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L’impatto della tecnologia sulla democrazia: rischi e opportunità Internet, Opinion leader

Firenze –  L’interrogativo è tornato a risuonare nel momento in cui Mario Draghi, già presidente della Banca Centrale Europea ha preso le redini del governo: esecutivo tecnico o politico? Ne è venuta fuori una formula ibrida, creativa, del tutto nelle corde del suo inventore e si continua a interrogarsi.

La questione però è assai più complessa della discussione italiana sulla tecnocrazia e riguarda tutti i paesi più avanzati: lo strapotere dei dati, la pervasività di internet, il rapido progredire dell’intelligenza artificiale cambieranno in meglio o in peggio le nostre democrazie?

Viviamo infatti un momento straordinario nella storia della tecnologia dal momento che l’avvento del digitale mostra un impatto dirompente non solo sull’economia e sulle relazioni sociali, ma anche sulla democrazia, sui sistemi elettorali e sulle rappresentanze politiche. Internet ha accelerato il ritmo di trasformazione facendo saltare il sistema di mediazione politica, cambiando alla radice gli strumenti essenziali per uno svolgimento corretto dei rapporti democratici come l’informazione.

Per citare l’esempio più recente: alla base del successo del referendum per la riduzione dei parlamentari c’è stato anche l’argomento che il rapporto del deputato con il suo elettorato non richiede più una presenza costante nel suo collegio grazie all’ingente quantità di strumenti di informazione che ha a disposizione.

Il cambiamento non si produce solo come potenziamento della funzionalità dell’equilibrio dei poteri strutturato prima della rivoluzione di Internet. Gli effetti sul modo di produzione, sul lavoro e sull’identità del lavoratore, mutano la struttura stessa della rappresentatività come l’abbiamo vissuta fino a poco tempo fa.

Una situazione che avevano lucidamente previsto Simon Nora e Alain Minc nel rapporto sull’informatica per il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing che nel 1976 fece riflettere tutti gli europei: “La scena sociale tradizionale tenderà a disgregarsi col passaggio progressivo da una società industriale, di tipo organico, a una società dell’informazione di tipo poliformo”. Si prefigurava una società a produttività più alta, in cui i conflitti si sarebbero manifestati di preferenza sui fattori culturali. Due anni prima Giovanni Berlinguer, concludendo un seminario del Pci su informatica e democrazia, anch’esso molto discusso, sosteneva in modo un po’ oscuro che “per l’economia l’informatica rappresenta l’anello tecnico che manca per consentire il passaggio dall’amministrazione sugli uomini, all’amministrazione delle cose, cioè alla graduale scomparsa dello stato”.

Né i due ispettori delle Finanze francesi che ponevano tutta la loro fiducia  nel potere regolatorio della politica e negli effetti benefici della “socializzazione dell’informazione”, né il dirigente comunista potevano allora avere la minima idea di quanto potente e sconvolgente sarebbe stata la rivoluzione digitale.

Neanche il più fantasioso futurologo avrebbe immaginato che “gli smartphone sarebbero diventati l’ambiente vitale di Homo sapiens nel terzo millennio” e che il populismo digitale si sarebbe  mostrato come “la forma di democrazia più adatta all’ambiente vitale di internet”, scrive il giurista Mauro Barberis: “Gli smartphone hanno alterato definitivamente l’equilibrio fra i due circuiti che dal secolo scorso, veicolano la comunicazione politica, le istituzioni democratiche e i mezzi di comunicazione”.

Barberis fa parte della corrente di pensiero che teme che la rivoluzione digitale possa “rivelarsi un’enorme regressione”. Tuttavia, come accade quando ci si trova nel bel mezzo di un cambiamento radicale dei paradigmi, gli studiosi si dividono nelle classiche categorie degli “apocalittici e degli integrati”, dei pessimisti e degli ottimisti, quelli fiduciosi nelle capacità di ritrovare la strada giusta con strumenti in grado di sviluppare ancora di più la consapevolezza e la forza del genere umano.

Da un’indagine sui  potenziali effetti dell’uso della tecnologia rispetto alle istanze dei principi democratici compiuta nel  2019 dal Pew Research Center e l’Imaging the Internet Center della Elon University risulta che circa la metà degli intervistati, ritiene che tra oggi e il 2030 l’uso della tecnologia non agevolerà lo sviluppo democratico delle società civili a causa della distorsione della realtà causata dalla scarsa capacità di analisi critica dei fenomeni tecnologici, dall’inquinamento delle informazioni, dal declino del giornalismo e dall’impatto del capitalismo di sorveglianza. Siamo dunque ben oltre la questione della gestione tecnocratica del bene comune, che viene moderata “dalla persistenza degli assetti democratici e in generale dalla forza che la democrazie e lo stato di diritto continuano ancora ad avere in Occidente, nonostante tutto”, come scrive il sociologo Francesco Antonelli.

Ciò che è in gioco è addirittura “l’eliminazione tendenziale dello stesso  decisore tecnocratico umano attraverso lo sviluppo di un processo di digitalizzazione e automatizzazione delle decisioni affidato alle macchine. Cioè postumano” (Antonelli). Secondo un’altra indagine dell’European Tech Insights del 2019, infatti, un cittadino europeo su quattro di Francia, Germania, Irlanda, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, “è risultato favorevole a che fosse un’intelligenza artificiale a prendere decisioni importanti sulla gestione del proprio Paese”.

L’intelligenza artificiale viene comunemente definita “il petrolio del ventunesimo secolo”. Come ogni tecnologia rivoluzionaria l’IA offre un’enorme capacità di disporre di dati e analisi in vista delle decisioni politiche. Questo è il suo aspetto benefico. Ma mette anche nelle mani di regimi autoritari enormi possibilità. Yuval Harari , uno dei più ascoltati futurologi, ricorda che cinquant’anni fa il KGB non poteva seguire 240 milioni di cittadini sovietici 24 ore al giorno né poteva sperare di elaborare efficacemente tutte le informazioni raccolte, come potrebbe fare oggi. Da qui le sue preoccupazioni per gli effetti a lungo termine che tale tecnologia può provocare sulle libertà individuali.

Per non parlare delle nuove guerre digitali fra potenze tecnologiche per il controllo delle opinioni pubbliche altrui, vedi le interferenze russe nelle elezioni di paesi occidentali. Uno degli episodi che ha permesso di prendere coscienza dei grandi pericoli che corrono le democrazie è stato lo scandalo di Cambridge Analytca, la società che aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica:  “Se mai qualcuno si era fatto l’illusione che le nuove tecnologie fossero la strada per la democratizzazione del mondo, avrà modo di ricredersi”, concludono Vanna Vannuccini e Francesca Pedrazzi, autrici del libro Cronache dal nuovo mondo.

Da parte loro gli ottimisti mettono in evidenza l’utilizzo sempre più frequente delle nuove tecnologie per sviluppare la partecipazione democratica dei cittadini alle vicende pubbliche e la trasparenza dei processi decisionali. Possono inoltre – affermano – rappresentare un fattore di riduzione del tempo e del costo complessivo delle elezioni, rendendo più rapidi e affidabili i risultati di voto. Il digitale ha in sostanza tutta le potenzialità per essere uno strumento di supporto alla creazione di istituzioni efficaci, affidabili ed inclusive ad ogni livello, orientate ad uno sviluppo sostenibile dei diritti umani. Se le élite politiche sono sempre più delegittimate e i cittadini rivolgono la loro fiducia nelle tecnologie digitali, il problema fondamentale è dunque quello di rinnovare la politica e i suoi rappresentanti e non di demonizzare i nuovi strumenti multimediali.

E’ quanto sostiene l’Agenda Onu 2030, il cui obiettivo punta a comprendere come la tecnologia può diventare strumento per rafforzare le istituzioni, in ottica di maggiore trasparenza e responsabilità. In questo contesto l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare i cittadini ad “attivare” i propri diritti, inclusi quelli di informazione e partecipazione, abilitando anche processi di voto più consapevoli ed inclusivi. La sfida è trovare un equilibrio tra il sistema rappresentativo e la partecipazione diretta o deliberativa.

Lo sviluppo tecnologico, a seconda dei casi, può in conclusione contribuire ad incentivare i processi di responsabilità di uno stato di diritto o viceversa favorire le capacità repressive dei regimi autoritari. Per questo la tumultuosa rivoluzione digitale impone la consapevolezza che occorrono quadri regolatori che tutelino i diritti umani del tutto piegati al caos delle piattaforme.

Ci vogliono interventi decisi che sciolgano uno dei nodi principali dell’attuale situazione da cui dipende il futuro delle stesse democrazie: i monopoli delle Big Tech, i giganti digitali come Google, Facebook, Apple, Amazon, Alibaba, Microsoft, che controllano l’afflusso dei dati che sono la materia prima dell’intelligenza artificiale. L’Unione europea e i governi di tutto il mondo si stanno muovendo nella direzione di limitare lo strapotere di aziende industriali che mette in pericolo la loro stessa identità democratica: “Quando si tratta di dare allo stato una parte dei loro proventi l’innovatività si vede solo nei trucchi usati per evitare le tasse – scrive Federico Rampini -. Si ammantano di progressivismo, di valori di libertà e diritti, ma il modello che propongono quotidianamente è elusione fiscale, monopolio, distorsione della concorrenza, aggressività, violazione della privacy”.

Il tema “Democrazia e tecnologia” è al centro di un dibattito organizzato dal Rotary Club Reggio Emilia Terra di Matilde e dal Rotary club Reggio Emilia Val di Secchia che si svolgerà giovedì 25 febbraio alle ore 19 in videoconferenza su piattaforma zoom con la partecipazione di Valdo Spini, presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, Maurizio Brioni, manager di Legacoop e Armando Sternieri amministratore delegato di Energee3. Modera il direttore di Stamptoscana Piero Meucci. 

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