energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

L’Europa al voto, Bolaffi: “Chi ha paura del modello Germania” Opinion leader, Politica

Firenze – L’Europa è scossa dalla febbre sovranista e l’Italia ora fa parte dei Paesi che si propongono di interrompere il processo di integrazione e fare dell’Unione un organo di gestione della libertà di commerciare, con scarso peso politico di fronte ai tre colossi mondiali, Usa, Russia e Cina.

La forte tensione fra Roma e Parigi ha solo messo in secondo piano altri sintomi di questo virus nazionalista che riporta in primo piano gli interessi dei singoli stati membri. Negli ultimi anni è stata la Germania al centro delle critiche per la sua incrollabile difesa della politica di austerità: durante e dopo la crisi greca di nuovo erano riapparse antichi stereotipi e sollevate nuove accuse che in qualche modo ripropongono l’antico tema della Deutsche Frage, la questione tedesca che ha condizionato con connotazioni diverse, ma con lo stesso concetto di fondo, tutto il dopoguerra. Come “irregimentare” la pressione politica ed economica del gigante tedesco dopo la riunificazione?

Una delle accuse più ricorrenti contro Berlino è il “mercantilismo” cioè il mantenimento di un surplus commerciale che supererebbe la soglia delle regole fissate dall’Unione. “Non c’è nessun limite obbligatorio all’avanzo commerciale nelle leggi europei – sottolinea Angelo Bolaffi, politologo e Germanista – è un’accusa che viene ripetuta senza reale fondamento”.  Bolaffi ha tenuto una conferenza presso il Deutsches Institut di Firenze.

Il modello di economia e di welfare della Germania si sta dimostrando altamente efficiente, soprattutto in confronto ai partner europei…

Possiamo constatare una divisone della Germania e dell’Europa in due parti. I partner hanno paura della Germania perché rappresenta una potenza economica e quindi vogliono tenere sotto controllo questo gigante. Ma la Germania era già prima la potenza economica e finanziaria. Il marco stabiliva gli equilibri finanziari dell’Europa. Quando mutava il tasso di sconto della Bundesbank, mutava in tutta l’Europa. Ma solo quando Bush padre propose ai tedeschi una leadership nella partnership, i partner hanno fatto l’unico tentativo di tenere sotto controllo il gigante tedesco: soprattutto da parte francese è stato chiesto di togliere ai tedeschi il marco perché la loro moneta era l’unica bandiera su cui si era costruita la Germania. A quel punto, nonostante le resistenze molto forti della Bundesbank, Helmut Kohl ha accettato l’introduzione dell’euro e dunque l’introduzione dello spirito dell’Europa che è un compromesso grazie al  quale nessuno sia perdente.

E comunque l’euro non sembra aver risolto lo squilibrio…

In realtà, anche la Germania si è trovata in una grossa crisi economica. Nel 2000, The Economist pubblicò una copertina intitolata “La Germania, il malato dell’Europa.’’ A quel punto il cancelliere Schröder ha fatto delle riforme che hanno salvato il paese e nel 2005 la Germania ha portato al potere Angela Merkel.

E per l’Italia?

È un’altra storia anche lei è entrata con grande difficoltà nell’UE a causa degli accordi firmati a Maastricht nel 1992. C’erano parametri, criteri di convergenza, che indicavano i requisiti economici e finanziari che gli Stati dell’Unione europea dovevano soddisfare per l’ingresso nell’Unione economica e monetaria dell’Unione europea e che riguardavano la stabilità dei prezzi, la situazione delle finanze pubbliche, il tasso di cambio, i tassi di interesse a lungo termine.

Insieme al ministro delle finanze tedesco Theo Waigel, almeno otto Paesi europei non volevano l’Italia, però poi hanno chiuso uno, due occhi e hanno fatto entrare l’Italia nel gruppo di testa dell’euro. Così l’Italia si presentò sui mercati finanziari mondiali da cui otteneva i crediti alle stesse condizioni che venivano date alla Germania. Quindi dal 2002 in poi l’Italia era sul mercato dei crediti internazionale con prestiti a tassi bassissimi.

Cosa ci dice questo? Che in tutto il periodo che va dal 2002 al 2008, l’Italia ha avuto una serie di benefici finanziari che avrebbe potuto utilizzare per riformare il Paese, come ha fatto Schröder in Germania. Invece l’Italia non ha cambiato niente e questi soldi sono stati buttati in un uso scriteriato. A un certo punto scoppia la crisi economica. Dal 2008 l’Italia subisce uno choc economico. L’Italia ha una produttività che è bassissima e sopratutto non ha una riserva di ricchezza. Abbiamo parlato dello spirito dell’UE di trovare un accordo o un compromesso in cui nessuno sia perdente, in una logica win-win. Ma io penso onestamente che in questo caso i perdenti abbiano anche molto responsabilità.

Quanto l’evoluzione diversa dei due Paesi influenza il rapporto tra la Germania e l’Italia?

Alla base di questa evoluzione è nata la nuova narrazione che l’Italia sia in difficoltà perché i tedeschi hanno fatto un uso egoistico dell’euro. Quindi il motivo della crisi italiana non starebbe nel mal governo che non ha fatto le riforme, ma nell’Europa.  L’Italia accusa gli altri e soprattutto la Germania “cattiva”. Ci sono gli anti-tedeschi. Ma poi la cosa è molto strana perché c’è un atteggiamento schizofrenico: qualcuno dice la Germania lascia l’euro, altri dicono no, manda via noi dall’euro. Alcuni dicono dovrebbe essere più una potenza leader. Altri dicono ma no, è troppo potente. Quindi non si sa se gli europei vogliono essere guidati o se non vogliono essere guidati. Così si indica nella Germania e nella Merkel la causa della crisi dei Paesi del Sud, soprattutto della crisi degli italiani. E cresce l’atteggiamento ostile verso la Germania. Tornano i luoghi comuni del passato: i tedeschi vogliono prendere i soldi, sono nazisti, sono egoisti, ecc.

Eppure c’è stato un lungo periodo di rapporti molto vicini e di reciproca comprensione..

C’era stata una fase di grande amicizia culturale. Negli anni ‘70 e ’80, il rapporto tra l’Italia e la Germania era splendido. Una cosa molto importante sono i rapporti culturali. Non c’è nazione al mondo che abbia così tanti istituti di cultura in un Paese estero come l’Italia in Germania. Ed anche la presenza culturale della Germania in Italia è un unicum mondiale. E noi non abbiamo neanche un confine con la Germania. Mentre ad esempio con la Francia, con cui abbiamo un confine, questa integrazione culturale esiste molto meno. Ma adesso il grande rapporto tra l’Italia e la Germania si è allentato. I due Paesi hanno cominciato ad allontanarsi. Soprattutto con il declino dei partiti politici. I rapporti tra i partiti, che esistevano molto forti, non ci sono più. E quindi è un problema. Non ci parliamo più, non ci capiamo più. Si studia molto meno il tedesco. In più si aggiunge purtroppo che, salvo eccezioni, i giornalisti italiani non leggono il tedesco e quindi riportano le notizie via stampa inglese. Detto questo c’è un’estraniazione crescente.

Ma non è solo l’Italia ad allontanarsi dalla Germania. Quindi qual è concretamente la situazione dell’Europa a questo punto?

C’è  una cosa nuova. Il mondo ha cominciato a correre molto e si è spostato. L’America se n’è andata da un’altra parte. L’Inghilterra ritorna un’ isola. E l’anti-germanismo diventa l’anti-europeismo. Ma resta vera  la famosa citazione di Thomas Mann che dice: ‘’Voglio una Germania europea e non un’Europa tedesca’’. Questa Germania, che per un secolo e mezzo è stato un problema, rimane oggi, nonostante tutto, l’unico Paese in cui i partiti funzionano, in cui la democrazia liberale tiene ed in cui la società, tutto sommato, funziona e riesce ad integrare gli immigranti. Questa Germania si trova circondata da nazioni euroscettiche. Cioè, noi abbiamo una riproposizione della Deutsche Frage, la questione tedesca, come rovesciata: mentre prima il problema per l’Europa era la Germania, adesso è l’Europa il problema della Germania.

Che fare dunque?

Certamente noi oggi abbiamo bisogno di cambiare e migliorare le regole europee, così non si va da nessuna parte. Ma da questo a mettere in discussione tutto ciò che è stato fatto per costruire un’Unione Europea a cosa serve? Intendo dire: si può dire tutto quanto, ma nessuno è innocente.

Siamo alla fine dell’Europa?

Non lo so. Certamente nessun Paese pensa che possa farcela da solo, neanche la grande Germania. L’unica speranza per l’Europa è di trovare il modo per mettere insieme le forze e costruire una potenza basata su criteri comuni. Il modello dell’Europa è la più grande invenzione politologica del ventesimo secolo. Ma oggi è arrivato un punto di difficoltà perché le sfide sono grandi: prima di tutte c’è quella dell’immigrazione, e poi quella del cambiamento tecnologico e quello climatico. Sono sfide che difficilmente possono essere affrontate con una logica minimalista, oppure possono essere affrontate con una logica di piccoli passi concreti fatti uno dopo l’altro, ma ci vuole un accordo generale. Queste sfide però creano una paura, un senso di insicurezza che viene strumentalizzato ed usato politicamente da forze che hanno altri disegni. E quindi io tengo a dire che ciò che è stato fatto non funziona più. Adesso sono problemi grossi, molto grossi, che l’Europa deve affrontare, e deve affrontarle da sola perché non c’è più l’America.

Come si fa?

È complicato. Non è facile. Bisogna dare risposte concrete. E di più, temo che questa fase di difficoltà dell’Europa sia l’espressione della sensazione diffusa della gente. La gente percepisce che sta succedendo qualcosa e si chiude per paura. Invece in questo momento dovrebbe aprirsi. Stanno accadendo delle cose molto gravi e molto importanti e noi, in confronto a questo, litighiamo tra di noi come le famiglie che litigano e vanno in rovina.

(ha collaborato Larissa Urfer)

Foto: Angelo Bolaffi

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »