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Libri: un sogno americano, pensando all’Italia Cultura

Inizio anni ottanta. Borsone rosso a tracolla, una macchina per scrivere portatile, mille dollari in tasca e il sogno di conquistare gli Stati Uniti. È un giovane appena uscito dall’Università con la voglia di fare il giornalista al di là dell’Atlantico, attirato dai romanzi di Bukowski, dai film di De Niro e dalle luci di Broadway. La realtà, però, è diversa: nessuno pubblica i suoi articoli e per sopravvivere è costretto a distribuire volantini pubblicitari di un “topless bar”. Poi il colpo di fortuna e l’occasione di mettersi finalmente alla prova. In questo momento di crisi, in cui in Italia molti si domandano se partire o restare, “Voglio l’America” di Enrico Franceschini, corrispondente di Repubblica da Londra, è di grande attualità. Lo abbiamo intervistato per comprendere le ragioni della sua scelta.

Il suo libro “Voglio l’America” è interessante perché è una autobiografia ma è anche molto coinvolgente perché è un romanzo. Come è nata l’idea di questa autobiografia romanzata?
“L’ho scritto come romanzo, anziché come autobiografia o memoriale, per due ragioni. Primo, perché dopo trent’anni non ricordavo tante cose, dialoghi, sensazioni, situazioni, che avrei dovuto comunque inventare: quindi con la forma romanzo mi sentivo più libero di supplire con la fantasia ai vuoti di memoria. Secondo, perché se ripenso oggi a un provinciale italiano 24enne che sbarca a New York senza conoscere nessuno, con scarsa conoscenza dell’inglese e mille dollari in tasca, col sogno di diventare un ‘corrispondente dall’estero’, e riesce a realizzarlo, mi sembra che non sia possibile, che non sia accaduto davvero o che sia accaduto a un altro. Certe cose succedono solo al cinema o nelle favole: perciò il romanzo mi pareva un veicolo più adatto a raccontare la mia storia”.

L’America dei suoi 20 anni, che racconta nel libro, era naturalmente diversa dall’America di oggi. Quali sono i cambiamenti più significativi? Che cosa è rimasto di quel sogno?
“Di cambiamenti ce ne sono tanti, uno è che New York è meno pericolosa, più pulita e più costosa. Un altro è che la New York di allora simboleggiava le tensioni razziali dell’America, e l’America oggi ha un presidente nero. Ma il sogno americano non è cambiato: l’America resta il paese che milioni di immigrati di tutto il mondo scelgono per cercare un futuro migliore, maggiori opportunità, un senso di libertà e avventura, oggi come in passato”.

Lei, che è inviato di Repubblica, vive da sempre all’estero. Come appare l’Italia da fuori? Che cosa Le manca dell’Italia quando è all’estero? E che cosa Le manca degli altri paesi, quando è in Italia? Dove si sente più a casa?
“L’Italia da fuori appare contemporaneamente peggio e meglio di com’è. Un paese per molti aspetti incivile, incattivito, che scivola verso un populismo più da Terzo Mondo che da moderna Europa, da un lato. Dall’altro, un paese meraviglioso, dove si mangia, ci si veste e per molti aspetti si vive meglio che altrove, in virtù di tradizioni, abitudini, legami familiari e un tessuto di relazioni sociali più forti. Quando sono all’estero mi mancano il cielo, i sapori e la comunicatività dell’Italia e degli italiani. Quando sono in Italia, mi manca il cosmopolitismo delle grandi capitali, New York, Mosca, Gerusalemme, Londra, in cui ho vissuto. Non mi sento del tutto a casa né da una parte, né dall’altra: mi sento italiano all’estero e straniero in Italia. Casa mia è un aeroplano che va su e giù tra l’Italia e il mondo”.

“Voglio l’America” esprime anche una grande passione per il giornalismo. Che cosa l’affascina in questo mestiere?
“I vecchi del mestiere, ai quali ormai appartengo, dicono che non è più quello di una volta. Però rimane un mestiere straordinario: ti permette di visitare luoghi interessanti, conoscere persone importanti o speciali, sentirti partecipe o perlomeno testimone diretto dei grandi avvenimenti della storia o dei più seguiti eventi. Resta valida la classica battuta: ha orari impossibili, è stressante, spesso si fa troppo di fretta e talvolta in modo poco serio, ma è sempre meglio che lavorare”.

Bisogna restare o andare via? Quale la sua opinione in proposito?
“Sarebbe un lungo discorso, ma per dirlo in poche parole: bisogna andare via, a imparare più che si può, e poi tornare, per mettere a frutto in patria quello che si è imparato”.

E per chi decide di lasciare l’Italia, in quali paesi, oggi, è ancora possibile realizzare il “sogno americano”?
“Come ho detto prima, è ancora possibile realizzarlo in America. Ma se uno volesse provare a rifare quello che ho fatto io trent’anni fa a New York e che racconto nel mio libro, consiglierei di andare nella New York del 21esimo secolo: a Shangai, dove innamorarsi di una cinese, imparare con lei la lingua e cominciare a offrire articoli sulla Cina in Italia”.

Il suo libro “Voglio l’America”, in questo momento di crisi, manda un messaggio positivo: se si è determinati, alla fine si riesce a realizzare i propri sogni. E’ questo il segreto del successo?
“Hemingway definiva così il successo: 1 per cento ‘inspiration’, ispirazione, ossia talento, e 99 per cento ‘perspiration’, ovvero sudore, volontà, determinazione. Dimenticava però un altro fondamentale elemento: la fortuna”.

Voglio l’America”, come Lei ha dichiarato, in un certo senso, è il seguito della sua precedente opera “Avevo vent’anni- Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007”. Quale il tema del suo prossimo libro?
“Se ‘Voglio l’America’ avrebbe potuto intitolarsi ‘Avevo ventiquattro anni’, il prossimo potrebbe intitolarsi ‘Avevo trentaquattro anni’, l’età in cui lasciai l’America e mi trasferii in Russia. Ma sulla Russia, a cui ho già dedicato tre libri fra narrativa e saggistica, scriverò di nuovo più avanti. Il prossimo libro, se ci riesco, si svolgerà in Medio Oriente”.

Vincenza Fanizza

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