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L’exit di Renzi: la voce degli “apolidi” del Centrosinistra Opinion leader, Politica

Firenze – Alea Iacta est. Si può andare solo avanti. Il ritorno indietro non esiste più. E allora vediamo di capire prima il “perché” e poi il “verso dove”. Sul perché ci sono alcune cose chiare mentre altre sono più indecifrabili. In particolare sulle modalità e sui tempi della decisione.

Tre sembrano i motivi principali dell’abbandono di Matteo Renzi del Pd. Cominciamo dal più importante in chiave strategica. Da quando Renzi è entrato nel PD ha impresso alla sinistra in generale, e quindi al PD, un impulso non sempre digeribile da parte della cultura tradizionale di sinistra. Certo ha convinto la maggioranza degli elettori del centrosinistra che le sue idee erano vincenti, innovative e anche utili al paese. Ma un certo senso di estraneità è sempre rimasto. Sia di Renzi nei confronti del PD, sia della sinistra nei confronti di Renzi.

Tante volte è sembrato un matrimonio di interesse o di opportunità. Ma l’amore è un’altra cosa. Per quanto mi riguarda sono più di cinque anni che “prevedo”, e propugno, una scissione, per alcuni versi anche utile a Renzi, al Pd e al paese, ma che non si è mai realizzata. Mi sembra che la situazione attuale, che si accompagna con dichiarazioni programmatiche di abbandono del modello elettorale maggioritario, sia per alcuni versi più favorevole.

E quindi non mi stupisce. Fuori dalla necessità “maggioritaria” non si vede per quale motivo si debba avere nel centrosinistra di governo un unico contenitore con al massimo qualche piccola appendice a destra e a sinistra. Meglio prevedere, come del resto sta facendo il centrodestra di governo da anni, più partiti che si contendono l’egemonia ma che combattono la competizione elettorale “come un suol uomo”.

In un sistema a base proporzionalista quello del centrodestra è certamente il modello migliore. Sia in termini di successo nella competizione sia in termini di rappresentanza del corpo elettorale. E quindi ben venga un partito nuovo nel centrosinistra con un impianto di tipo liberaldemocratico. E con valori e comportamenti di una sinistra più moderna e innovativa.

Il secondo motivo è invece molto più tattico. E questo forse ne determina i modi e i tempi. Cioè accade oggi e con un percorso di tipo parlamentare: si tratta, per ora, di un nuovo gruppo parlamentare che “ammicca” ad un nuovo partito ma che ancora non lo è. Qui il tema è quello di “contare” di più nel rapporto fra PD e M5s come azionista del nuovo Governo.

Un conto è trattare con Zingaretti come minoranza interna, e magari portarsi in dote “solo” tre ministri e cinque sottosegretari, ed un altro è invece trattare con PD e M5s da “terza componente” del Governo. E questo sia in termini di contenuti nelle azioni e nei provvedimenti futuri sia in termini di nomine per gli enti e le imprese del cosiddetto sottogoverno.

Un tema non di poco conto per Renzi. Sia in assoluto, gli piace dispensare ruoli, sia in relazione alla costruzione del nuovo partito. Si sa che i “posti” sono una base importante per ampliare l’area di consenso in certe aree politiche e professionali del paese. E quindi, tutto conta!

Il terzo motivo è, se si vuole, il meno importante ma certamente non irrilevante nella scelta dell’abbandono. Ed è il “carattere” di Renzi. Ma non tanto il carattere personale nel senso delle sue attitudini, dei suoi comportamenti relazionali generali. Ma il suo “carattere politico”. Renzi intende la politica come un gioco fra leader carismatici. Lo ha ripetuto nell’intervista di “lancio” di questi giorni. Ed ovviamente coglie una “mezza verità”. Ma tralascia l’altra mezza. E cioè che, come il “caso Salvini” insegna, da solo si va veloci ma si rischia di sbagliare senza appello.

Essere un capo carismatico, senza un “team” intorno di cervelli pensanti e di politici pari grado, porta al solipsismo e al rischio delle decisioni sballate. E allora il capo carismatico e la democrazia segnata dalla presenza di leader è forse oggi irrinunciabile ma è altrettanto irrinunciabile, in una comunità politica, la democrazia, l’esistenza di strutture dedicate al gioco democratico e alla partecipazione e alla gestione collettiva delle decisioni. Renzi non può stare in un partito se non ne è il “capo” e se non funziona da “capo assoluto” senza mediazioni col suo popolo e senza i riti, che a volte sono fondamentali, della democrazia formale e reale.

E’, a suo modo, un populista. Che fa del rapporto diretto fra capo e popolo il senso della sua forza. Ma questo stride non solo con la cultura democratica della sinistra tradizionale, specie di quella che ha abbandonato del tutto una certa impostazione stalinista, ma ancora di più con l’impostazione di un partito liberaldemocratico sia che ami rifarsi ai principi della democrazia liberale sia che sposi nella sua organizzazione i principi di governance della moderna cultura di impresa. Che, come si sa, non privilegia la guida di un capo assoluto ma piuttosto la guida forte, anche personalistica, ma con strutture di bilanciamento e di controllo non sempre e non del tutto fidelizzate al capo.

Ed ora? Appunto indietro non si torna. E Renzi è “in ballo”. Ho la sensazione che, come è accaduto in altre fasi politiche e come è accaduto ad altri leader, la sua idea politica, il suo carattere politico e la velocità tattica della decisione gli abbiano fatto commettere un nuovo errore. Cioè c’è un fondamento strategico alla decisione, che in molti sono, siamo, propensi ad accogliere ma giocato male nei tempi e nei modi. Il solito Renzi che non sa modificare per nulla il suo approccio alla politica e il suo processo decisionale. Sempre proiettato a compiere il solito, oramai prevedibile, “beau geste”.

Il rischio è quello di sciupare l’occasione per fare una cosa buona, la costruzione di un partito liberaldemocratico moderno e innovatore, per andare dietro a convenienze tattiche di corto respiro e ad attitudini politiche eccessivamente solipsistiche che speravamo abbandonate. Specie dopo i pessimi risultati delle recenti fasi politiche.

Così non è stato. E da oggi siamo in molti frastornati, delusi e incapaci di prendere una strada fra un PD che tenderà a ridiventare un partito tradizionale della sinistra italiana e un nuovo partito che dello stupendo accoppiamento fra liberale e democratico rischia di avere solo il nome.

E in molti rimarremo “apolidi” nel campo del centrosinistra. E noi non credenti, non possiamo neppure recitare il verso, parafrasando il Filosofo, “oramai solo un Dio ci può salvare”. Tempi duri.

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