie dalle otto di mattina ma solo alle 23,30 l’ambulanza viene a prelevarci per portarci in un ospedale predisposto per accogliere gli infettivi di coronavirus. Noi siamo i primi. Qui, come un leone in gabbia, sono rimasto fino al 19 marzo, giorno di S. Giuseppe.

L’esperienza in questo ospedale è stata più dura sia perché gli ambienti non erano accoglienti come quelli dell’albergo sia perché ci si sentiva più isolati mancando anche internet e televisore.

Il ricovero in ospedale, se per certi aspetti è stato positivo, poiché siamo stati sottoposti ad una serie di esami clinici (tac, elettrocardiogramma, esami di routine), mi ha di contro permesso di verificare le molte contraddizioni della sanità siciliana. Sono ad esempio rimasto scioccato nel vedere le condizioni di degrado della sala Tac e nel constatare la disorganizzazione. Ma ho sentito l’umanità di tanti operatori sanitari, purtroppo senza un coordinatore.

L’aspetto più pesante è stato quello legato al poco dormire (non più di tre ore al giorno) e questo rendeva lunghissima la giornata. Faticavo a prender sonno è immancabilmente il mio vicino di stanza, un anziano che soffriva di alzheimer, come un cronometro, iniziava ad urlare e imprecare alle tre scambiando la notte con il giorno, senza che gli infermieri intervenissero. Ovviamente non riuscivo più a dormire.

Sulla gestione ci sarebbe da soffermarsi a lungo, a partire dalla approssimazione con cui venivano compilati i referti: pochissimi di questi riportavano gli estremi esatti della mia anagrafe, nonostante avessi consegnato copia della carta di identità. La carta dei servizi, che avevo mostrato agli interessati, era probabilmente sconosciuta.

L’ultima tappa della mia permanenza a Palermo è l’hotel Ibis in via Francesco Crispi, poco distante dall’Ucciardone.  È un palazzone anonimo che si affaccia sul porto. Credo che abbia una capienza di circa 150 posti letto, ma attualmente siamo in 10/15 persone. Al settimo piano, dove è ubicato il ristorante, si coglie uno spaccato particolarmente significativo di Palermo. Da un lato la vista si apre sul mare, sul lato opposto si coglie un tessuto urbano desolante simile alle periferie di Calcutta.

Anche in albergo vige la disposizione che non si può uscire, ma ci si può almeno muovere cambiando ambiente. Io sostanzialmente mi sento fortunato se paragono la mia esperienza a quella di F. che ha passato tutto il tempo nello stesso ospedale.

Mi auguro proprio che arrivi presto il giorno della liberazione da questo incubo e poterla abbracciare finalmente. Entrambi abbiamo gli anticorpi e non possiamo infettare.

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »