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Lezioni della pandemia, Givone: “La riscoperta della dignità della vita” Cultura

Firenze – Una nuova consapevolezza delle responsabilità di ognuno verso gli altri, il superamento delle tentazioni di un nuovo darwinismo sociale che sceglie di salvare il giovane e abbandonare il vecchio inutile, il riconoscimento della dignità della vita. La pandemia che continua a infuriare non solo sul nostro istinto di conservazione ma anche sulle nostre certezze ha imposto una profonda riflessione sui grandi temi etici della convivenza umana.  Ma non è detto che quando sarà finita l’aggressione del coronavirus avremo imparato la lezione: “Temo che diciamo che saremo diversi, che tutto non sarà come prima, per poter fare le stesse cose”, dice Sergio Givone, scrittore e filosofo, attento studioso degli aspetti più profondi della presenza dell’uomo sulla terra. Che però è ottimista: una lezione viene dalle scelte di libertà e di responsabilità verso tutti gli altri.

Cosa ci lascerà la pandemia?

Una cosa importante. Forse è un discorso da vecchio moralista: le regole ritenute necessarie, giuste o sbagliate, buone o cattive che siano, funzionano solo se non le subiamo. Se le accettiamo liberamente e ne siamo così responsabili. Non ci si salva da soli, ma tutti insieme. Ora ci si sente responsabili di tutti gli altri ed è questo forse al centro del discorso e potrebbe far sperare.

Passate l’epidemia non si rischia di tornare indietro?

Penso che torneremo a festeggiare, ad abbracciarci penso che ci dimenticheremo i gesti barriera. Qualche punto di sospensione però ce lo metto. Questa responsabilità ci richiama a qualcosa che ci riguarda tutti: rispettare le regole solo se si è liberi e non ci è stata imposizione. 

Siamo stati liberi?

Siamo stati liberi di accettarle come autodate oppure viverle come imposte. Lo diciamo nel momento in cui le cose stanno andando abbastanza bene. Siamo un po’ meno disposti a dirlo quando le cose vanno male, quando si arriva alla saturazione delle terapie intensive. Anche paesi come la Svizzera o la Svezia, paese spesso portato ad esempio come modello sociale,  sono stati costretti a sceglier se curare  i giovani perché produttivi  o i  “vecchi” non produttivi: tu sei vecchio, non c’è più posto per te. Un cedimento allo spirito del tempo. Questo darwinismo sociale è un abbandono delle responsabilità, e si basa solo sul calcolo. Così gestisco il virus in modo inumano ma efficace.  Siamo sicuri che l’immunità di gregge sia un’alternativa?

Mi sembra che l’orientamento al darwinismo sociale non sia proprio nuovo. Un orientamento che poi non collima con la realtà: da anni i pensionati continuano a dare un forte contributo al paese con un importante peso sia economico che sociale.

Una scelta non nuova certo, tornata ora con il Covid. Noi però lo viviamo come qualcosa di inaccettabile, altri no. Se te ne vai è meglio per tutti, perché è giusto scegliere i più utili. Credo che così si oltrepassa la linea di non ritorno dell’umano.

Non avevamo altre scelte per controllare la pandemia ? Un maggior uso delle tecnologie?

L’alternativa della tecnologia mi spaventa meno della scelta secondo cui solo i più forti vanno aiutati. Il controllo attraverso la tecnologia mi spaventa molto meno. Non so se paesi come  la Cina, Taiwan o la Corea del sud se la siano cavata grazie al loro sistema di tracciabilità. Se è la questa a poterci salvare, benissimo. Non ne vedo una minaccia alle libertà  con l’obiettivo del controllo del mondo intero. Non dimentichiamo che indipendentemente dal Covid ci serviamo tutti da Amazon o altri venditori sulla rete, che così conosce non solo i nostri acquisti ma anche i nostri desideri. Insomma siamo diventati dei “dati”: sta a noi difenderci fare in modo che non vengano usati in modo improprio.

Insomma nessuna obiezione al sistema della tracciabilità? 

Nel caso della tracciabilità penso che vi siano delle ricadute positive, come quelle di avvisarti se sei stato in contatto con una persona positiva. Io mi sentirei protetto e non invaso da un potere e imprigionato. Penso comunque che nella lotta dei paesi asiatici contro l’epidemia abbiano contato anche altri fattori oltre alla tecnologia,  come il rispetto reciproco o il loro modo di essere. Insomma anche lì è stato importante un senso di responsabilità nel rispettare le regole. Se le cose stanno così, tutto dipende da noi, anche la correzione delle regole che vanno riportate nei limiti tollerabili. Se rispettassimo queste regole con più convinzione prendendoci cura gli uni degli altri, la responsabilità riacquisterebbe un ruolo centrale. 

Valore della vita, bisogna veramente vivere a tutti costi?

Non la vita per sé ma la dignità della vita. Non son disposto a cedere neanche un capello. La dignità della vita è il vero valore. Su questo valore non possiamo cedere

Perdita di dignità?

E’ un cedimento che ci pesa e che fa ancora scandalo. Lo si è visto con i morti insepolti con le bare mandate chissà dove. Questo non è stato accettato ma sentito come uno scandalo, qualcosa di inaccettabile con cui fare i conti. La rimozione della morte si presta al ritorno del rimorso e quando è così sono dolori.

Ma la rimozione della morte non fa già da tempo parte della nostra società?

Si, ma come si è visto con la reazione alla mancata sepoltura dignitosa all’inizio dell’epidemia che ha fatto scandalo, la morte è tornata fuori, era solo sepolta nel profondo dell’animo. Si tende a rimuovere la morte, ma non penso che sia una via senza ritorno. Se avesse vinto la teoria dell’immunità del gregge abbandonandoci alla corrente, avrei timori per l’uomo, così però non è stato.

Foto: Sergio Givone

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